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La Repubblica Rassegna Stampa
22.10.2017 Alberto Stabile ignora i crimini contro i kurdi e i Peshmerga
sono i cattivi, meglio la coalizione guidata dall'Iran

Testata: La Repubblica
Data: 22 ottobre 2017
Pagina: 13
Autore: Alberto Stabile
Titolo: «Sauditi in missione segreta a Raqqa per 'comprare' un pezzo dell'ex Califfato»

Riprendiamo dalla REPUBBLICA di oggi, 22/10/2017, a pag.13, con il titolo "Sauditi in missione segreta a Raqqa per 'comprare' un pezzo dell'ex Califfato", l'analisi di Alberto Stabile.

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L'articolo di Alberto Stabile evita con accuratezza di riportare i crimini che le forze militari alle dipendenze dell'Iran stanno compiendo contro i Peshmerga e i kurdi in generale. Leggere in altra pagina di IC il pezzo di Fabrizio Cicchitto per rendersene conto. 

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Alberto Stabile

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Soldatesse Peshmerga, che fine faranno? A Stabile (Alberto) non interessa

BEIRUT. Una visita al limite della segretezza, niente fotografi, solo qualche fidato cronista confuso tra gli uomini del seguito. È stato questo il formato scelto da Brett McGurk, il proconsole di Donald Trump a Raqqa, nonché coordinatore della Coalizione internazionale creata dagli Usa per combattere lo Stato islamico, per accompagnare, giovedì scorso, il ministro saudita per gli Affari del Golfo, Thamer as Sabhan, in un sopralluogo inedito nell'ex capitale del Califfato appena liberata. I due diplomatici, figure centrali della partita siriana, hanno incontrato il Consiglio locale, creato dalle Forze democratiche siriane, la coalizione di milizie curde e arabe, in parole povere i vincitori che, con l'aiuto decisivo dell' aviazione americana e di otre 600 istruttori e consiglieri del Pentagono, hanno strappatola città all'Isis; il comitato per la Ricostruzione e il Consiglio degli anziani. Dopo il sangue, la morte e i feroci bombardamenti che, secondo l'Onu, hanno reso Raqqa "inabitabile" all'80 per cento, è venuto il momento di voltare pagina. L'Anno Zero che sempre segue la barbarie della guerra: la ricostruzione. Per la quale, secondo siti, blogger e giornali del Golfo, in base a un'intesa intercorsa fra Donald Trump e Re Salman, sarà il bancomat saudita a fornire il cash. Il ministro Thamer che nella nomenclatura saudita ricopre un ruolo più politico-propagandistico che economico è venuto a confermare le voci. Gli Usa, infatti, non sembrano avere voglia di impegnarsi economicamente più di quanto non fanno partecipando alla coalizione. «Garantiremo la nostra assistenza, e il nostro controllo per riportare a Raqqa l'acqua e la luce, ma la governance (il governo, inteso nel senso più ampio, ndr) quella è una cosa che interessa tutte le nazioni», ha detto il Dipartimento di Stato. «Tutte le nazioni», par di capire, ma non Damasco che, invece, rivendica la sovranità su tutto il territorio siriano. È evidente, come conferma la visita del ministro saudita su invito di McGurk che, dopo la vittoria sull'esercito jihadista, le Forze democratiche siriane, longa manus della Coalizione internazionale a guida americana, hanno stabilito di fatto una sovranità parallela sull'area di Raqqa. La novità si può leggere come un primo passo verso la spartizione (o forse è meglio dire cantonizzazione ) della Siria. Intanto Ryad pagherà parte dei danni che secondo alcuni analisti lei stessa ha provocato. Nelle ultime settimane, pur riconoscendo in Trump un presidente intenzionato a porre rimedio a quelli che agli occhi dei sunniti appaiono i "guasti prodotti da Obama" in Medio Oriente, come l'accordo sul nucleare iraniano interpretato come un cedimento al loro principale nemico, l'Arabia Saudita aveva praticato una storica apertura alla Russia, con la visita di re Salman a Mosca. Adesso con la promessa di farsi carico della ricostruzione di Racca, il pendolo saudita volge nuovamente in direzione degli Usa. Ma se è vero che Putin è il principale alleato e protettore di Assad, è altrettanto vero che Assad non è il principale nemico dei sauditi. Il principale nemico dei sauditi è il regime degli Ayatollah, quindi è lì che Putin ha il suo ristretto spazio di manovra tra Ryad e Teheran. Restano le profonde ferite di Raqqa, città di 200.000 abitanti che hanno pagato il prezzo imposto dalla tattica militare americana dell'"annichilimento": circondare il nemico asserragliato nel centro e impedire ai foreign fighters di rompere di fuggire. Questo ha comportato il bombardamento continuo della città. E tuttavia la battaglia è finita solo dopo che è stato raggiunto l'accordo che ha permesso ad alcune centinaia di jihadisti di lasciare Raqqa.

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