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Corriere della Sera Rassegna Stampa
12.09.2017 'Collabora con gli israeliani': arrestato il regista libanese Ziad Doueiri
Cronaca di Valerio Cappelli, commento di Pierluigi Battista

Testata: Corriere della Sera
Data: 12 settembre 2017
Pagina: 47
Autore: Valerio Cappelli - Pierluigi Battista
Titolo: «Processato dopo Venezia - Maledizione mediorientale: non c’è pace per la cultura»

Riprendiamo dal CORRIERE della SERA di oggi, 12/09/2017, a pag. 47, con il titolo "Processato dopo Venezia" la cronaca di Valerio Cappelli; con il titolo "Maledizione mediorientale: non c’è pace per la cultura", il commento di Pierluigi Battista.

Ecco gli articoli:

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Ziad Doueri

Valerio Cappelli: "Processato dopo Venezia"

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Valerio Cappelli

 

 

Era in volo da Venezia a Beirut, Ziad Doueiri. È il regista di The Insult , per il quale alla Mostra di Venezia l’attore palestinese Kamel El Basha ha vinto come migliore attore. Non ha fatto in tempo a gioire, Doueiri, che si è ritrovato nei guai. È stato bloccato per una vicenda di quattro anni fa, relativa al film precedente. L’accusa: averlo girato in casa del nemico giurato, in Israele. La cassa di risonanza del Festival ha fatto riaprire il caso. La polizia lo attendeva alla dogana: «Passaporto». Ne ha due, libanese e francese (vive a Parigi). «Mi segua», gli ha detto l’agente. È stato arrestato e interrogato per tre ore dal tribunale militare (militare: non civile). Con una formula bizantina, come racconta il coproduttore francese Jean Bréhat, il regista è stato giudicato «colpevole non colpevole», una strana formula per l’ordinamento occidentale, «comunque è stato prosciolto». L’accusa era pesante, «collaborazionismo con Israele». Presto la vicenda si è conclusa: «I giudici hanno stabilito che non avevo alcuna intenzione criminale contro la causa palestinese — racconta il regista —, mia madre mi ha allattato con latte palestinese. Speravo che il riconoscimento a un attore palestinese —, dice il regista più celebre in Libano (è stato anche assistente di Quentin Tarantino) — potesse rasserenare gli animi e temperare il clima politico che si è creato nei miei confronti».

Alla conferenza stampa per The Insult si era cautelato: non è servito. Il giornalista israeliano Amir Kaminer, del quotidiano più influente del paese, Yedioth Ahronoth , gli pose una domanda. In maniera fulminea prese la parola la coproduttrice francese Julie Gayet, compagna dell’ex presidente Hollande. La legge in Libano proibisce che, in un’occasione pubblica, un libanese parli a un cittadino israeliano: si rischia fino a tre anni di carcere. «Il Libano è un paese complesso, pieno di contraddizioni e di passione. The Insult evoca il passato e il nostro presente — dice Doueiri —, ho fatto un film sulla giustizia». Di quella vera, ha fatto le spese lui. Alla cena gala della Mostra, al direttore Alberto Barbera è sembrato «ottimista e felice sulla ricomposizione delle polemiche. Mi sembra una forma di persecuzione nei confronti di un regista che ha mostrato di non essere un traditore, ma di capire le ragioni complesse di una situazione esplosiva, le ragioni di tutti». «Perché un regista che contribuisce a superare le divisioni ataviche viene processato da un tribunale militare? Perché il Libano da una parte lo candida per l’Oscar e dall’altra lo arresta?», si chiede Andrea Occhipinti della Lucky Red che il 7 dicembre farà uscire il film.

L’accusa si riferiva non a The Insult, ma al film precedente, The Attack , girato nel 2013 in Israele. La storia di un noto medico palestinese, apprezzato dall’establishment di Tel Aviv, che fa un’amara scoperta: la donna che si è fatta esplodere, facendo una strage, è sua moglie, palestinese. Un gruppo di integralisti musulmani libanesi non accetta l’idea che Doueiri abbia realizzato un film in Israele, e ha fatto pressioni sulle autorità giudiziarie. Il ministro della Cultura libanese, Ghattas Khury, ha espresso il suo sostegno al regista: «Bisogna rispettarlo e onorarlo». Tornato al Lido accanto all’attore che ha vinto la Coppa Volpi, Ziad si è imbarcato alla volta di Beirut per accompagnare l’uscita del film. La storia di The Insult non è così lontana dalla sua brutta avventura: una lite banale tra un cristiano e un palestinese finisce per infiammare l’intero Paese. «Sono stato ispirato da un incidente che mi è accaduto qualche anno fa». Sullo sfondo, la mancata riconciliazione nazionale dopo la guerra del 1990. «Non ci furono né vincitori né vinti», ricorda Ziad. Ha 54 anni, viene da una rinomata famiglia di avvocati, The Insult si svolge per due terzi in un’aula di tribunale.

Pierluigi Battista: "Maledizione mediorientale: non c’è pace per la cultura"

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Pierluigi Battista

È come se il regista Ziad Doueiri, nel percorso che da Venezia lo ha portato a Beirut, avesse compiuto un vertiginoso viaggio nel tempo, all’indietro però. Un tuffo nel passato, dalla libertà dell’arte e della cultura che per il suo film The insult nella Mostra veneziana del cinema aveva appena premiato come miglior interprete maschile l’attore Kamel el Basha, al regime autoritario e arrogante del Libano, dove il regista è stato arrestato (e poi rilasciato) con l’accusa grottesca di «tradimento». Sembra una maledizione: non appena il cinema, i libri, l’arte in genere suscita l’illusione di un regno se non ideale, almeno passabilmente decente, in cui la persecuzione ideologica, la protervia bellicista, la discriminazione, la smania censoria siano messe da parte nel mondo della cultura, subito la realtà si incarica di riferirci che un regista apprezzato debba essere minacciato perché nella messa in opera di un film ha osato girare alcune scene nell’odiatissimo, vituperatissimo, scomunicatissimo Stato di Israele. Il Libano avrebbe ben potuto gloriarsi del prestigioso riconoscimento veneziano, e infatti già nei vertici politici libanesi si era fatta strada di fare del film di Doueiri una bandiera nazionale per gli Oscar. Ma niente, ha prevalso l’istinto repressivo, la pulsione incoercibile alla guerra santa. Come se nella fornace del Medio Oriente non possa esserci mai pace, nemmeno una pace culturale, una tregua, un momento di respiro, e infatti un altro film premiato a Venezia, «Foxtrot», sta suscitando ardenti polemiche in Israele prima ancora di essere visto. Come se l’eccesso, la dismisura, la sproporzione di un fanatismo politico senza freni non potesse che agire così, arrestando all’alba un regista apprezzato nel mondo solo perché ha avuto l’imprudenza di oltrepassare un confine proibito. Una maledizione, appunto. Una tragedia politica che non conosce armistizi.

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