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Ugo Volli
Cartoline
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La voce grossa e il piccolo bastone di Trump 10/10/2017
La voce grossa e il piccolo bastone di Trump
Cartoline da Eurabia, di Ugo Volli

A destra: Theodore Roosevelt e la politica del "big stick"

Cari amici,

sono passati poco più di nove mesi da quando Trump ha assunto la presidenza degli Stati Uniti. E’ presto per giudicarlo. Il favore con cui gli amici di Israele e coloro che credono nella libertà l’hanno accolto rimane. Ed è chiaro che la sua politica è stata frenata dagli ostacoli e dal sabotaggio vero e proprio che gli hanno opposto non solo gli avversari politici espliciti ma anche lo “stato profondo” le amministrazioni diplomatiche, militari e fiscali, i giudici di provincia, i governatori democratici, la stampa e i guru più o meno mediatici, perfino la rappresentanza repubblicana al Congresso. Ma anche fra gli amici inizia a circolare un certo scetticismo. Ce la farà Trump da solo a sconfiggere un’opposizione preconcetta così vasta? Ne ha davvero la forza e la volontà?

Una giornalista israeliana di origini americane, che oggi è probabilmente la più lucida commentatrice politica in Israele, Caroline Glick, ha parlato di recente con molta amarezza (http://www.jpost.com/Opinion/COLUMN-ONE-Trump-and-Obamas-third-term-506779) di questi mesi come di un terzo mandato di Obama. Certo, l'espressione è forte, ma è purtroppo credibile il concetto che le belle intenzioni espresse da Trump siano state vanificate dalla gestione pratica del potere da parte degli organi esecutivi dello stato e a un certo punto siano state anche lasciate cadere da Trump stesso. Un esempio è il trasferimento dell'ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme, deciso vent'anni fa da una legge votata dal Congresso e sempre negata con ordini presidenziali ogni sei mesi. E' un gesto non solo simbolico, perché sarebbe il riconoscimento dell'irrevocabilità della capitale di Israele. In campagna elettorale Trump aveva detto che si sarebbe comportato diversamente dai suoi predecessori e invece, spinto dal Dipartimento di stato, ha fatto la stessa cosa. E di recente ha dichiarato che intende ancora rimandare il trasferimento "per dare una speranza alla pace" (http://www.jewishpress.com/news/us-news/trump-in-huckabee-interview-first-peace-then-embassy-move/2017/10/08/), il che è molto grave, perché dimostra l'incomprensione del fatto che la pace si raggiunge non dando ai palestinisti il senso che possono avvicinarsi alla distruzione di Israele, ma esattamente al contrario, mostrando loro che non hanno speranza di farlo.

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Donald Trump

Qualcosa del genere rischia di accadere con il trattato nucleare con l'Iran, che Trump ha giustamente sempre condannato come Israele. Ma anche qui c'è bisogno per proseguirlo di una attestazione presidenziale ogni sei mesi che l'Iran sta comportandosi secondo gli accordi. Trump l'ha già data una volta e a giorni toccherà alla seconda certificazione. Il presidente ha detto che non ne è soddisfatto, ma non ha dichiarato che cosa vuol fare e tutti sono in attesa. Ma i ministri della difesa e degli esteri premono perché Trump prolunghi ancora il trattato che dà all'Iran i soldi e il riconoscimento necessario per proseguire il suo aggressivo imperialismo (http://www.israelhayom.com/opinions/the-new-persian-empire/), che anche un vecchio realista come Kissinger ha definito un pericolo gravissimo (https://www.algemeiner.com/2017/08/04/kissinger-warns-iranian-radical-empire-could-emerge-in-a-post-isis-middle-east/). E Netanyahu ha mantenuto in questi giorni un rigoroso silenzio sul tema.

Nel frattempo la Russia espande le sue alleanze, la Corea del Nord non smette le sue provocazioni, insomma la situazione politica internazionale continua a degenerare, senza che l'America faccia seguire i fatti alla voce grossa. Che Trump sia il contrario di quel che diceva Theodore Roosevelt un secolo fa: "Parla con voce dolce e tieni in mano un grosso bastone"? Speriamo proprio di no, sarebbe un disastro per tutti.

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