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Il Manifesto Rassegna Stampa
29.05.2018 Sul Manifesto due pezzi che demonizzano Israele
Di Michele Giorgio, Alberto Negri

Testata: Il Manifesto
Data: 29 maggio 2018
Pagina: 11
Autore: Michele Giorgio - Alberto Negri
Titolo: «Una nave palestinese sfida il blocco israeliano di Gaza - La narrazione tossica di Gaza e della storia palestinese»
Riprendiamo dal MANIFESTO di oggi, 29/05/2018, a pag.11, con il titolo "Una nave palestinese sfida il blocco israeliano di Gaza" il commento di Michele Giorgio, a pag. 15, con il titolo "La narrazione tossica di Gaza e della storia palestinese", il commento di Alberto Negri, preceduti dai nostri commenti.

Ecco gli articoli:

Michele Giorgio: "Una nave palestinese sfida il blocco israeliano di Gaza"

Michele Giorgio scrive oggi il solito articolo di demonizzazione di Israele e difesa totale del terrorismo arabo palestinese, mai definito come tale. "E' tutto il popolo di Gaza che lotta", scrive Giorgio, "per spezzare l'assedio e l'apartheid". Lotta contro chi? Chi li manda a morire investendo in armi invece di preoccuparsi delle loro condizioni di vita?

Ecco l'articolo:

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Michele Giorgio

 

 

Undici malati gravi, quattro studenti, due disoccupati, un medico e un infermiere saliranno questa mattina a bordo di un peschereccio malandato di Gaza e proveranno a prendere il largo, diretti verso Cipro, o la Turchia, magari l'Europa.

Undici malati gravi, quattro studenti, due disoccupati, un medico e un infermiere saliranno questa mattina a bordo di un peschereccio malandato di Gaza e proveranno a prendere il largo, diretti verso Cipro, o la Turchia, magari l'Europa.

LA META IN FONDO conta poco. L'importante è segnalare al mondo la volontà della gente di Gaza di spezzare l'assedio che dura da 12 anni. Sanno però che il loro viaggio terminerà subito, già davanti alla costa di Gaza dove saranno certamente intercettati e bloccati con la forza dalle motovedette della Marina israeliana che attua un rigido blocco navale del piccolo territorio palestinese. II loro destino è la detenzione in Israele. Ma le cose potrebbero andare molto peggio. «Ci auguriamo che gli israeliani non facciano uso della forza contro ammalati e civili che vogliono solo rappresentare la popolazione di Gaza che chiede la libera», ci diceva ieri Adham Abu Silmiya, portavoce del Comitato nazionale contro l'assedio di Gaza, già promotore della Grande Marcia del Ritorno in corso dal 30 marzo a ridosso delle linee con Israele. Per il governo Netanyahu non ci sono dubbi. Anche questa iniziativa contro il blocco sarebbe una manovra del movimento islamico Hamas per continuare la guerra di attrito con Israele e compiere attacchi.

«SONO ACCUSE FALSE - ha spiegato Abu Silmiye — Nel nostro comitato sono incluse tutte le forze politiche palestinesi, dentro c'è anche Hamas ma non è una iniziativa solo di Hamas. E’ tutto il popolo di Gaza che lotta lungo i confini terrestri e ora anche marittimi per spezzare l'assedio. E’ una lotta di persone comuni contro l'ingiustizia e per aprire un canale di comunicazione con il resto del Mediterraneo. Per questo ci aspettiamo che il mondo vigili e impedisca a Israele di usare domani (oggi) violenza con la nostra nave, come fa ogni giorno contro i pescatori di Gaza». Nessuno può prevedere come andranno le cose questa mattina quando l'imbarcazione palestinese salperà dal piccolo porto di Gaza, nei giorni scorsi preso di mira dall'aviazione israeliana per distruggere presunte barche «della marina di Hamas».

ISRAELE INTANTO si prepara a costruire un nuovo "muro", questa volta in mare. Sarà eretta una barriera sottomarina, tra le acque territoriali dello Stato ebraico e quelle di Gaza. Per i comandi militari israeliani spegnerà qualsiasi presunta velleità di Hamas di compiere attacchi dal mare, così come quella di cemento armato e acciaio in costruzione intorno a Gaza Adham Abu Silmiya metterà fine, sostiene, alla costruzione di gallerie sotterranee da parte del movimento islamico. Il rischio più concreto è che questa barriera sottomarina più che «impedire gli attacchi» finisca per chiudere Gaza ancora di più nella morsa del blocco.

LA PARTENZA oggi di una, forse più, imbarcazioni palestinesi, coincide con l'ottavo anniversario dell'assalto in acque internazionali da parte di un commando israeliano al traghetto Mavi Marmara diretto a Gaza, in cui rimasero uccisi dieci attivisti turchi. Ankara lo denunciò come un «atto di pirateria» e ruppe le relazioni con Israele riallacciandole solo dopo un deciso intervento Usa. Relazioni che stanno ora vivendo una nuova lacerazione a causa delle tensioni causate dal trasferimento dell'ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme. In queste settimane inoltre è in corso una nuova missione della Freedom Flotilla (FF) che sta inviando una nave a Gaza, la Awda, sempre allo scopo di rompere il blocco navale israeliano. La Awda per il momento resta lungo le coste europee e dovrebbe tentare di raggiungere Gaza verso la fine di luglio. Anche in questo caso è scontato un atto di forza della Marina israeliana. Da parte sua la FF annuncia che altre tre navi seguiranno la Awda.

QUATTROMILACINQUECENTO paia di scarpe «per portare la tragedia di Gaza alle porte del Consiglio europeo» è l'iniziativa tenuta ieri a Bruxelles da Avaaz — rete che accoglie petizioni da oltre 47 milioni di attivisti — in occasione del Consiglio Affari esteri Ue. Da ogni parte d'Europa hanno donato un paio di calzature per ogni palestinese di Gaza ucciso e 425mila cittadini europei hanno sottoscritto la petizione globale che chiede ai leader del mondo e ai ministri degli esteri di sanzionare Israele. «Quello che succede in Palestina è una moderna apartheid», ha scritto Christoph Schott, responsabile della campagna. Intanto ieri la 117esima vittima a Gaza. In un raid israeliano contro una presunta postazione di Hamas è stato ucciso Ahmed Rabea, 25 anni.

Alberto Negri: "La narrazione tossica di Gaza e della storia palestinese"

Alberto Negri, dopo Sole 24 Ore, Repubblica e Espresso, sbarca al Manifesto. Un approdo naturale, visto quello che scrive oggi in un articolo di completa disinformazione. Negri sbrodola complimenti nei confronti di Michele Giorgio, "il primo tra i giornalisti italiani che si va a leggere la mattina per capire cosa succede" a suo dire. Come se non fosse sufficiente, scrive di "tiro al bersaglio" di Israele contro "poveri palestinesi" innocenti. Anche nel suo pezzo il terrorismo non compare. Ci auguriamo rimanga alla Pravda romana, che incanta solo i trinariciuti superstiti. Molto più dannosi all'informazione non manipolata le altre tre testate, che passano per 'equilibrate'. 

Ecco il pezzo:

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Alberto Negri

In direzione ostinata e contraria come avrebbe cantato De André, ci sono ancora intellettuali e giornalisti che continuano a ritenere il destino dei palestinesi (e di Israele) una questione centrale del Medio Oriente e della politica internazionale. Non solo. Come sottolinea Tommaso Di Francesco nell'introduzione al libro di Michele Giorgio e Chiara Cruciati Israele, mito e realtà—Il movimento sionista e la Nakba palestinese 70 anni dopo (Alegre, pp. 223, euro 15), la questione palestinese misura anche la dimensione della disgregazione europea e italiana della sinistra che ha, in gran parte, abbandonato il tema per lasciarlo ai margini di formule auto-assolutorie come «i due stati non sono più possibili», «il dramma palestinese è marginale rispetto al resto». Il che non è assolutamente vero: il doppio standard legale e umanitario applicato ai palestinesi, la violazione che continua da decenni delle risoluzioni Onu, è al centro di ogni questione mediorientale, segna anche il destino degli altri arabi, dei curdi, degli iraniani. Di tutti noi, come cittadini del mondo e di un Paese, il nostro, quasi mai sovrano e indipendente. Il doppio standard si moltiplica con sanzioni e embarghi, punendo in realtà non i regimi ma intere popolazioni. Tranne uno: Israele.

UN'ECCEZIONE giustificazionista che si traduce nella formula del «diritto dello stato ebraico a difendersi» e nel mantra irrinunciabile che «Israele è l'unica democrazia della regione», l'unica perché alle altre possibili non viene lasciata neppure una chance di esistere come nazioni, Paesi, stati e neppure come cittadini con diritti primari, come la casa e la terra dove si è nati. A meno che non si pensi, una volta seminate rovine ovunque, di trovare dall'altra parte, pronti ad aspettarci, degli allegri boy scout.

AL VECCHIO COLONIALISMO, del resto mai fuori moda e rivisitato con gli interventi «umanitari» e i raid aerei americani, francesi, inglesi o russi, se ne accompagna un altro di stampo più «moderno» e adatto mentalmente ai tempi: h Palestina, inghiottita in questi anni anche dalla guerra siriana, viene percepita dagli occidentali come un affare interno a Israele. Affari loro, in poche parole. Una tendenza che non riguarda soltanto le potenze occidentali ma anche la Russia di Putin che oggi nella mano tesa al premier Benjamin Netanyahu ne vede un'altra accarezzare il portafoglio perché Israele offre una sponda per aggirare le sanzioni imposte a Mosca dopo l'annessione della Crimea.

IL TIRO AL BERSAGLIO di Gaza da parte delle forze israeliane, in questa ottica, diventa dopo qualche giorno un evento trascurabile, così come lo spostamento dell'ambasciata Usa a Gerusalemme e il suo riconoscimento come capitale dello stato ebraico. È con questo atteggiamento che viene somministrata dai media un'informazione tossica che titola «battaglia a Gaza tra israeliani e palestinesi» quando, come scrive Tommaso Di Francesco nell'introduzione, si è trattato soltanto di un tragico tiro al piccione. In questa distorsione dei fatti i giornali italiani non temono concorrenza, persino i quotidiani israeliani appaiono a volte più obiettivi.

LA SINISTRA E IN GENERALE la politica europea hanno accettato il fatto compiuto e la stessa Shoah, sottolinea ancora Di Francesco, è stata usata strumentalmente, scaraventata addosso agli arabi a giustificazione di una storia in cui non hanno responsabilità. Una volta il contrasto a questa versione degli eventi si sarebbe chiamata contro-informazione, oggi si tratta semplicemente di informare così come fa da anni, tutti i giorni, Michele Giorgio, storico corrispondente in Medio Oriente de Il manifesto, per molti di noi il primo tra i giornalisti italiani che si va a leggere la mattina per capire cosa succede. Ne è la riprova la stima dei colleghi per la sua lucidità, intatta dopo tanti anni, e la tenacia nel districare il groviglio mediorientale. In questo libro, come in uno precedente sui 50 anni dalla guerra del 1967, si è scelto come compagna di viaggio Chiara Cruciati, che ha legato in maniera indissolubile la sua vita professionale alle vicende del Medio Oriente. Perché una volta saliti sulla «carovana dei martiri dell'informazione» non si scende più, come mi disse tanti anni fa con un sorriso ironico (ma non tanto) un amico palestinese.

IL CUORE DELLA QUESTIONE, a 70 anni dalla nascita nel 1948 dello stato di Israele e della Nakba, la catastrofe palestinese, è indicato con chiarezza dello storico israeliano Ilan Pappé in una lunga intervista sull'idea di Israele. «Il discorso sionista - dice - è fondato su basi fragili: la realtà non coincide con la narrazione». L'operazione fondamentale è stata assorbire la Palestina all'interno della storia europea: dalla Dichiarazione di Balfour sul focolare ebraico, passando per il piano di partizione del 1947, fino alla dichiarazione di Trump su Gerusalemme del 6 dicembre 2017, l'Europa e l'Occidente hanno incasellato la Palestina come una affare interno a Israele. «In questa visione i palestinesi _ afferma Pappé - in quanto arabi e musulmani sono visti come migranti non come nativi». Insomma i palestinesi, secondo questa versione, non riavranno indietro la terra - Israele intende la pace come accettazione da parte loro dello status quo - ma neppure hanno diritto a una storia. Eppure questa storia, prima del sionismo, c'era eccome, anche ben documentata come spiega lo storico Salim Tamari, docente di Harvard: «A fine Ottocento, la Palestina, parte dell'Impero ottomano, amministrata in due province autonome (una con riferimento a Gerusalemme) era composta per l'85% da palestinesi musulmani e per il 15% da palestinesi cristiani, ebrei e di altre confessioni religiose». Anzi quella dei palestinesi è una storia che in un secolo mezzo definisce sempre di più il loro sentimento identitario arabo e nazionale. Ma oggi a prevalere è la versione sionista degli eventi con una costate rimozione: nella terra promessa c'era un altro popolo che viveva lì da secoli. Di fronte a questa semplice e cruda verità ogni giorno si volta la testa dall'altra parte.

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