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Ugo Volli
Cartoline
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La verità sta altrove 15/03/2017
La verità sta altrove
Cartoline da Eurabia, di Ugo Volli

Cari amici,

qui ci occupiamo di stampa e cerchiamo di riflettere su quel che dice su Medio Oriente, Islam, Europa; di conseguenza dobbiamo anche cercare di capire e di raccontare le sue trasformazioni strutturali, il modo di elaborare e trasmettere le notizie. Bene, c’è una grande trasformazione in corso, dovuta ai nuovi media e in particolare ai social. Negli ultimi dieci anni i quotidiani italiani hanno perso il 40% delle loro vendite, colossi una volta solidissimi e inattaccabili come il “Sole 24 Ore” sono indagati dalla magistratura per aver truccato la loro diffusione, in una situazione economica disastrosa, col direttore sospeso e i vecchi dirigenti incriminati. Nel resto del mondo le cose non vanno meglio. La maggior parte delle persone non trae più le proprie informazioni dalla stampa e sempre più nemmeno dalla televisione, ma ricorre al web e in particolare ai social media, che non presentano però un’offerta informativa organica, ma rispondono direttamente agli interessi delle persone, con effetti “bolla” (http://www.lafeltrinelli.it/libri/eli-pariser/filtro-quello-che-internet-ci/9788842817741) e “camera a eco” (https://www.francoangeli.it/Ricerca/scheda_libro.aspx?CodiceLibro=666.9, http://www.corriere.it/italia-digitale/notizie/come-nasce-si-alimenta-disinformazione-online-brexit-54f63db8-9ece-11e6-a6dc-5f117ed55cf3.shtml), che sono oggi studiati con attenzione da scienziati sociali e informatici.

Queste ricerche mostrano che le “camera a eco” del web, in cui ciascuno riceve solo le informazioni che gli piacciono, cioè che confermano i suoi pregiudizi, produce “polarizzazione” cioè favorisce l’estremismo e rende difficile il dialogo, come nel tifo calcistico. Manca la “sfera pubblica” del dialogo, in cui come nelle piazze (vere, non virtuali) delle nostre città, ciascuno deve fare i conti con gli altri che la pensano in maniera diversa e i fatti si impongono sulla partigianeria. Di fronte a questa situazione si apriva una grande occasione per i media tradizionali, cioè interpretare proprio questa piazza e salvare i fatti, che dovrebbero essere la base delle notizia. Cioè sforzarsi di essere imparziali, di applicare quelle che una volta si chiamavano le regole del giornalismo anglosassone.

Be’, non è accaduto. Non solo da noi, dove il giornalismo anglosassone non è mai stato di casa e i giornali sono sempre stati o “di partito” o giornali-partito come “Repubblica” (e i suoi giornalisti simbolo lo ammettono tranquillamente: http://www.europaquotidiano.it/2013/07/25/michele-serra-su-repubblica-siamo-un-giornale-partito-per-supplenza/). Ma anche all’estero, dove i giornali che pretendono di essere “di qualità” (per esempio “Le monde”, “El Pais”, “The Guardian”) sono tutti schieratissimi e dalla stessa parte di “Repubblica”. E soprattutto negli Stati Uniti, la patria del giornalismo anglosassone. Tradendo un’antica rivendicazione all’imparzialità, i principali giornali americani hanno preso parte attiva alla campagna elettorale e guidano oggi la “resistenza” a Trump, che il partito democratico, intendendo più correttamente di loro la dialettica democratica, ha progressivamente rinunciato a svolgere, o almeno a interpretare come un confronto frontale. Il “New York Times”, in particolare, ha teorizzato in piena campagna elettorale la rinuncia alla obiettività, ai “fatti separati dalle opinioni”, al “vecchio manuale delle regole giornalistiche” (https://www.nytimes.com/2016/08/08/business/balance-fairness-and-a-proudly-provocative-presidential-candidate.html) per trasformarsi in un ossessivo discorso propagandistico, da vecchio agit-prop comunista. E non ha più smesso.

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Un esempio clamoroso è quello della denuncia fatta da Trump di essere stato spiato durante la campagna elettorale. Lo stesso giornalista, proprio la stessa persona, che un paio di mesi fa aveva tirato fuori la notizia che c’erano delle intercettazioni della sua campagna elettorale, presentate da lui come compromettenti contro Trump, ora che il presidente denuncia di essere stato spiato, nega che queste intercettazioni ci siano mai state (http://www.israelnationalnews.com/News/News.aspx/226311). Lo stesso “Washington Post” che accusa Trump di complotti con i russi (evidentemente mai avvenuti, perché gli apparati di spionaggio e i vecchi procuratori federali, che sono antitrumpiani e allineati con l’amministrazione Obama che li ha nominati, non sono mai arrivati neppure a una denuncia formale), accusa Trump di aver dato la stura al complottismo (http://www.ilpost.it/2017/03/12/trump-complottismo/). Gli ebrei americani aderenti al partito democratico hanno provato ad accusare Trump e i suoi consiglieri di essere antisemiti perché nemici del loro partito (http://www.israelnationalnews.com/Articles/Article.aspx/20267); ma allo stesso tempo il giornalismo “bene informato” dell’agenzia di stato tedesca ha rivelato con scandalo che era stato messo al potere dalla lobby ebraica (http://www.jpost.com/Diaspora/German-News-Agency-regrets-antisemitic-conspiracy-about-Trump-481508). C’è stato lo scandalo montato dei procuratori federali licenziati: sono cariche politiche che cambiano con l’amministrazione, ed è sempre successo così, anche con gli altri presidenti. Solo che lo stesso giornale e lo stesso giornalista che nel caso di Obama parlava di “sostituzione” dei procuratori, per Trump presenta la cosa come “espulsione” (https://twitter.com/TEN_GOP/status/840673721123708928/photo/1), naturalmente con la complicità dei più fanatici fra loro come quello di New York (http://www.dagospia.com/rubrica-3/politica/dose-quotidiana-fake-news-grande-scandalo-rimozione-143369.htm).

Si potrebbe continuare a lungo, ma non ce n’è bisogno, sono cose cui i nostri giornali ci hanno abituato largamente e che riscontriamo ogni giorno su Israele e sulla politica italiana. La cosa più buffa in questa storia è che i giornali che si sono così estremizzati da perdere dichiaratamente ogni aspirazione alla neutralità, si fanno paladini di una teoria della “post-verità” che naturalmente applicano ai propri avversari politici e in genere al web. Non è la stampa “autorevole” ad aver fatto propaganda per Clinton al di là della decenza, a mentire sulle iniziative dell’amministrazione (e diciamolo en passant, su Israele). E' Trump che produce “irrealtà”, addirittura (https://www.nytimes.com/2017/01/28/us/politics/donald-trump-truth.html) e che è in guerra contro i fatti (http://nymag.com/daily/intelligencer/2016/12/donald-trumps-war-against-facts.html).

Due conclusioni:
1. La camera a eco della stampa funziona peggio di quella dei social media. Se andranno avanti così, i giornali si condanneranno all’insignificanza e probabilmente anche al fallimento economico. Questo giornalismo è finito. La verità sta altrove. O almeno lo sforzo onesto di cercarla.
2. Non credetegli. Non credetegli soprattutto quando accusano gli altri di post-verità, perché sono loro a sguazzare nell’extra-verità, cioè nella propaganda e nella menzogna. Cercatevi le notizie per contro vostro, verificatele per quel che potete, leggete i siti di commento e di verifica della politica. Come il nostro, se permettete anche a me una battuta pubblicitaria.

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Ugo Volli


http://www.informazionecorretta.it/main.php?sez=90
www.jerusalemonline.com
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