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In fondo al fiume Tigri dorme una canzone 26/09/2026 -

"In fondo al fiume Tigri dorme una canzone", di Usama Al Shahmani, Marcos y Marcos, 18 euro

Ci sono autori famosi, come l’israeliano Sami Michael, che attraverso i loro romanzi ci hanno fatto conoscere la tragedia degli ebrei cacciati dai loro paesi d’origine, Egitto, Iraq, Libia dove fiorenti comunità ebraiche si sono disgregate a seguito di persecuzioni e discriminazioni messe in atto nei paesi arabi, in particolare dopo la nascita dello Stato di Israele e dopo la Guerra dei Sei giorni. 

Quel dramma privato e sociale le cui conseguenze sono, oggi più che mai, di stringente attualità è al centro del romanzo “In fondo al fiume Tigre dorme una canzone” dello scrittore Usama Al Shahmani nato a Bagdad nel 1971 e rifugiato in Svizzera a causa di una pièce teatrale che criticava il regime iracheno. Autore di romanzi accolti con entusiasmo dalla critica si è dedicato anche alla letteratura e alla poesia araba. 

Al centro della narrazione c’è Gadi, docente di ebraico all’università di Zurigo, che viene richiamato a Gerusalemme dalla sorella Tamar al capezzale del padre morente con il quale da anni ha interrotto i rapporti. Le volontà testamentarie del genitore lo portano a confrontarsi con un passato che aveva allontanato dalla sua vita e a ripercorrere la strada percorsa da chi lo aveva preceduto. Perché Zakai, il padre, oltre ad esprimere il desiderio che le sue ceneri sia sepolte in parte a Gerusalemme e per il resto nelle acque del fiume Tigri a Bagdad, lascia a Gadi una valigia contenente quaderni, appunti, diari, ricordi e memorie che consentono al figlio di riavvicinarsi alla figura paterna venendo a conoscenza di vicende familiari rimosse, oltre che di una parte importante della storia irachena che ha visto coinvolte le famiglie ebree.

Se all’inizio Gadi è restio ad accondiscendere alle richieste paterne di portare le ceneri a Bagdad per spargerle in quel fiume che ha segnato la vita del padre, dopo aver cominciato a leggere gli scritti di Zakai, da cui apprende le vicissitudini della sua infanzia e viene a conoscenza delle persecuzioni subite dagli ebrei iracheni negli anni della collaborazione del governo iracheno con il nazismo, cambia idea e insieme all’amico iracheno Nedim porta a termine una missione dolorosa ma necessaria.

Dalla lettura degli articoli, dei diari, delle testimonianze contenuti nella valigia, Gadi apprende con crescente sofferenza dei soprusi e delle violenze subite dalla famiglia del padre come da tante famiglie ebree, conosce il significato del termine farhud, capisce il significato di paura e di precarietà. E tutto questo lo avvicina a quel genitore che aveva sempre sentito distante e poco partecipe alla sua vita. 

Ma nelle pagine di Zakai compare anche la Bagdad ebraica dalle atmosfere magiche prima che la persecuzione e l’antisemitismo disgregassero quella comunità: è una città viva, pullulante di strade affollate, di vicoli pulsanti di vita dove cristiani, mussulmani ed ebrei convivevano pacificamente e dove le sinagoghe, le chiese e le moschee erano vicine l’una all’altra. Nel meraviglioso quartiere di Betawin, con palazzi splendidamente decorati, viveva il nonno Ezra Mieche, proprietario di una fabbrica, che non accettando l’esilio imposto dal governo iracheno sparisce nel nulla, forse rapito dal regime.

“Nel marzo 1950 – scrive Zakai – il governo emanò una legge che permetteva agli iracheni di origine ebraica di emigrare, a condizione che fosse per sempre, e che rinunciassero alla cittadinanza irachena e ai propri beni. La paura crebbe in modo incommensurabile, alimentata da una serie di arresti e di sequestri. Esplosero delle bombe in alcune istituzioni ebraiche, scatenando il panico…”

A questo punto anche Zakai e la madre che non ha mai smesso di cercare il marito, sono costretti all’esilio in Israele. Per oltre due anni vivono in un centro di accoglienza, la maabarah, ma le difficoltà sono enormi e l’accoglienza non è quella che si erano aspettati. “Dicevano di noi ebrei dei paesi arabi che fossimo gente arretrata, con una religione lacunosa e una cultura inferiore…venivamo scansati sia dai sabra sia dagli ebrei ashkenaziti”. Tuttavia, grazie all’amicizia del nonno Ezra con Arman, un commerciante mussulmano e al loro patto segreto, Zakai e la madre ricevono una ingente somma di denaro che consente loro di uscire dal centro di accoglienza, acquistare una casa a Jaffa e avere un nuovo inizio in Israele. Anche se la perdita della propria identità di iracheno sarà per Zakai un lutto con cui convivere tutta la vita.

Dopo la lettura delle pagine lasciate in eredità dal padre, con un nuovo bagaglio di conoscenze private e storiche, Gadi arriva a Bagdad ospite di Sabir e Myra, gli zii di Nedim, l’amico con il quale compie il viaggio. Grazie ai racconti di Myra e di Sabir e al peregrinare lungo le strade della città, Gadi farà nuove scoperte: in particolare nel quartiere ebraico di Betawin, vedrà che le case sontuose delle memorie di Zakai sono ormai edifici in rovina e pure nell’antica sinagoga di Meir-Tweig non si svolgono più funzioni religiose perché confiscata negli anni Cinquanta, riaperta per poco dopo la caduta di Saddam è stata chiusa definitivamente con lo scoppio della guerra civile nel 2004.

Nelle ultime pagine del libro la scrittura di Al Shahmani si fa oltremodo poetica e struggente. Gadi a bordo di una barchetta sotto al ponte Ahrar, sul fiume Tigri,

sparge le ceneri del padre compiendo un gesto che nel dare pace alla sua anima tormentata apre le porte al sollievo della riconciliazione e della pace interiore.

Quello di Al Shahmani è un romanzo che si avvale di una struttura stratificata, la cui narrazione frammentata dà vita a un mosaico di ricordi nostalgici, stralci, testimonianze parziali che si mescolano a capitoli storici magistralmente ricostruiti. 

Il risultato è un racconto dallo stile essenziale, con immagini potenti e una scrittura ricca di suggestioni poetiche che richiede però una lettura concentrata per consentire al lettore di orientarsi in un coacervo di memorie non lineari.

Uno fra i pregi di questo libro è aver dato voce a una comunità che rischia di essere dimenticata e in quella “canzone” del titolo che dorme in fondo al fiume Tigri è racchiusa la memoria di un mondo che continua a vivere sotto la superficie, sommerso ma non scomparso del tutto.

“…E quando mi mescolerò al terriccio sul letto del Tigri, ritroverò i resti dei miei antenati e rinascerò. Risorgerò dalle mie ceneri, la mia canzone risuonerà preservandomi dall’oblio. Canterò questa canzone finchè ogni fuoco in me non si sarà spento. Sono sicuro, sì, che la mia anima cercherà instancabilmente nel fiume questa canzone”.

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