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Ugo Volli
Cartoline
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La vita è altrove 06/03/2017
La vita è altrove
Cartoline da Eurabia, di Ugo Volli

A destra: Benjamin Netanyahu con il premier indiano Modi

Cari amici,

come vi avevo scritto, ho fatto un viaggio di un paio di settimane durante il quale non vi ho potuto scrivere e ora sono felice di ricominciare la nostra lunga conversazione. Userò questa prima “cartolina” per riflettere sulla mia esperienza.

La prima considerazione è questa. Ogni tanto interrompere un’attività fa bene, perché permette di vederla col distacco della distanza. Questo vale anche per il lavoro che facciamo qui su Informazione Corretta a proposito di Israele e Medio Oriente. Per forza di cose noi riflettiamo sui fatti quotidiani, li commentiamo, analizziamo le reazioni di stampa e politici. La conseguenza di questo metodo di lavoro è che inevitabilmente enfatizziamo i singoli eventi, e spesso abbiamo ragione di indignarcene e di alzare la voce. Ma di fatto spesso essi contano poco. Non perché non abbiano peso: un attentato terroristico, un atto di antisemitismo o di discriminazione anti-israeliana da parte degli stati europei o delle organizzazioni internazionali, un episodio di mala-informazione producono danni concreti, spesso costano vite umane e vanno denunciati e condannati. Ma fanno parte in genere di serie che si riproducono incessantemente, sono elementi di un pattern stabile e monotono.

Tornando ai giornali italiani dopo un paio di settimane, l’impressione è che non sia successo nulla, che la macchina della politica (quella nazionale, europea e internazionale) proceda sempre alla stessa maniera, cambiando solo i dettagli. Bisogna dire che è una brutta maniera. E’ chiarissimo, per chi guarda da lontano, che l’Europa ha preso una strada di decadenza e di autodistruzione: declino demografico, sterilità economica, nostalgie assurde per il socialismo, incapacità di governare, prevalenza di un sistema giudiziario persecutorio al limite della caccia alle streghe sull’iniziativa politica ed anche economica, intimazione conseguente più o meno implicita a non fare nulla, a non intraprendere, a non cambiare, persecuzione per tutto ciò che disturba questa strada suicidaria e la sua ideologia, che si tratti di nuove politiche o di iniziative economiche che rischiano di scalfire le vecchie corporazioni. La “decrescita felice” teorizzata da alcuni è sì decrescita, ma infelice, rissosa, cupa, piena di sospetti, rancorosa. E ce l’ha ossessivamente con chiunque non segua questa strada verso il passato, che si tratti di Israele o di Trump, del capitalismo liberale o delle nuove tecnologie di comunicazione. “Politicamente corretto” vuol dire suicidario, “progressista” significa disposto a sottomettersi al medioevo islamico, perfino “vero” in questa neo-lingua è ridotto a “conforme all’ideologia”. Le redazioni giornalistiche si sono trasformate in uffici periferici dell’Inquisizione, l’apparato politico, in particolare quello europeo, in un “Ministero della felicità” di orwelliana memoria, che si è dato il compito di condurre il popolo alla sua “giusta” condizione, anche contro la sua volontà: questo lo chiamano “democrazia”.

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un mix tra bandiera israeliana e indiana

Per fortuna non tutto il mondo funziona così. Non Israele, naturalmente, almeno fino a che resta governato dall’attuale maggioranza, sia pur fallibile e imperfetta, e non dai cocchi dell’Unione Europea e della vecchia amministrazione americana. Non l’America di Trump, fallibile anche lui, naturalmente, e pieno di difetti, ma desideroso di riportare il paese su una strada di crescita e di affermazione. Non il paese dove sono stato, l’India, e in generale l’Estremo Oriente, investito da una grande ondata di progresso e di cambiamento, che ne ha trasformato il volto e sta portando verso l’eliminazione di una atavica povertà. Pur oppressa per secoli da rapaci colonialisti (i musulmani prima e gli inglesi poi, con tracce minori ma sanguinose di interventi portoghesi, francesi e olandesi), l’India non si è rinchiusa nella retorica terzomondista e socialisteggiante, o meglio ne è uscita con la sconfitta del Partito del Congresso e procede a uno sviluppo autonomo e molto creativo. C’è un parallelismo con la storia di Israele: l’indipendenza dall’amministrazione inglese quasi contemporanea, il conflitto subito allora dai musulmani circostanti e mai davvero cessati, una cultura antica e complessa per origini geografiche, lingue, aspetti fisici.

E infatti Israele è visto in tutt’altro modo. Dell’ebraismo pochi sanno qualcosa, ti capita di essere interrogato da qualcuno (ma senza cattive intenzioni, solo con curiosità) se la Shoà ci sia stata davvero. Ma la simpatia e anche l’ammirazione per Israele, per il suo coraggio, per i suoi successi militari ed economici sono davvero diffuse. E Israele ha risposto non solo con un flusso turistico molto notevole, per cui è facile imbattersi in israeliani nelle località più improbabili), ma soprattutto con una partnership economica, indistriale e militare in pieno sviluppo. Qualche giorno fa Netanyahu ha dichiarato una svolta a oriente nelle priorità del paese, e ha visitato per questo degli stati amici come Singapore e l’Australia. Il primo ministro indiano Modi è atteso fra qualche settimana in un’importante visita di stato in Israele, che ricambierà quella del presidente israeliano Rivlin nel novembre scorso (http://www.agenzianova.com/a/0/1516243/2017-03-01/israele-india-modi-sara-il-primo-premier-indiano-a-visitare-lo-stato-ebraico-2).

Guardano da lontano si vede insomma che la grande politica internazionale, a differenza delle politichetta di cronaca nera cui sono attaccati i giornali, si muove e cambia il proprio fuoco. Israele se n’è accorto e si muove di conseguenza. Bisogna sperare che anche l’Europa o almeno l’Italia ci riescano almeno un po’, smettano di contemplare le proprie ossessioni passatiste e suicidarie e capiscano che la vita è altrove.

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Ugo Volli


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