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Elisabetta Fiorito - Carciofi alla giudia - 24/04/20217 -


Carciofi alla giudia
Elisabetta Fiorito
Recensione di Carlo Panella
Mondadori

Un neonato che verrà circonciso da un rabbi in sinagoga, ma che non sarà ebreo. Un fratello scomparso al largo di Ponza, a bordo di un a barca a vela, ritrovata intatta. La scoperta di una figlia adolescente e israeliana del suo uomo, ma non sua. Le infinite questioni di cucina, sbattuta tra la famiglia tripolina e osservante pienamente la Kasherut del padre di suo figlio e la sua, romana de Roma, inguaribilmente dedita a cibi Taref. Non è semplice, ma è spigliata, allegra e convulsa la vita di Rosamaria, già femminista e persino un po' buddista, narrata nel delizioso “Carciofi alla giudia ” (Mondadori) di Elisabetta Fiorito. Giornate complicate dalle traversie di una sceneggiatrice di testi teatrali -e mancano sempre i fondi, all’ultimo minuto per metterli in scena- le telefonate -sempre nel momento sbagliato- di una madre debordante che continua ad avere visioni strambe ed esotiche sul destino del figlio scomparso in mare. Centrale, in tutto il racconto, il divertito rapporto suo, laica, laicissima e inguaribilmente goy, col marito David e l’universo giudaico: “L’ebraismo si trasmette per via materna, le donne sono tenute all’educazione religiosa del figli, questo è quanto dice la Legge, replicò il rabbino. Rosamaria sospirò, era la conferma di ciò che David le aveva già detto. C’era un certo femminismo in tutto ciò, ma per lei era una triste consolazione.

La prima volta che trovava una religione favorevole alle donne andava contro i suoi interessi”. Spigliato, rapido, il racconto della complicata famiglia romana di Rosamaria, mezzo ebrea e mezzo no, si dipana attraverso una complessa serie di ricette khoser (deliziosa, appunto, la descrizione minuziosa dei carciofi alla giuria) e taref, in percorsi affannati per le vie di Roma e in nostalgie di una adolescenza piena nella zona del Circeo, prima che il fallimento della impresa di mobili in serie del padre e del fratello -travolta dalla concorrenza di Ikea e Mondo Convenienza- non portasse all’epilogo drammatico, che si svela nelle ultime accorate pagine del racconto. Deliziosi i ricordi della Tripoli della comunità italo-ebraica degli anni sessanta di Iolanda, la madre di David, fissati in filmino dai colori ormai sbiaditi: “Però – spiegava mentre le si incupiva lo sguardo- alla fine non era più così. Gli arabi erano cambiati, erano diventati aggressivi e già da molto tempo volevo andare via”. Cupi i ricordi della fuga da Tripoli di un David ancora bambino: “raccontava spesso dell’incubo di quei giorni, della segregazione in casa, dell’odio che improvvisamente si era scatenato verso di loro, verso gli ebrei”.

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Carlo Panella

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