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Il Foglio - Il Giornale Rassegna Stampa
15.02.2017 Svezia: la star di Youtube antisemita, mentre il governo 'femminista' sfila a Teheran con il velo
Commenti di Eugenio Cau, Roberto Fabbri

Testata:Il Foglio - Il Giornale
Autore: Eugenio Cau - Roberto Fabbri
Titolo: «Perché c'è da preoccuparsi se uno youtuber ha il vizietto antisemita - La sottomissione della Svezia: le ministre in Iran con il velo»

Riprendiamo dal FOGLIO di oggi, 15/02/2017, a pag. 2, con il titolo "Perché c'è da preoccuparsi se uno youtuber ha il vizietto antisemita", il commento di Eugenio Cau; dal GIORNALE, a pag. 12, con il titolo "La sottomissione della Svezia: le ministre in Iran con il velo", il commento di Roberto Fabbri.

La Svezia è uno dei Paesi europei più islamizzati in nome del politicamente corretto. Il governo si proclama 'femminista' ma tutte le 11 donne della delegazione svedese ieri a Teheran hanno indossato il velo, mentre la più grande star di Youtube pubblica video antisemiti.

Ecco gli articoli:

Eugenio Cau: "Perché c'è da preoccuparsi se uno youtuber ha il vizietto antisemita"

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Eugenio Cau

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PewDiePie (Felix Kjellberg)

Roma. La più grande star di YouTube in tutto il mondo nonché uno degli uomini più influenti di internet è stato accusato in questi giorni di aver diffuso battute antisemite nei suoi video online e riferimenti al nazismo nei suoi sketch comici. Chi ha più di trent’anni probabilmente non ha mai sentito parlare di lui; chi ne ha meno lo conosce come PewDiePie, ed è praticamente impossibile che non abbia mai visto uno dei suoi video. Felix Kjellberg, questo il suo nome, ha oltre 53 milioni di iscritti al suo canale, i suoi video online hanno spesso più spettatori della finale di Sanremo e intorno a lui c’è un giro d’affari da decine di milioni di dollari. PewDiePie è influente in una maniera che è difficile da quantificare per chi non conosce YouTube: i prodotti che lui consiglia diventano dei successi planetari, e la sua vita sentimentale è seguita come quella di una star di Hollywood, anche se lui non finisce mai sui rotocalchi. Quando, negli ultimi mesi, alcuni suoi video hanno iniziato a popolarsi di riferimenti – sempre scherzosi, a volte velati – al nazismo e all’odio verso gli ebrei, molti utenti hanno iniziato ad allarmarsi. E’ montata una polemica sempre più grande, spinta anche da alcuni articoli pubblicati in questi giorni dal Wall Street Journal.

Lunedì, alla fine, la Disney, che a partire dal 2013 aveva stipulato con lui un contratto di produzione attraverso una controllata, ha deciso di rescindere tutti i rapporti. Ieri la stessa Youtube ha annunciato di aver cancellato un reality show a pagamento realizzato su misura per PewDiePie e di averlo eliminato dal suo circuito pubblicitario più importante, anche se ha mantenuto aperto il canale video. Un po’ di storia: Felix Kjellberg è un ragazzo svedese di 27 anni, nato a Göteborg e trasferitosi in seguito in Inghilterra, che nel 2010 ha iniziato a pubblicare video in cui filmava se stesso mentre giocava a videogiochi horror e paurosi. Le sue reazioni divertenti e il talento comico gli hanno guadagnato prima migliaia, poi milioni di visualizzazioni e iscritti, tanto che il canale fai-da-te del ragazzino di Göteborg si è trasformato negli ultimi anni in una corazzata online, con un introito di oltre 15 milioni di dollari all’anno.

A gennaio (ma c’erano state già alcune avvisaglie nei mesi precedenti) PewDie Pie ha iniziato a pubblicare video con evidenti riferimenti antisemiti. In un video dedicato a Fiverr – un sito in cui per piccole somme di denaro si può chiedere alla gente di fare qualsiasi cosa davanti alla telecamera – PewDiePie ha chiesto a due ragazzi indiani di mostrare in video un cartello con scritto: “Morte a tutti gli ebrei”. In un altro video, ha chiesto a un attore travestito da Gesù che lavora per lo stesso sito di dire: “Hitler non ha fatto assolutamente niente di male”. In una serie di video a gennaio, PewDiePie ha prima filmato se stesso mentre indossa un’uniforme nazista e ascolta un discorso di Hitler, poi ha inscenato un rituale nazista. Altri riferimenti sono sparsi nei suoi filmati recenti. Dopo lo scoppio della polemica, PewDiePie si è scusato più volte, ha detto che si trattava di scherzi e di paradossi, e sul suo blog ha scritto che stava cercando di mostrare “quanto è assurdo questo mondo” (il riferimento è agli utenti di Fiverr, che per cinque dollari farebbero o direbbero qualsiasi cosa).

Ma l’ironia, nei video “nazisti” di PewDiePie, è spesso impercettibile, la frequenza di riferimenti antisemiti è sospetta, e i milioni (decine di milioni) di spettatori dello svedese sono spesso minorenni. La combinazione è sufficiente per essere pericolosissima. Lo sdoganamento e la penetrazione per osmosi di certi concetti è per molti versi più terribile della propaganda esplicita. Tanto che la parola finale sulle “buone intenzioni” di PewDiePie l’ha messa il famoso sito neonazista The Daily Stormer, che negli ultimi giorni si è ribattezzato “Il sito numero uno di fan di PewDiePie” e lo ha ringraziato per “rendere le nostre idee appetibili alle masse”. Enormi multinazionali con enormi responsabilità, da Disney a YouTube, hanno legato il loro nome a un ragazzo-bambino che per anni è stato una macchina fabbricasoldi e che ora sembra andato fuori controllo.

Roberto Fabbri: "La sottomissione della Svezia: le ministre in Iran con il velo"

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Il governo svedese si proclama "femminista": eccolo in visita a Teheran

C'è modo e modo di sottomettersi alla subdola e pervasiva penetrazione islamica in Occidente. La lusinga del denaro in arrivo dai regni arabi inzuppati di petrolio corrompe gli intellettuali (versione Houellebecq); la prepotenza esercitata a tappe da aspiranti sultani sottrae libertà e impone costumi a popoli che si ritenevano a torto irreversibilmente occidentalizzati (versione Erdogan); l'odio di antica data verso il nostro mondo (la «oicofobia» ben definita da Finkielkraut) spinge i sessantottini ingrigiti e i loro più giovani eredi del «pol. corr.» a giustificare le peggiori violenze perpetrate contro le donne e la libertà religiosa. Sono solo alcuni dei tanti esempi possibili, ma il più imbarazzante è certamente quello offerto dai politici che predicano bene (secondo loro) ma razzolano malissimo (sotto gli occhi di tutti). È successo in questi giorni in Iran, ad opera di una delegazione svedese di primissimo livello, guidata personalmente dal primo ministro, il socialdemocratico Stefan Löfven.

Il premier, che a Stoccolma guida un governo di coalizione con i verdi, va fiero della propria aderenza ai valori della sinistra e pertanto si proclama orgogliosamente femminista. Per buon misura, a suo tempo mise in chiaro che anche la politica estera del suo Paese avrebbe dovuto ispirarsi ai princìpi del femminismo. Coerente con le sue «buone prediche», alcuni giorni fa Löfven è partito per Teheran con una delegazione governativa composta da 15 persone, 11 delle quali erano donne. Tutto molto femminista, non fosse per il fatto che nella capitale iraniana queste orgogliose politiche scudo dei diritti delle donne in tutto il mondo (famosa la recente foto del ministro Isabella Lovin con uno staff tutto al femminile per protesta contro il maschilista Donald Trump) si sono fatte serenamente fotografare velate «per quasi tutto il tempo», come ha scritto indignato il quotidiano svedese Expressen. Il «pessimo razzolamento» delle donne politiche venute dal politicamente correttissimo profondo Nord ha subito alimentato polemiche feroci in Svezia. Dove ha fatto un pessimo effetto vedere la nutrita quota femminile della delegazione, ricevuta anche dalla «guida spirituale» iraniana ayatollah Khamenei, indossare senza eccezione alcuna l'hijab d'ordinanza.

Che per le donne locali è un obbligo che viene fatto osservare anche con le cattive maniere dall'occhiuta e violenta polizia religiosa, mentre per le politiche in visita è un'indicazione di legge che può rappresentare un'ottima occasione (specie per chi si proclama femminista) per mostrare - rifiutandola - una schiena diritta. Ora, sarà perché a Teheran c'erano in ballo commesse miliardarie per i grandi gruppi industriali svedesi, o forse perché è più facile fare sceneggiate con Trump che con Khamenei, sta di fatto che quelle schiene sono rimaste ben piegate. Lo ha fatto notare, giustamente irata, la giornalista e attivista Masih Alinejad, una donna coraggiosa che in Iran ha creato una pagina Facebook dove si invitano le donne a condividere foto a capo scoperto. «Rispettando le direttive della Repubblica islamica le donne occidentali legittimano l'obbligatorietà dell'hijab. Questa è una legge discriminatoria e non si tratta di una questione interna quando la Repubblica islamica costringe tutte le donne a indossarlo». La ministra del Commercio Ann Linde se l'è cavata rispondendo che «la legge in Iran dice che le donne devono indossarlo, difficilmente si può andare lì e violare la legge». Difficilmente, appunto. Ma da italiani ricordiamo che Oriana Fallaci si strappò il velo davanti al leader della rivoluzione islamica, chiamandolo «stupido cencio da Medioevo». E l'ayatollah Khomeini abbozzò. Certo, ci voleva coraggio.

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