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Il Giornale Rassegna Stampa
10.01.2017 Islamici in Italia, ecco i dati: uno su quattro vuole la 'guerra santa', uno su due l'imposizione della sharia
Analisi di Gian Micalessin

Testata: Il Giornale
Data: 10 gennaio 2017
Pagina: 13
Autore: Gian Micalessin
Titolo: «Ecco il volto dell'islam italiano: 'Sì alla violenza in nome di Dio'»

Riprendiamo dal GIORNALE di oggi, 10/01/2017, a pag. 13, con il titolo "Ecco il volto dell'islam italiano: 'Sì alla violenza in nome di Dio' ", l'analisi di Gian Micalessin.

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Gian Micalessin

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Musulmani in preghiera di fronte al Duomo di Milano

Il dato più inquietante lo sta facendo rimbalzare, nel silenzio un po' attonito del mondo politico e dei media italiani, il ricercatore Michele Groppi, un pallavolista convertitosi, dopo gli studi a Londra e in Israele, alla ricerche sulla radicalizzazione all'interno della comunità islamica italiana. Secondo la tesi preparata da Groppi per il King's College di Londra il 24% dei circa 440 musulmani italiani interpellati nel corso di oltre tre anni di ricerche «sostiene la violenza in nome di Dio» e il 30% crede che «chi offenda l'Islam e i suoi principi debba essere punito». Ma non solo. Il 20% degli individui incontrati da Groppi nel corso del suo studio abolirebbe il crocefisso e le recite di Natale nelle scuole mentre il 44% rimpiazzerebbe volentieri la nostra morale con quella islamica. Il dato più sconcertante a livello di sicurezza è sicuramente quello riguardante la propensione alla violenza.

Se proiettato su una popolazione di circa 1 milione 700mila musulmani presenti in Italia il dato ci costringerebbe a fare i conti con 400mila individui pronti a giustificare la violenza nel nome di Allah e del Corano. E a questi andrebbero aggiunti gli oltre 500mila convinti della necessità di castigare o condannare chiunque non si attenga ai propri principi religiosi. Michele Groppi sentito al telefono dal Giornale - pur definendo «teorica» una proiezione su scala nazionale del dato - difende la natura «statisticamente significativa» del campione su cui ha lavorato. «I dati sono maturati nel corso di tre anni e mezzo di lavoro durante i quali ho fatto sondaggi in 15 città italiane e girato per moschee, scuole e mercati lavorando su un campione quanto più eterogeneo possibile di oltre 440 persone e realizzando 200 passa e interviste. Quello utilizzato è un campione assolutamente significativo formato in base all'analisi demografica della popolazione musulmana in Italia. Anzi volendo considerare quanti si sono rifiutati di rispondere alle domande dovrei dire che la situazione rischia di essere più seria di quanto appare».

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Anche i dati sulla propensione ad abolire crocefissi e feste cristiane nelle scuole italiane, rivendicata da oltre un quinto dei musulmani intervistati, appaiono assai poco rassicuranti. Soprattutto se a questi s'aggiunge un 44% d'individui 748mila volendo azzardare un'altra «teorica» proiezione - convinti della necessità d'introdurre anche nel nostro paese i precetti islamici soppiantando quelli della tradizione giudaico cristiana e della democrazia. «Se uno vuole rimpiazzare con una propria morale quella della società che lo accoglie diventa difficile creare una società coesa e questo rischia inevitabilmente di creare delle divisioni», ammette il ricercatore. Ma l'elemento più rilevante e più pericoloso messo in rilievo dalla tesi di Groppi è il diffuso permanere all'interno della comunità islamica italiana di mentalità che sostengono apertamente l'intolleranza e la violenza.

«È un fenomeno molto simile a quello osservato negli anni 70 tra le fila comunisti italiani quando una parte dei militanti del Pci continuava tacitamente a sostenere la violenza delle Brigate Rosse. Molti individui sia islamici sia non islamici giustificano la propensione all'intolleranza o alla violenza con teorie legate razzismo, all'emarginazione e alla discriminazione, ma il mio studio dimostra chiaramente che a livello inferenziale la variabile più rilevante è quella ideologica. Non dico che la discriminazione o il risentimento verso le politiche occidentali non esistano e non creino problemi, ma esiste probabilmente una ragione interna, una lotta ideologica interna all'Islam che in qualche modo divide la comunità e spinge una parte di essa verso l'accettazione di alcune tesi». Nella conversazione con il Giornale il ricercatore è molto attento a ribadire come «l'acquisizione di idee radicali non determina necessariamente la violenza» e a far notare come la maggioranza della comunità islamica resti comunque estranea alla violenza e lontana da idee radicali. Un atteggiamento meno percepibile non appena lo studio s'incentra sulla valutazione di elementi critici come l'atteggiamento nei confronti di Israele o delle comunità ebraiche. L'antisemitismo all'interno della popolazione islamica italiana raggiungerebbe, infatti, vette oscillanti tra il 60 e l'80% mentre il 61% dei musulmani interpellati è convinto che «gli Ebrei controllino il mondo e siano responsabili di molti mali». Un segnale non esattamente incoraggiante. Soprattutto per una comunità di un milione e 700mila persone chiamata a rompere con estrema urgenza ogni forma di ambiguità e di connivenza con violenza e terrorismo.

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