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Ugo Volli
Cartoline
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La cosa che non c’è (per fortuna) 16/08/2017
La cosa che non c’è (per fortuna)
Cartoline da Eurabia, di Ugo Volli

A destra: perché la pace è impossibile

Oggi, 16 agosto, non escono i quotidiani. IC esce ugualmente con la Cartolina di Ugo Volli.

Cari amici,

spero che mi vorrete perdonare se approfitto di questa pausa di silenzio dei giornali per parlarvi di una cosa che non c’è e del perché (per fortuna) non c’è. Sto parlando, se non l’avete indovinato, della mitica Trattativa fra Israele e Autorità Palestinese per arrivare all’altrettanto mitica Pace. Il cognato di Trump e suo principale consigliere Jared Kushner, il rappresentante speciale degli Usa per le trattative internazionali Jason Greenblatt, e la vice consigliere per la sicurezza nazionale Dina Powell stanno arrivando di nuovo in Israele per un nuovo ciclo di consultazioni in cui coinvolgeranno l’Arabia, gli emirati del golfo, l’Egitto, perfino il Qatar, oltre ai diretti interessati variando solo di poco una liturgia che dura da trent’anni (http://www.israelhayom.com/site/newsletter_opinion.php?id=19681), il cui obiettivo è verificare se ci sono le condizioni per riaprire un negoziato che ha dato gli ultimi sussulti tre anni fa, ma è cadavere dai tempi remoti in cui Arafat disse di no a Clinton e Barak (1999-2000) e poi Abbas ripeté il no a Olmert (2008).

Naturalmente Israele, per bocca di Netanyahu ha accolto favorevolmente gli inviati di Trump ed ha dichiarato la disponibilità di Israele (http://www.jpost.com/Israel-News/Politics-And-Diplomacy/Netanyahu-Israel-welcomes-US-efforts-to-ignite-peace-process-502277), ma l’Autorità palestinese ha prima dichiarato di non volere Kushner come mediatore, perché troppo vicino a Israele (http://www.jpost.com/Israel-News/Politics-And-Diplomacy/Top-PLO-official-to-Post-Kushner-cannot-broker-peace-with-Israel-501569); aveva già rifiutato nel giro diplomatico precedente di qualche mese fa con lo stesso pretesto l’ambasciatore David Friedman, ma si è dovuta rimangiare il veto, come farà questa volta. E’ chiaro però che, se mai lo è stato per un momento, il rapporto fra Autorità Palestinese e Amministrazione Trump non è più affatto cordiale (https://www.gatestoneinstitute.org/10830/palestinians-us-mediation), tanto che i suoi dirigenti si sono messi a polemizzare con le “interferenze” del Congresso americano (https://www.algemeiner.com/2017/08/14/plo-denounces-us-congress-over-taylor-force-legislation-affirms-that-ending-terror-salaries-would-be-unacceptable-act/). Insomma, tocca a loro sperare che l’amministrazione cambi, come ha dovuto fare Israele per gli otto anni di Obama.

Poi ha dichiarato che non vale la pena di parlare con Netanyahu, visto che è indiziato in un’inchiesta giudiziaria (http://www.jpost.com/Israel-News/Palestinian-Official-rejects-future-talks-with-Netanyahu-as-futile-502271) e già con Olmert si erano raggiunti degli accordi che poi sono stati vanificati dalle sue dimissioni. Peccato che questa sia una pura menzogna, dato che lo stesso Abbas altre volte si era assunto la responsabilità di non aver accettato le offerte di Olmert (http://www.timesofisrael.com/abbas-admits-he-rejected-2008-peace-offer-from-olmert/). Per chi non avesse colto il messaggio implicito (“no, no e ancora no”), ci sono state delle dichiarazioni ancora più esplicite: i palestinisti non sono affatto interessati a riprendere i negoziati e progettano invece di far ripartire la loro “intifada diplomatica” contro Israele (http://www.israelhayom.com/site/newsletter_article.php?id=44513).

La ragione di questo atteggiamento è semplice: i palestinisti danno della trattativa una definizione diversa da quella corrente: se per le persone normali “la negoziazione si fonda su una attività di scambio, che genera appagamento degli interessi di quanti coinvolti senza sacrificio di nessuno” (https://it.wikipedia.org/wiki/Negoziazione) per i palestinisti il solo negoziato possibile è quello in cui i loro desideri sono accolti senza dare nulla in cambio o per essere ancora più espliciti, la trattativa è concepita da loro come il teatrino in cui devono avvenire i cedimenti di Israele: la liberazione dei terroristi condannati dopo regolare processo, la cessione di terre che non sono mai state loro e che Israele ha conquistato col sangue dei suoi soldati difendendosi da guerre di aggressione degli stati arabi circostanti e così via. Guardate per esempio che cosa chiedono adesso agli americani sotto il nome di “misure di buona volontà”, solo per aprire le trattative: http://www.israelhayom.com/site/newsletter_article.php?id=44591.

Purtroppo a questa concezione della trattativa come cedimento di Israele fino a un suicidio prossimo venturo hanno creduto gli antisemiti che hanno spesso retto le politiche estere dei paesi europei e dell’America. E ancora più sfortunatamente questa sciagurata idea che la trattativa sia pura concessione ha preso piede in Israele a partire dagli ambienti di ultrasinistra che indussero Rabin ad accettare gli accordi di Oslo, che hanno trapiantato un’organizzazione terroristica come l’Olp sui territori di Giudea e Samaria governati allora da Israele. Il risultato di questa delirante concezione del negoziato è che da allora su Israele si è scaricata una pressione terribile perché rinunciasse alle ragioni della propria stessa sopravvivenza per “promuovere la pace”, fare cioè quel che volevano i palestinisti.

Risultati immagini per trattative di pace israele
Bill Clinton con Yitzhak Rabin e Yasser Arafat (1993)

I quali per fortuna hanno una cultura politica estremista e intollerante, sicché invece di mangiare le fette di torta che sono state loro via via offerte, si sono fermati alle prime due (gli accordi di Oslo e Oslo 2), rifiutando in seguito qualunque risultato, anche quando Barak e Olmert hanno offerto loro su un piatto d’argento il ritiro di Israele dal territorio storico del popolo ebraico che – guarda caso – è anche la condizione militare di sicurezza per lo stato ebraico. Accecati dall’odio hanno rifiutato quelle offerte: per fortuna, dobbiamo dire noi oggi, perché se no sarebbero maturate le condizioni per un pericolosissimo disastro. E per fortuna sono loro a rifiutare una trattativa in nome del tutto o niente (dove, non facciamoci illusioni, il tutto include la distruzione totale dello stato di Israele, la sua sostituzione con l’ennesimo incubo di terrorismo e guerra civile in stile libico o siriano, e possibilmente il genocidio degli ebrei che non saranno riusciti a scappare). Per fortuna la trattativa non c’è e non c’è quella pace che, come disse una volta Tacito, sarebbe solo il nome del deserto.

Vengano Kushner, Grenblatt e gli altri uomini di buona volontà. Se proporranno una trattativa vera, un “do ut des” i palestinisti rifiuteranno, con lo stesso giubilo che accolse lo stupidissimo no di Arafat a Camp David, diciassette anni fa. Se rilanceranno solo le esigenze dei palestinisti, sarà Israele a dire no, perché ha imparato la lezione di Oslo, e tiene la sinistra accuratamente lontana dal governo, non avendo la minima voglia di suicidarsi. Andrà avanti però il solito teatrino, perché alle nazioni del mondo conviene dire che “cercano la pace in Terra Santa” (a spese di Israele, naturalmente). E gli attori locali, Israele e l’Autorità Palestinese usano le trattative che non ci sono come schermo per parare le pressioni che per diverse ragioni si esercitano come loro. Un rituale insensato, ma che serve a mascherare i rapporti veri.

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