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Bet Magazine Rassegna Stampa
02.04.2025 Essere pacifisti dopo il 7 ottobre ha ancora senso?
Intervista di Ilaria Myr ad Adele Raemer

Testata: Bet Magazine
Data: 02 aprile 2025
Pagina: 6
Autore: Ilaria Myr
Titolo: «Dopo il 7 ottobre è un mondo totalmente diverso. Sono ancora pacifista? Non lo so più…»

Riprendiamo da BET Magazine di aprile 2025, a pag. 6, con il titolo "«Dopo il 7 ottobre è un mondo totalmente diverso. Sono ancora pacifista? Non lo so più…»", l'intervista di Ilaria Myr ad Adele Raemer.

Adele Raemer

Ha sempre creduto nella pace Adele Raemer, dagli anni ’70 nel kibbutz Nirim, a 2 km da Gaza. Ma dopo avere visto i crimini commessi il 7 ottobre, non sa più in cosa credere. “Dobbiamo riportare gli ostaggi a casa e dobbiamo ricostruire un ambiente in cui possiamo vivere sicuri: questa è l’unica cosa che so”.

«La gente di Gaza non è mio nemico, ho molti amici che ci vivono, che la pensano esattamente come me. È Hamas il mio nemico, e anche il loro, che rischiano di essere incarcerati o anche uccisi ogni volta che vogliono manifestare la propria opinione. Non abbiamo scelta che fare la pace».

Rileggere oggi questa dichiarazione del dicembre 2022, dopo che il sud di Israele è stato distrutto dalla furia dei terroristi di Hamas, fa venire i brividi. Allora, quando aveva pronunciato queste parole ai giornalisti che partecipavano (compresa la sottoscritta) al Jewish Media Summit, Adele Raemer, americana trasferitasi negli anni ’70 nel kibbutz Nirim, a due km di Gaza, era ancora convinta della possibilità di fare la pace con gli abitanti di Gaza, con alcuni dei quali aveva contatti. Nonostante ci spiegasse che nel kibbutz avessero «dagli zero ai dieci secondi per nasconderci nelle stanze di sicurezza quando piovono i missili», che la situazione era precipitata dal 2000, con l’ascesa di Hamas al potere, che aveva portato al continuo lancio di missili e di tentativi di infiltrazione nel territorio israeliano attraverso tunnel, e che dal 2018 arrivavano palloncini e aquiloni incendiari «che hanno bruciato enormi riserve naturali della stessa misura e vastità di Manhattan»: ecco, nonostante tutto quello che lei raccontava quotidianamente sulla pagina Facebook Life in the Border with Gaza, la sua profonda fede nella pace e nella necessità di trovare un accordo con gli abitanti di Gaza ci aveva tutti lasciati affascinati e sbalorditi.

Proprio per questo ho voluto ricontattarla dopo quel ‘sabato nero’, che nel suo kibbutz ha causato 7 morti (due dei quali rapiti e poi giustiziati nel febbraio 2024 a Gaza) e 5 rapiti, di cui 3 sono tornati nell’ambito degli accordi del novembre 2023. Quel tragico giorno che ha distrutto la serenità di quei luoghi, abitati principalmente da persone che lottavano tutti i giorni per la pace, persone che ci credevano davvero – e che come Oded Lifshitz, l’83enne costruttore di pace il cui corpo è stato restituito il 20 febbraio assieme a quello dei bambini Bibas, portavano tutti i giorni palestinesi di Gaza in Israele per curarsi -, e che ha sconvolto un Paese intero per il dolore, il trauma e la rabbia. Quel giorno, Adele ha trasmesso in diretta su Facebook il dramma di quelle ore, il dolore, la stanchezza. Ma ha anche raccontato l’incredulità, quando una donna di Gaza con cui era in contatto le ha scritto quel giorno “sono davanti a casa tua”, salvo poi capire che nel suo inglese zoppicante le stava dicendo “sono davanti a casa mia”, che si trovava di fronte al kibbutz Nirim.

E oggi da Beer Sheva dove è sfollata da allora («forse rimarremo qui fino a giugno, ma chi lo sa? È tutto così fluido…»), ci parla quasi smarrita e confusa, come se avesse perso la bussola, quella direzione che la faceva andare avanti. E ancora una volta rimango stupefatta davanti alla forza e alla resilienza di Adele (e di tutte le persone di quella zona) quando, dopo uno sguardo vuoto, mi dice, illuminandosi: «Tutto quello che so è che il 25 febbraio un gruppo di volontari verrà nella mia casa nel kibbutz per pulire, dopo i lavori di ristrutturazione e rinnovamento che ho voluto fare per renderla più sicura e accogliente. Sarà pronta per quando vorrò tornare, e voglio tornarci con la mia comunità».

(N.B. Questa intervista è stata fatta il 17 di febbraio, prima quindi del ritrovamento dei corpi di Shiri Bibas e dei suoi due bambini, barbaramente assassinati, e dei loro funerali. Si fosse svolta dopo quel giorno, avrebbe probabilmente avuto toni più cupi…)

Tu sei una pacifista. Cosa è cambiato nelle tue convinzioni di pace dal 7 ottobre?

Ora è un mondo diverso. Dopo quello che abbiamo visto il 7 ottobre, non solo i terroristi armati della divisione Nukhba, ma anche normali cittadini di Gaza che sono entrati a rubare, violentare, uccidere, bruciare…, è un mondo totalmente diverso. Sono ancora pacifista? Non lo so. Non so cosa pensare oggi, non so dov’è la mia speranza, non so nemmeno se ho ancora speranza. Dobbiamo vedere dove ci porterà il mondo, ci sono così tante cose che stanno accadendo intorno a noi: il cessate il fuoco, le dichiarazioni di Trump, ecc…

I miei contatti a Gaza? Le due persone con cui lo ero maggiormente hanno lasciato la Striscia prima del 7 ottobre, mentre la donna che mi ha scritto il 7 ottobre…no, lei non la sento più, anche se so che è viva. So che quel giorno si era espressa male, è una donna rispettabile che lavora con l’Aravà institute e non credo che abbia alcun legame con il terrorismo. Ma quel giorno tutto era così terribilmente incredibile che avrei potuto credere a qualsiasi cosa, anche che fosse lì davanti a casa mia con i terroristi.

Che cosa succede oggi? Cosa ne è dei tuoi sforzi per la pace?

Oggi non conosco persone con cui parlare di pace, dopo aver visto tutti quei mostri invadere le nostre comunità, e la maggior parte dei partecipanti, se non la totalità, lavoravano nelle scuole dell’Unrwa. Certo, da anni Israele denunciava la presenza di terroristi e l’educazione all’odio di queste scuole, e ho avuto paura delle infiltrazioni, fino a quando non hanno messo la barriera che doveva essere “impossibile” da varcare, lungo tutto il confine, profonda in alcuni punti anche 40 metri sottoterra. Ma non avrei mai neanche lontanamente immaginato che avrebbero potuto colpire e rapire dei civili.

Quello che è successo è di una tale malvagità che non penso fosse nei più terribili sospetti di nessuno. Nessuno si aspettava una così massiccia infiltrazione e nessuno si aspettava che l’esercito non fosse lì. Per darvi un’idea di quanto non fossi preparata, sul mio gruppo Facebook, al mattino del 7 ottobre ho messo un video live in cui dicevo che ci avevano detto di uscire dalla stanza di sicurezza, chiudere le porte e le finestre e tornare dentro, e mi si vede dire: “non penso serva perché siamo a 2 km dal confine e c’è la barriera, ci sono soldati, non arriveranno a tanto, ma comunque lo faccio”. Tra l’altro nelle finestre sul retro non avevo neanche dei vetri, solo tapparelle di carta, e il vetro della porta non era oscurato, non potevo neanche evitare che da fuori vedessero dentro.

Quali pensi siano le priorità oggi per il governo e il Paese?

Innanzitutto ci deve essere una commissione di inchiesta governativa. Io – come tutti gli altri della zona – ho bisogno di capire cosa è successo, cosa non ha funzionato, e come il governo e lo Stato decideranno di agire per fare sì che questo non accada mai più. E soprattutto, tutti i nostri ostaggi devono tornare a casa. Siamo forti, siamo resilienti, stiamo ricostruendo le nostre case e ogni famiglia dovrà trovare le sue strategie per sentirsi più sicura. Ma la guarigione delle emozioni potrà avvenire solo quando i nostri ostaggi innocenti saranno tornati. Il tempo è agli sgoccioli per loro, abbiamo visto le condizioni in cui sono tornati quelli liberati nelle ultime settimane. E il tempo sta per scadere anche per la mia amica Judy Weinstein Haggai, che è stata uccisa il 7 ottobre con suo marito Gadi mentre camminava nei campi: i loro corpi sono stati portati a Gaza, e Dio solo sa come si riusciranno a ritrovare i loro resti. E questo è importante, la loro famiglia li vuole vicini, e anche io li voglio vicini, ho bisogno di andare a trovarli a una tomba (si commuove).

Come sta reagendo la comunità di Nirim?

Stiamo cercando di fare quello che possiamo per ricostruire la resilienza: per Tu Bishvat, ad esempio, abbiamo fatto tutti insieme una gita, organizziamo attività in kibbutz con i bambini, in modo che possano ricostruire i loro ricordi del luogo e non avere solo gli ultimi di bombardamenti, spari, pericolo e violenza, ma che si ricordino che qui giocano sull’altalena, si rincorrono sui prati. Stiamo riprendendo le schegge rimaste dalla distruzione e rimettendole insieme: un po’ come nella tecnica artistica giapponese del Kintsugi, in cui si incollano con foglie d’oro o argento i cocci di un vaso, che sicuramente è meno bello di com’era prima di rompersi, ma è molto più forte. Dobbiamo ricostruire un ambiente in cui ci sentiamo più sicuri, non possiamo vivere accanto a dei vicini il cui obiettivo per la vita è distruggerci. Nessun paese lo accetterebbe. Come gli altri Paesi si aspettano questo da noi? Con Hamas che ha da sempre nella sua carta costitutiva come obiettivo cancellare Israele dalla mappa. Ma dopo il 7 ottobre li prendo in parola, e anche il mondo dovrebbe.

Cosa pensi di tutte le manifestazioni pro-Palestina e contro Israele che dal 7 ottobre si svolgono nel mondo e nelle università?

Questa è la ragione per cui parlo, e per cui sono stata sette volte all’estero dopo il 7 ottobre. C’è così tanta disinformazione nel mondo ed è molto pericoloso. E ora con l’IA fa ancora più paura. Ma basta vedere già oggi tutta la “Pallywood”, le immagini e i filmati falsi sulle azioni dell’esercito israeliano nei confronti dei palestinesi che vengono divulgati e condivisi da persone che spesso hanno buone intenzioni, ma che non conoscono i fatti, non capiscono il Medio Oriente e lo guardano attraverso le lenti dell’occidente, e diffondono così fake news. Non posso pensare che ogni persona civilizzata possa guardare quello che è successo il 7 ottobre come resistenza, come qualcosa che non sia barbarie e puro odio.

Se andrei nelle università a parlare? Io sono disposta ad andare dove vogliono ascoltarmi. Ma sinceramente nelle università in cui si protesta non so se lo sono, non ascoltano racconti che non coincidono con la loro narrativa.

Adele, per concludere: anche lei pensa, come molti, che il 7 ottobre, in cui sono state colpite località in cui vivevano molti sostenitori e fautori del dialogo, sia stata uccisa la pace?

Sono un’ottimista, devo esserlo vivendo a 2 km da Gaza. Non voglio dare il colpo finale alla pace. Dobbiamo solo aspettare e vedere cosa succederà. Per ora dobbiamo riportare gli ostaggi a casa e dobbiamo ricostruire un ambiente in cui possiamo vivere sicuri: questa è l’unica cosa che so.

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