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Giovanni Quer
Israele: diritto e società
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Intervista a Ayman Sikseck 29/08/2016
 Intervista a Ayman Sikseck
di Giovanni Quer

E' molto lunga l'intervista di Giovanni Quer a Ayman Sikseck, ma è tempo bene investito, lo scrittore israeliano- vogliamo scriverlo senza aggettivi?- non è ancora tradotto in italiano, ci auguriamo che qualche editore intelligente, motivato anche dal fatto che in Israele è molto popolare, lo offra quanto prima ai lettori italiani.

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Ayman Sikseck

Intervista a Ayman Sikseck Ayman Sikseck, scrittore e giornalista israeliano, vive e lavora a Giaffa, la sua città natale. Ayman è famiglia araba musulmana, che lo ha incoraggiato a integrarsi nella società israeliana. Dopo una breve carriera da odontotecnico, Ayman studia letteratura all’Università Ebraica di Gerusalemme. Il suo primo romanzo, “A Giaffa”, pubblicato nel 2010 racconta di un giovane studente arabo di letteratura che divide il proprio tempo tra Giaffa e Gerusalemme e tra un’amante musulmana e un’amante ebrea. Dopo sei anni, il suo secondo romanzo, “Tishrin”: corrispondenze tra due fratelli, uno ricercatore di chimica e l’altro in prigione, conversazioni che non avvengono mai in tempo, e l’affannato tentativo di scoprire la verità sugli eventi che hanno cambiato il corso della storia famigliare dopo alcuni omicidi negli anni ’60. Dice appartenere alla “terza generazione dopo il ‘48”. Giovani spesso integrati, che parlano perfettamente l’ebraico ma che fanno della lingua araba, che suscita spesso paura e associazioni negative, un elemento d’orgoglio. La terza generazione dalla “Nakba”, come i palestinesi definiscono la creazione dello Stato di Israele, è fatta di militanti post-moderni spesso ispirati a un vecchio panarabismo che fa di Israele e del Sionismo il primo nemico per l’eguaglianza e spera in uno stato bi-nazionale; e anche di cittadini che si sentono israeliani, ma chiedono sempre più eguaglianza. L’amore per l’ebraico, che definisce la sua àncora, e per la letteratura israeliana è il motivo per cui ha prediletto la lingua ebraica, che è anche un atto politico: vuole parlare alla società israeliana di come vivono gli arabi, di cosa pensano, e di cosa parlano, non sempre però temi legati al conflitto o all’identità. Nel lavoro di giornalista scrive di società e cultura. Parla di pluralismo, e per questo è criticato per le sue posizioni che possono sembrare anti-sioniste o anti-israeliane. Seduti in un caffè di Giaffa durante l’intervista, si avvicina un signore e gli fa i complimenti, per i libri e per gli articoli. Mentre le reazioni ai suoi articoli su Facebook sono meno lusinghiere. Sempre più popolare, Ayman Sikseck tenta di definirsi un posto nella società israeliana che non esclude l’identità araba, e fa della “israelianità” un’identità pluralista che include non solo la maggioranza ebraica e la minoranza araba, ma il resto delle comunità che negli anni sono arrivati in Israele, come i russi, gli etiopi e ora i sudanesi. E per questo suo atteggiamento “assimilazionista” è attaccato anche dal pubblico arabo.

Quando hai incominciato a scrivere? Ho incominciato a scrivere da bambino, ma non immaginavo che gli scritti avessero un valore o che scrivere potesse diventare una professione. Scrivevo e poi buttavo via. Più tardi, alle superiori, una professoressa mi ha detto che scrivo bene, e che avrei dovuto pensare a cosa fare. Il desiderio di scrivere è cresciuto assieme alla lettura. Ho incominciato a leggere da giovane; ero un bravo studente ma avevo difficoltà nel fare amicizie e più leggevo più trovavo libri che mi emozionavano. Così ho capito che volevo riprodurre con le parole quelle stesse sensazioni che provavo quando leggevo – una sorta di magia che con le parole ti trasporta da un mondo a un altro.

Ci sono scrittori o libri che in quegli anni ti hanno portato verso la scrittura? “L’Amante” di A. B. Yehoshua è stato uno dei libri che più ho amato quando ero alle superiori, ed è anche una lettura obbligatoria a scuola. Se lo leggessi ora, avrei forse una reazione diversa. Mi farebbe innervosire e troverei problematica la figura del giovane arabo ingenuo che funge da servitore degli altri personaggi.

E oggi, Yehoshua è ancora una fonte di ispirazione per te? I suoi libri successivi e le sue idee politiche hanno cambiato il ruolo che aveva nella mia vita. Le sue posizioni sono diventate più di centro destra nel tempo ed io non mi identifico nelle sue idee sui palestinesi o sugli ebrei che vivono all’estero. E non credo che si possa separare la politica dallo scrittore.

Sei uno scrittore arabo, e il rapporto con l’ebraico non è sempre facile. Come mai hai scelto di scrivere in ebraico? Quando ho incominciato a scrivere, mi è venuto spontaneo scrivere in ebraico. Più tardi, la scelta dell’ebraico è stata critica, perché le cose di cui voglio parlare, cioè il quotidiano degli arabi in Israele, il rapporto con i palestinesi, è importante che siano accessibili alle persone in Israele, che facciano parte del discorso pubblico. Se vuoi dire qualcosa di importante in Israele e se vuoi che se ne parli, dev’essere in ebraico. E in questo modo non si esclude il pubblico arabo, che parla scrive e legge anche in ebraico, ma non è vero il contrario: in pochi parlano l’arabo.

È una domanda che ti pongono spesso? Sì e non capisco perché debba essere una questione così importante. Mi chiedono perché scrivo in una lingua che non è la mia lingua madre. Ma a ben vedere la letteratura ebraica contemporanea è iniziata proprio con scrittori che hanno scelto l’ebraico come lingua di scrittura, pur non essendo la loro lingua madre. Era anche un fine politico sionista di far rivivere la lingua, e di creare una letteratura israeliana. Alla fin dei conti però l’ebraico è una lingua adottata, e la letteratura israeliana è nata da persone che hanno voluto scrivere in ebraico, che amavano la lingua e l’hanno scelta. Per questo non penso sia strano che un arabo scriva in ebraico, come ci sono scrittori etiopi che scrivono in ebraico.

Te lo chiedo perché pur essendo l’ebraico la lingua principale di Israele e la lingua franca di tutte le comunità che costituiscono la società israeliana, c’è nella minoranza araba una certa difficoltà nel parlare ebraico e una tendenza a dissociarsi dalla lingua dei “sionisti”. Parlare o scrivere in ebraico ha un aspetto anche politico. Non sono sicuro che i giovani arabi in Israele vogliano distanziarsi dall’ebraico quanto invece vogliano avvicinarsi all’arabo. Si crede che nelle città miste entrambe le lingue abbiano uno status eguale, ma non è vero. La vita qui è in ebraico. Quindi non credo sia una volontà di dissociarsi dall’ebraico quanto un tentativo di recuperare la lingua araba che si sta perdendo.

E il tuo rapporto con l’ebraico? Ho da sempre amato la lingua ebraica. Non voglio politicizzare anche la lingua, soprattutto non in questo periodo in cui varie forze politiche tentano di ridefinire l’idea di “israeliano”, di “ebreo”, di “stato del popolo ebraico”. Tutte queste iniziative, compresa la proposta di legge che vorrebbe definire Israele stato nazione degli ebrei, tentano di limitare la definizione di israeliano in opposizione a quanto avviene nella realtà. Ci sono ebrei, arabi, russi, etiopi, sudanesi, e sono tutti israeliani che parlano ebraico. Questa situazione però genera paura tra le alte sfere della dirigenza politica, che vogliono limitare l’israelianità a coloro che sono ebrei dalla nascita, che giurano sulla bandiera, escludendo anche i convertiti all’ebraismo. Quello che non sono ancora riusciti a rubare è la lingua ebraica, che non ha ancora padroni; nessuno si è arrogato il diritto di proprietà della lingua ebraica, che per me è un’àncora, è l’ingresso all’israelianità.

Hai studiato letteratura a Gerusalemme. Come hai trovato la vita nella capitale rispetto alla tua natale Giaffa? L’università non rappresenta la città, in nessun posto. In più la facoltà di lettere è di solito una bolla che protegge, perché le persone si iscrivono per parlare di complessità, analizzare testi, leggere. Quando vivevo a Gerusalemme ho avuto la possibilità di conoscere persone straordinarie. Ho conosciuto una maestra di inglese di Shu’afat, che è stata mia compagna di corso. Mi raccontava che insegnava in una scuola fatta di lamiere; gli allievi alle volte non arrivano a scuola perché non ci riescono o alle volte perché un parente è stato ucciso e le forze dell’ordine non intervengono. Così ho capito che ogni gruppo in Israele, maggioranza o minoranza non importa, è cieco rispetto a altre forme di identità israeliana. Vivere a Gerusalemme è stato importante perché ho visto come i vari gruppi sociali vivono in maniera indipendente e divisa, e ogni aspetto diventa estremo. Forse è la sua santità, forse un insieme di cause mistiche la rendono più difficile per chi non ci è nato.

Il periodo che hai passato a Gerusalemme ha influenzato la tua identità politica? Non di preciso. Ho sviluppato la mia identità politica indipendentemente da Gerusalemme. I miei genitori hanno voluto che studiassi molte lingue, che avessi successo, che accettassi l’essere israeliano come loro non sono mai riusciti. Per questo ho attraversato una certa crisi, sviluppando rabbia per il loro atteggiamento e la loro educazione. Non mi hanno mai parlato del loro passato palestinese.

Vuoi dire che i tuoi genitori sono quasi assimilazionisti? Sì. Mi hanno voluto proteggere. E la mia rabbia era dovuta al fatto che mi sentivo come se mi avessero privato di qualcosa di importante. Allora mi definivo come palestinese, parlavo e leggevo quanto più potevo in arabo, mi identificavo con l’agenda politica del partito Balad.

Ma adesso ti definisci israeliano, cos’è cambiato? Con gli anni ho capito che non dev’essere una lotta tra identità israeliana e identità palestinese. E con gli anni ho capito anche i miei genitori, le loro speranze e il loro modo di vedere il mondo. Mio padre è nato prima del ’48, e mia madre nel 1948. Entrambi si sono svegliati un giorno e tutto è cambiato, all’improvviso hanno avuto un’altra carta d’identità e sono diventati cittadini israeliani. Per quanto possa tentare non riuscirò mai a capire cosa vuol dire diventare cittadini di un altro Paese nell’arco di una giornata.

Quindi tra palestinese e israeliano non c’è incompatibilità? Io mi definisco arabo cittadino israeliano, per due motivi. Anzitutto credo sia ipocrita definirsi palestinese. Io non vivo nel mio quotidiano quello che i palestinesi vivono. Io non devo passare un check-point per arrivare al lavoro; io non sono dipendente dalla benevolenza dello Stato di Israele per avere un po’ d’acqua; e io non vivo sotto regime militare 24 ore su 34 – benché ci sono persone che sostengono che vivere in Israele da arabo non è diverso. In secondo luogo, negli ultimi anni la parola “arabo” è diventata una parola con connotazioni negative. È la conseguenza di un processo voluto, per cui la parola “arabo” è seguita quasi sempre da: “pericolo, terrorista, ladro, costruzioni illegali, omicidio d’onore”, ecc. ecc. Questi sono i concetti associati all’idea di arabo perché è così che la parola viene usata nel quotidiano. Per questo è per me importante definirmi come arabo, questa è la mia identità: arabo, cittadino israeliano. Per quanto possa sembrare ambizioso, voglio neutralizzare la parola “arabo”, combatterne la mistificazione, renderla di nuovo una parola normale. È un progetto politico, a mio avviso.

Quando hai parlato della tua famiglia, hai fatto riferimento al ’48. Ciò di cui hai parlato è la Nakba, una parola che è molto controversa, usata come strumento politico. Ma c’è anche un altro discorso politico e storico sul 1948 che non vuole delegittimare né Israele né i palestinesi. Cosa pensi dello scontro politico sulla Nakba? Credo che sia stato Lieberman ad avanzare la legge sulla Nakba, che ne proibisce le celebrazioni nei luoghi pubblici. Poi ci sono state altre iniziative. Penso che sia la cosa migliore che sia capitata alla Nakba dal 1948. Mi ricordo che anch’io partecipavo alle manifestazioni sulla Nakba e posso dire che da quando la legge è stata approvata, il numero di giovani che partecipa agli eventi pubblici si duplicato se non triplicato. Nel momento in cui la Nakba è stata definita come un pericolo per lo Stato di Israele, come un qualcosa di cui aver paura e da proibire, ha fatto nascere in molti giovani arabi, prima disinteressati alla storia e alla politica, la volontà di riappropriarsi della identità palestinese. La legge sulla Nakba ha reso gli arabi più palestinesi, con più persone che partecipano a cerimonie, marce ed eventi in ricordo del 1948. E in questo mi identifico.

Gran parte della narrativa storica e politica che ruota attorno alla Nakba si rivolge anche alle politiche di Israele verso i cittadini arabi. Ti senti un cittadino svantaggiato? Nell’ottobre del 2000 ci sono stati degli eventi, conosciuti come “gli scontri dell’ottobre 2000”, che hanno colpito la popolazione araba. Era iniziata la seconda Intifada. I cittadini arabi hanno manifestato nei villaggi arabi contro le politiche militari dello Stato di Israele a Gaza. È stato uno dei pochi esempi in cui gli arabi di Israele si identificavano e manifestavano a favore dei palestinesi. La polizia israeliana ha sparato sulla folla e sono morte 13 persone. Avevo allora 15, 16 anni e per la prima volta mi sono sentito che sono un cittadino di serie B in Israele. Sapevo con certezza che gli stessi poliziotti non avrebbero sparato sulla folla se i manifestanti fossero stati ebrei. Mi sono sentito quasi spinto da Israele a sentirmi più palestinese e interessarmi di più a quello che succede in Cisgiordania e in Gaza.

La tua posizione è cambiata. Hai detto prima che ora ti definisci arabo, cittadino israeliano e parli di una israelianità di cui ti senti parte. Com’è giudicata questa tua posizione? Suscita opposizione. C’è che mi dice che non sono veramente israeliano. Ricevo mail in cui mi scrivono “vai a Gaza”, post su Facebook offensivi in risposta ai miei articoli. Per strada non mi è mai capitato, al contrario, di solito mi fermano persone che hanno qualcosa di bello da dirmi. Alle volte è chiaro che non leggono nemmeno quello che scrivo e si affrettano solo ad augurarmi la morte o il cancro. È diventato molto popolare augurare a qualcuno il cancro.

Per quali posizioni in particolare? In uno dei miei ultimi articoli ho scritto che anche gli arabi hanno paura degli attentati. Nell’ultima ondata di attentati a Tel Aviv mi sono ricordato di cos’è stato viaggiare in autobus durante la seconda intifada. Non importa se sei ebreo o arabo, perché se un autobus salta in aria non ti risparmia se sei arabo e i terroristi non ci pensano due volte anche se c’è un arabo sull’autobus. Secondo loro, noi arabi che viviamo in Israele siamo dei traditori. Le reazioni all’articolo sono state terribili.

E le reazioni del pubblico arabo invece? Anche lì ci sono reazioni miste. Molti hanno problemi con il fatto che scrivo in ebraico, che parlo ebraico senza accento, hanno problemi spesso con quello che dico e penso. Non mi sento di dover chiedere scusa perché scrivo in ebraico e non credo di dover chiedere scusa se parlo ebraico senza accento. Non mi interessa essere giudicato sulla base del mio apparire più o meno arabo. È molto frustrante e alle volte fa male.

Sei diventato molto popolare. Le persone ti fermano, com’è successo anche durante questa intervista, ti fanno i complimenti, quindi hai anche molti sostenitori. Sì, molti. E ogni volta è un’emozione. Credo sia anche dovuto al fatto che la gente vuole sapere cosa pensano e cos’hanno da dire gli arabi israeliani. La loro voce non è rappresentata. Il numero di “esperti” arabi, in qualsiasi campo, intervistati dai media israeliani è pressoché nullo. Anche quando si parla di arabi c’è un esperto che non è arabo. È per questo anche che ho scelto un titolo in arabo per il libro “Tishrin”, la parola araba per il mese “Tishrei”. È una parola araba che assomiglia alla parola ebraica, in caratteri ebraici.

Parte del motivo che all’estero si ama la letteratura israeliana, è che l’identità gioca un ruolo centrale. È così anche per i tuoi libri? Nel mio primo romanzo credo di sì. La storia di un ragazzo di Giaffa che studia a Gerusalemme, che non si trova tra i vari gruppi culturali. Lì l’identità giocava un ruolo fondamentale e la storia aveva un compito secondario. Nel mio secondo libro “Tishrin” i vari problemi legati all’identità hanno una parte molto importante, ma i discorsi sull’identità si esplicano nel racconto, che ha un ruolo preponderante. Gli arabi di Israele non è che stiano tutto il giorno a pensare cosa vuol dire essere arabo in Israele… abbiamo una vita fatta di amori, paure, lavoro, ansie, gioie. E di questo volevo parlare. Tutti i personaggi del mio secondo libro attraversano una crisi di identità, personale o politica. Ma quel che lega tutti i personaggi è un omicidio successo a Giaffa negli anni ’60. Il passato ritorna e perseguita il personaggio principale del libro. Lo stesso si può dire degli arabi in Israele, il passato ci insegue o alle volte siamo noi a inseguirlo.

È quel che si dice di Israele, che in fondo tutto qui è politica e identità. È proprio la vita che impone a tutti i cittadini, ebrei e arabi ad avere a che fare con l’identità. Qualsiasi discorso riconduce sempre a una scelta politica. Sei a favore o contro la legge sulla Nakba? Ogni posizione implica una scelta politica, non può mai essere un discorso astratto.

Quando parli di identità non è solo una questione di ebreo o arabo. La società israeliana è però molto più complessa, include aspetti religiosi, culturali, e anche di orientamento sessuale, di cui si parla molto in Israele. Quando c’è un conflitto nazionale, si vive il resto delle identità in maniera più complessa. Per me è stato difficile fare coming out, essere onesto sulla mia omosessualità. E credo che parte della mia difficoltà fosse dovuta anche alla mia identità nazionale poco definita. Per anni ho creduto che mia madre non mi avrebbe accettato, che le sarebbe stato difficile, che la avrebbe distrutta.

Perché è araba? Perché vuole nipoti, perché ha paura che io stia male, che io la veda star male. Ma quando gliel’ho detto, lo ha accettato. Non con grande gioia, ma lo ha accettato. Per me l’accettazione basta. Non deve essere una grande gioia, né una questione di cui si parla senza fine. Per anni ho pensato che avesse pregiudizi, ed è stata una buona scusa per non raccontarle di me. Alla fin fine, per quanto illuminato tu possa essere, i tuoi genitori ti conosceranno sempre meglio di quanto tu possa conoscere loro stessi.

Cosa ti ha portato allora alla decisione di fare coming out? Le bugie. Nascondere che sei omosessuale ti porta a raccontare bugie e inconsciamente ti abitui anche a dire bugie su altre cose. La menzogna si espande e ti conquista, diventa parte di te, di come incontri l’altro. Non per forza una volontà, ma è un modo di essere, un’abitudine. È questo che mi faceva più paura rispetto che dichiararmi omosessuale.

L’identità di genere è un elemento importante della tua attività? Non proprio. Mi sento completo, e per ora non sento il bisogno di parlare o trattare di omosessualità. Sono arabo, sono scrittore, e l’essere scrittore è parte della mia identità, sono musulmano, altro aspetto molto importante della mia identità, e anche omosessuale. Non sento che il mio essere omosessuale sia più importante dell’essere musulmano o arabo o scrittore.

In Israele l’identità di genere e l’orientamento sessuale sono questioni molto discusse. Forse mi criticheranno per quello che sto per dire, ma in Israele l’omosessualità diventa il centro della vita per chi è omosessuale dichiarato. Le feste, gli amici, le attività, le conversazioni tutto ruota per forza attorno a questo. È importante per me essere omosessuale, ma non più che altre questioni, come quella nazionale, religiosa, economica, non più importante del mio quotidiano.

Non è forse dovuto all’ambiente di Tel Aviv? Non credo. La vita a Giaffa è molto diversa. Ho vissuto qui 32 anni, e non ho mai visto due uomini passeggiare mano nella mano qui. Giaffa si sta aprendo, ci sono più persone dichiarate, ma ancora è difficile vedere una coppia gay per strada che si comporta come coppia. Non che sia pericoloso, ma non è piacevole; le persone ti fissano, parlano, fanno domande. Quando mi sono dichiarato a mia mamma hanno fatto un sacco di domande, è stato difficile.

Perché Giaffa ha una popolazione più conservatrice? Non che sia conservatrice da un punto di vista religioso. Le persone pensano che l’omosessualità sia un tabù, e per quanto sappiano che esistono, non vogliono “vedere” omosessuali per strada. Anche se lo sei, devi tenerlo per te.

Tu però non l’hai tenuto per te… Per nulla! Ne ho parlato in TV, ne parlo nelle interviste.

Giaffa non è Tel Aviv, hai detto. Più chiusa, benché stia cambiando. Vivere a Giaffa è diverso, anche se è così vicina a Tel Aviv. Non è semplice vivere qui da omosessuale. Le cose stanno cambiando, Giaffa si sta aprendo, anche se i cambiamenti di Giaffa non sono sempre positivi: Tel Aviv si sta espandendo verso Giaffa, con i grattacieli che si avvicinano e altri grattacieli che vengono costruiti sul mare, nascondendo la vista agli altri abitanti. Come il complesso Andromeda, completamente a se stante. Il processo di gentrificazione è sempre più veloce. I giovani se ne vanno perché non si possono permettere una casa qui a Giaffa e così anche parte della popolazione araba meno abbiente.

È un processo socio-economico molto simile a quello che attraversa anche Tel Aviv? Sì, ma a Giaffa ha anche un aspetto etnico. Non è un caso che siano in particolare gli arabi ad andarsene da Giaffa ed ebrei a stabilirsi qui. Non sono di certo arabi che vanno ad abitare nei nuovi appartamenti di lusso. E in questo processo socio economico che spopola Giaffa degli abitanti arabi c’è anche l’insediamento ebraico nel cuore di Ajami.

Ma come si collegano le due cose? L’insediamento ad Ajami è di un gruppo di ebrei religiosi che si insediano nelle città miste, con una visione ideologica simile a quella degli insediamenti in Giudea e Samaria. Sono due cose apparentemente diverse, ma legate. Semplicemente, i coloni hanno uno scopo dichiarato di aumentare la popolazione ebraica e far diminuire quella araba. Al contrario, il processo socio economico di gentrificazione può non essere un piano politico, ma alla fin fine ha lo stesso scopo.

Sembra di percepire che la vita qui sia una continua lotta. In un certo senso sì, e in generale in Israele non solo a Giaffa. Lotto per vivere in Israele, rivendicando il mio diritto di vivere qui, il diritto di dire quel che penso e quel che voglio. E ogni volta che dico qualcosa mi rinfacciano perché non potrei dire quel che dico o perché non sono abbastanza israeliano. Ci sono sempre tentativi di escludermi di mettermi da parte. Ogni giorno è una lotta per rivendicare il mio spazio.

E verso la comunità araba senti lo stesso bisogno di lottare? Certo, per le mie idee, perché scrivo in ebraico. Ho scritto un articolo durante la guerra “Margine Protettivo” in cui raccontavo del dolore di mia madre che ha famiglia a Gaza con cui non riuscivamo a metterci in contatto. Non sapevamo se stavano bene o no. E mia mamma guardava la TV in silenzio. A cosa pensava? Si sentiva impotente? Pensava ai suoi parenti? E allo stesso tempo avevo due amici che erano riservisti. Alla radio dicevano ogni giorno i nomi dei soldati morti in battaglia. E assieme all’immagine di mia mamma speravo anche che non leggessero i nomi dei miei due amici nella lista dei caduti. Per me le due forme di dolore e vicinanza si sono unite. Le reazioni del pubblico arabo sono state molto forti. Mi hanno dato del traditore, del venduto agli ebrei, dell’assimilato, mi hanno accusato di giustificare l’assassinio dei palestinesi. E la quantità di commenti è stata enorme; giorno dopo giorno.

Quindi sei scomodo per tutti in Israele? Una volta faccio innervosire gli ebrei, un’altra faccio innervosire gli arabi. Credo di fare la cosa giusta. Il giorno in cui tutti saranno d’accordo con me allora dovrò preoccuparmi perché vuol dire che ho messo di dire qualcosa di contenuto.

È possibile dire qualcosa senza infastidire nessuno in Israele? Nemmeno Peres, molto contenuto e neutrale, c’è riuscito. Forse è impossibile – Peres è un buon esempio. E io non voglio nemmeno provarci. Quando scrivo intendo pubblicare, e la tensione che si crea tra le parole e il lettore, che alle volte è una scarica elettrica, è ciò che rende il testo vivo. I commenti e le reazioni che mi arrivano sono anche molto positivi, che mi danno forza e volontà di continuare a scrivere.

Non sei il primo scrittore arabo che ha successo e scrive in ebraico. Hai un rapporto con altri scrittori arabi? Credo che Anton Shammas sia un modello per me. Il suo libro che ha scritto in ebraico è stato un enorme successo, molto colto. Dopo aver vinto un sacco di premi e aver partecipato a molti gruppi di dialogo tra ebrei e arabi ha smesso di credere nel dialogo, e se n’è andato da Israele in America, dove ora vive. Per me è un modello che dimostra che è possibile essere uno scrittore arabo che scrive in ebraico e di successo.

Tu vedi la tua vita qui? Non voglio lasciare Israele. Per quanto sia attraente l’idea di andarsene, e non importa dove, e non importa se sei ebreo o arabo, tutti gli israeliani se ne vogliono andare, io voglio restare. Sarebbe forse bello scrivere di Israele dall’estero. Ma credo sia molto più importante farlo da qui. Già si trovano sempre scuse per chiudere la bocca a chi ha una posizione critica: tu non sei nato qui, non puoi capire, non sei cresciuto qui, non hai fatto l’esercito, non sei ebreo ecc. Allora penso a che legittimità mi rimarrebbe se continuassi a scrivere fuori da Israele. E io voglio scrivere per gli israeliani. La mia vita è qui, questo è il mio quotidiano

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Giovanni Quer

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