Come addossare a Israele ogni colpa l'analisi squilibrata di Francesco Battistini
Testata: Oggi Data: 28 maggio 2014 Pagina: 12 Autore: Francesco Battistini Titolo: «Domande di Oggi. Papa Francesco riuscirà a riconciliare palestinesi e israeliani ?»
Riprendiamo da OGGI datato 4/06/2014, a pag. 12, l'articolo di Francesco Battistini dal titolo "Domande di Oggi. Papa Francesco riuscirà a riconciliare palestinesi e israeliani ?". Battistini, ignorando l'intransigenza e le provocazioni dell'Anp, attribuisce il mancato raggiungimento di un accordo a Netanyahu , "a parole sempre favorevole alla soluzione dei due Stati caldeggiata anche dal Papa, nei fatti mai interessato a un dialogo coi palestinesi". Equipara la richiesta dell'"accettazione dell'ebraicità d'Israele" a quella del "rientro dei profughi", che distruggerebbe Israele come Stato ebraico. Scrive che il Papa ha "il coraggio d'un costruttore di pace là dove si costruiscono muri e razzi Qassam", accomunando come ostacoli alla pace la barriera difensiva, che serve a salvare vite umane e non esisterebbe senza terrorismo, e i razzi kassam, lanciati per uccidere contro la popolazione civile. Nella pagina successiva campeggia un'immagine della preghiera del Papa di fronte alla barriera difensiva, che contribusice a spingere il lettore a vedere in Israele il colpevole e nei palestinesi le vittime. Su OGGI segnaliamo anche, a pagina 17, un titolo indegno sull'attentato al museo ebraico: " Bruxelles, sparatoria al museo". Sparatoria ? (Sull'uso del termine "sparatoria" per indicare attentati, e sulla sua similitudine con la descrizione dell'aggressione terroristica contro Israele come "conflitto", si veda Ugo Volli su IC di oggi, 28/05/2014: http://www.informazionecorretta.com/main.php?mediaId=115&sez=120&id=53584 )
Francesco Battistini La fotografia riprodotta su OGGI
Ecco l'articolo:
Il conflitto arabo-israeliano è il più vecchio, diremmo antico, dei garbugli internazionali. Tanto inestricabile da avere spinto Obama a evitare viaggi in Israele per tutto il suo primo mandato. Tanto datato da non rientrare più negli ordini del giorno della Lega araba. I nodi del negoziato sono suppergiù sempre gli stessi: il riconoscimento della Palestina, lo status di Gerusalemme, lo smantellamento delle colonie col ritorno ai confini del 1967, l'accettazione dell'ebraicità d'Israele, il rientro dei profughi, il rilascio dei detenuti... Il primo significato della mediazione di Francesco è dunque questo: il coraggio d'un costruttore di pace là dove si costruiscono muri e razzi Qassam, là dove Ratzinger era stato accolto cinque anni fa con fredde cortesie e scortesi accuse. Il gesto per ora è simbolico, ma ha qualche senso politico. Bergoglio ha evitato d'invitare nella sua "casa" di Roma l'unico interlocutore vero: il premier israeliano Bibi Netanyahu, a parole sempre favorevole alla soluzione dei due Stati caldeggiata anche dal Papa, nei fatti mai interessato a un dialogo coi palestinesi. Francesco gli ha preferito il vecchio Shimon Peres, premio Nobel capace forse del coraggio che servirebbe, spesso in disaccordo con Bibi, ma prigioniero del suo ormai limitato peso politico: a fine luglio, dovrà lasciare la carica di capo dello Stato. Anche l'ottantenne Abu Mazen, l'altro ospite in Vaticano, è un'anatra zoppa: il suo mandato di presidente palestinese è scaduto da oltre cinque anni e il suo credito politico, agli occhi israeliani, s'è azzerato dopo la riconciliazione con gli estremisti di Hamas (che d'Israele non riconoscono neanche il diritto all'esistenza). La storia insegna che la pace ha vie miracolose. Questo Papa sa parlare ai cuori: che siano quelli giusti, è da vedere.
Per inviare a Oggi la propria opinione, cliccare sulla e-mail sottostante