La prigionia di Gadi Moses, 80enne, nelle mani dei terroristi palestinesi Editoriale del Jerusalem Post e Times of Israel
Testata: israele.net Data: 02 febbraio 2025 Pagina: 1 Autore: Jerusalem Post e Times of Israel Titolo: «La prigionia del pacifista 80enne nelle mani dei terroristi palestinesi»
Riprendiamo dal sito www.israele.net - diretto da Marco Paganoni - l'editoriale del Jerusalem Post e del Times of Israel dal titolo "La prigionia del pacifista 80enne nelle mani dei terroristi palestinesi"
Gadi Moses, rilasciato giovedì, sta raccontando alla famiglia le condizioni disumane che ha dovuto sopportare e come è riuscito a preservare la propria salute fisica e mentale. Durante la sua liberazione, i terroristi lo hanno fatto sfilare in mezzo a una folla di palestinesi che gridavano “morte agli ebrei"
Gadi Mozes, l’ostaggio israeliano rilasciato giovedì, è stato tenuto completamente da solo per tutti i 482 giorni in cui è rimasto nelle mani dei terroristi palestinesi a Gaza.
Il momento in cui ha incontrato Arbel Yehoud, l’altro ostaggio civile rilasciato giovedì, anch’essa tenuta sola per tutta la durata della prigionia, era la prima volta che Gadi Mozes poteva vedere un altro ostaggio israeliano da quando era stato rapito dalla sua casa, il 7 ottobre 2023.
Poco prima del loro rilascio a Khan Younis, nella striscia di Gaza meridionale tra scene vergognose e feroci di folle urlanti che hanno fatto temere loro fino all’ultimo momento d’essere linciati, il gruppo terrorista della Jihad Islamica Palestinese ha diffuso un video propagandistico che mostrava Yehoud e Mozes abbracciati.
Entrambi erano stati rapiti da Nir Oz, il kibbutz dove un residente su quattro è stato rapito o assassinato durante la carneficina del 7 ottobre. Nel suo isolamento, Arbel Yehoud non era a conoscenza della reale portata del massacro.
Gadi Moses, che ha compiuto 80 anni in prigionia, è uno dei fondatori del kibbutz Nir Oz. Agronomo di fama internazionale, ha competenze nella gestione delle acque reflue e nelle colture da campo. Prima del 7 ottobre operava anche come attivista per la pace, impegnato a sostenere i diritti dei palestinesi.
Tornato liberto, sta raccontando alla famiglia dettagli sulle condizioni disumane che ha dovuto sopportare da ostaggio: della quantità scarsa e intermittente del cibo, di come dovesse battagliare ogni giorno coi suoi aguzzini per le minime condizioni igieniche, di come ha dovuto negoziare per poter sporadicamente vedere qualche notizia alla tv.
Moses ha scoperto quasi per caso, mentre era in prigionia, che sua moglie Efrat Katz era stata assassinata il 7 ottobre: da brandelli di notizie alla radio e da alcune allusioni dei suoi rapitori. Ma non ha saputo cosa fosse successo a sua figlia Moran fino al giorno della liberazione (Moran è sopravvissuta e lo ha incontrato giovedì al suo rimpatrio ).
“A un certo punto – riferisce il nipote Shai – si è reso conto che doveva smettere di sperare in un salvataggio rapido e concentrarsi sulla sopravvivenza giorno per giorno: si è allenato a pensare in modo diverso, ad andare avanti e risparmiarsi ogni mattina la cocente delusione di non essere liberato”.
Per gran parte del tempo è stato tenuto in una stanza di 2 metri per 2. Per rimanere mentalmente e fisicamente attivo, Moses si è imposto una rigida routine: camminava avanti e indietro nella sua stanza un certo numero di volte al giorno (contava le piastrelle del pavimento per misurare quanto riusciva a camminare ogni giorno), risolveva a mente problemi di matematica, intratteneva conversazioni immaginarie coi suoi cari.
Una volta ogni cinque giorni circa gli veniva data una bacinella di acqua tiepida per lavarsi, usando una tazza per versarsi l’acqua sulla testa. Ha insisto per radersi per sentirsi in ordine, nonostante fosse un’operazione difficile e dolorosa in quelle condizioni.
Costretto nella totale solitudine, a un certo punto è riuscito a ottenere dai carcerieri un paio di libri da leggere in inglese, uno su questioni ambientali e uno sull’islam.
Viene riferito che aveva anche tenuto un diario, che giovedì gli è stato sottratto dai terroristi prima del suo ritorno in Israele, in cui teneva traccia del trascorrere dei giorni e annotava le volte in cui veniva spostato all’interno della striscia di Gaza.
In una occasione, è stato tenuto per 12 ore dentro un pick-up soffocante per il caldo, sotto gli uffici della Croce Rossa a Gaza. Pensava che sarebbe stato rilasciato, invece era solo uno spostamento.
Prima di congedarsi, Moses ha detto ai suoi rapitori che quando la guerra sarà finita e ci sarà la pace, lui verrà a Gaza a insegnare loro come coltivare la terra.
Circa il caotico e incivile trasferimento alla Croce Rossa di giovedì, Moses ha parlato di momenti di “paura mortale”, dicendo d’aver temuto che lui e Arbel Yehoud sarebbero stati linciati dalla folla.
“Quando abbiamo visto il video (diffuso dai terroristi il giorno del rilascio) di Gadi che abbracciava Arbel – racconta il nipote – abbiamo finalmente tirato un sospiro di sollievo: era in piedi. Sapevamo che era forte, ma ha pur sempre 80 anni. Vederlo abbracciare Arbel, il suo calore e la sua presenza paterna, è stato un momento di chiarezza: quello era davvero Gadi”.
Appena liberato, Moses ha detto che una delle sue massime priorità è ripristinare il kibbutz Nir Oz, devastato dai terroristi palestinesi il 7 ottobre. “Quel kibbutz è l’opera della sua vita – spiega Shai – È lì da quando aveva 20 anni, l’ha costruito con le sue mani e non può sopportare di vederlo in rovina.
(Da: Jerusalem Post, Times of Israel, 31.1.25)
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