Riprendiamo dalla REPUBBLICA di oggi, 12/07/2015, a pag. 43, con il titolo "Tra Italia e Usa l'exploit postumo di Primo Levi", le recensioni di Simonetta Fiori a "Primo Levi di fronte e di profilo" e "Lei ha mai visto Hitler?".
Simonetta Fiori
Primo Levi
Alla fine sono venute fuori oltre settecento pagine, ma Marco Belpoliti confessa che ne avrebbe voluto scrivere ancora. Perché è difficile acchiappare tutte le facce del «poliedro», e se ne metti in luce una c’è il rischio di lasciarne in ombra un’altra. Anche per questo Primo Levi è uno scrittore che non finisce di sorprendere, testimone e insieme narratore, chimico e linguista, etologo e antropologo, poeta ed elzevirista. E ora che viene ritradotto in America — oltre che molto letto e studiato da noi — può far riflettere che la critica letteraria italiana l’abbia riconosciuto tardi, solo negli anni Ottanta, avendolo a lungo confinato nel recinto doloroso della testimonianza.
Marco Belpoliti
Ed è sulle faglie di una personalità lacerata, costantemente messa alla prova, che fa luce la ventennale ricerca di Belpoliti, sfociata in questo nutritissimo e meticoloso volume in uscita da Guanda alla fine di agosto (Primo Levi di fronte e di profilo). Anche il rapporto con la comunità intellettuale non fu privo di ombre, fin dall’iniziale rifiuto della casa editrice Einaudi che non volle pubblicare Se questo è un uomo.
«Come se avessi fatto uno sgarbo», avrebbe sintetizzato lui, senza rancore. «Natalia usciva da un periodo tremendo, era la vedova di Leone Ginzburg. A quel tempo la gente aveva altro da fare, aveva da costruire case, aveva da trovare un lavoro. Aveva voglia di ballare, di mettere al mondo dei figli», e lui si sentiva come chi «aveva guastato la festa ». E dopo essere assurto a Testimone avrebbe faticato non poco per liberarsi da quella sua veste di sopravvissuto, un ruolo che finiva per frenarne la vocazione di autore di finzione. Su suggerimento di Roberto Cerati, allora direttore commerciale dello Struzzo, arrivò perfino a nascondersi dietro un nom de plume.
Chi veniva da Auschwitz, chi aveva firmato Se questo è un uomo e La tregua, non poteva scrivere i divertimenti “fantabiologici” delle Storie Naturali. Con Italo Calvino, suo interlocutore alla Einaudi, si capivano al volo. «Bastava pochissimo, un’allusione, un cenno rapido sui rispettivi lavori». Quando morì lo scrittore, Levi riconobbe i suoi debiti verso quel suo “fratello maggiore”. Ma senza dire che anche l’autore delle Cosmicomiche era stato contagiato dalle sue Storie naturali. Lasciò che fossero altri a scoprirlo, insieme ai tanti lati del “poliedro”.
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Lei ha mai visto Hitler? Una di quelle domande semplici che aprono mondi interi. L’idea fu dello scrittore Walter Kempowsky (1929-2005), un grande cronista della storia già conosciuto in Italia per le sue inchieste sui campi di concentramento. Negli anni dopo la guerra, fece quella domanda semplice ai tedeschi che avevano vissuto sotto il Reich. Poche le riposte dirette, moltissime quelle mascherate e reticenti, che confermano una volontà diffusa di rimozione e dunque una mancata elaborazione della storia recente. Per questo motivo, annota Kempowsky, lo spettro di Hitler si sarebbe aggirato ancora a lungo in Europa, riflesso di una mitografia che era rimasta intaccata nelle coscienze tedesche. Lei ha mai visto Hitler? uscirà in autunno da Sellerio.
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