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La Stampa Rassegna Stampa
21.10.2017 Stefano Stefanini novello Roberto Toscano?
Diffidare degli ex dìiplomatici

Testata: La Stampa
Data: 21 ottobre 2017
Pagina: 1
Autore: Stefano Stefanini
Titolo: «Una Nato per i sunniti del Golfo»

Riprendiamo dalla STAMPA di oggi, 21/10/2017, a pag.1/27, con il titolo "Una Nato per i sunniti del Golfo" l'analisi di Stefano Stefanini, preceduta da un nostro commento.

La Stampa ci stava abituando a commenti e analisi sul Medio Oriente impostati su una profonda conoscenza di quei territori. Per questo stupisce leggere una analisi che dimostra come l'autore non conosca nulla della storia che ne ha segnato il corso del tempo. Non si limita al solito ' non solo ma anche' -  formula tipica di chi non ha nulla da proporre - e fin qui incorrerebbe nella norma dei soliti 'esperti del giorno dopo'. Stefanini si augura addirittura per il Medio Oriente la nascita di una specie di NATO mediorientale, quando è ormai sotti gli occhi di tutti la totale inutilità di una organizzazione che assomiglia sempre di più all'ONU.
La tragedia che sta vivendo il Kurdistan è la dimosstrazione inequivocabile dell'incapacità dell'Occidente di intervenire appoggiandosi a organismi internazionali diventati ingovernabili persino dagli Stati Uniti.

Ecco l'articolo:

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Stefano Stefanini
(novello Roberto Toscano?)

Nessuno rimpiangerà il califfato, soprattutto non i malaugurati abitanti che hanno vissuto per tre anni sotto il giogo barbaro dello Stato islamico a Raqqa, Mosul o Deir ez Zour. La sparizione di Isis come organizzazione territoriale (non come multinazionale terrorista) apre però un vuoto di potere che non risolve, semmai acuisce, le altre rivalita regionali e internazionali. La più profonda è fra Iran e Arabia Saudita, sulla linea di faglia sciita-sunnita che attraversa quasi tutti i Paesi dell'area. Russia e Stati Uniti, quand'anche d'accordo, non controllano più gli attori locali. II vecchio adagio «si vis pacem, para bellum» ne porta alcuni a cercare sicurezza in un'alleanza difensiva in funzione deterrente. Di questo tentativo, trascinato soprattutto da Riad, si parla come di futura «Nato sunnita». Ancora molto sulla carta e ostaggio di riluttanze incrociate, il progetto ha una sua logica. Per afferrarla occorre una piena immersione regionale. In distanza psicologica, la penisola araba, il Golfo sono in una galassia molto, molto lontana dal provincialismo di un'Europa e di un Atlantico, che non sono più l'ombelico del mondo (qualcuno ascolta a Londra o a Bruxelles?). L'economia non cresce: esplode; le città non si espandono: spuntano, aggredendo cielo, mare e terra; le migrazioni non sono un flusso: sono lo stato permanente di un crogiuolo di umanità, che si abbarbica alla tradizione e abbraccia l'alta tecnologia. Anche però la lunga ombra delle guerre. II Medio Oriente è da sempre regione di tensioni e conflitti. Tuttavia mai come oggi, dai confini della Turchia alle coste dell'Oceano Indiano: guerre per la supremazia regionale, sul falso crinale delle fedi, fra Stati e non Stati, guerre civili e per procura. La discriminante vera non passa più da Gerusalemme dell'incancrenita crisi israelo-palestinese, ma divide Teheran e Riad. Taglia in due il Golfo, ancora a lungo serbatoio del motore economico mondiale, si ramifica in Iraq, Siria e Yemen, si affaccia sul Mediterraneo nella difficile coabitazione interconfessionale in Libano e nei campi dei milioni di rifugiati siriani. Visti da Riad o da Manama, in questi ultimi 15 anni gli equilibri regionali si sono sovvertiti a favore di Teheran. Grazie agli americani, è venuto a mancare il baluardo iracheno del regime di Saddam Hussein; grazie alla Russia, il regime alauita di Assad, sostenuto dall'Iran, è vincitore almeno nella parte occidentale e mediterranea della Siria; gli houthi sciiti, pure appoggiati da Teheran, hanno preso il controllo di buona parte dello Yemen. L'accordo nudeare con l'Iran, per importante che sia per Europa e Stati Uniti (anche se Donald Trump non è d'accordo), non offre alcuna rassicurazione nei confronti di un espansionismo iraniano che fa leva anche sulle molte minoranze sciite in tutta la penisola. Bisogna pensarci da soli. Modesta nel nome (Alleanze e Coalizioni Militari in Medio Oriente) la conferenza che si è tenuta in Bahrein il 16-17 ottobre, ha presentato il progetto di alleanza sunnita con un doppio messaggio. Ad americani ed europei, che avevano una significativa presenza espositiva nell'industria della difesa (l'Italia era presente con la Divisione Sistemi Difesa di Leonardo), offre piena solidarietà nella lotta contro il terrorismo della prossima generazione, postcaliffato. Sauditi, Egitto, Paesi del Golfo sembrano finalmente riconoscere che il terrorismo è un nemico senza se e senza ma. La coalizione in fieri è infatti battezzata Coalizione Militare Islamica per Combattere il Terrorismo; e alla guida è stato chiamato un generale pakistano, Raheel Sharif, con esperienza sul campo. Il secondo messaggio, meno esplicito è il contrasto all'espansionismo iraniano nel Golfo. Nella regione e fra Paesi sunniti è un collante potente. Se la nuova alleanza saprà assorbire dalla Nato lo spirito genuinamente solidale e difensivo, e dare priorità alla deterrenza sull'intervento, l'effetto sarà stabilizzante. La strada è lunga, ma il passo può essere nella direzione giusta.

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