Sergio Romano sul genocidio degli armeni: sempre peggio rispondendo all'Ambasciatore d'Armenia adotta le tesi della propaganda turca
Testata: Corriere della Sera Data: 08 maggio 2014 Pagina: 41 Autore: Sergio Romano Titolo: «Massacri del popolo armeno. Le responsabilità turche oggi»
Riportiamo dal CORRIERE della SERA di oggi, 08/05/2014, a pag. 41,una lettera di Sargis Ghazaryan, Ambasciatore della Repubblica d’Armenia in Italia e la risposta di Sergio Romano, dal titolo "Massacri del popolo armeno. Le responsabilità turche oggi". La lettera dell'Ambasciatore fa riferimento a una precedente risposta di Romano, che può essere letta, insieme al commento di IC, al seguente link http://www.informazionecorretta.com/main.php?mediaId=2&sez=120&id=53260
Nella rubrica di oggi, Romano evita di rispondere ai rilievi del suo interlocutore circa il ruolo destabilizzante della Turchianel conflitto armeno-azero e circa l'equiparazione tra vittime e carnefici nella recente dichiarazione di Erdogan sui massacri del 1915. Incentra la sua risposta, invece, sul mancato utilizzo da parte del premier turco della parola "genocidio" . I due argomenti che presenta a sostegno di questo mancato utilizzo, però, non sono assolutamente convincenti. Il primo è la differenza tra il genocidio del 1915, che fu geograficamente limitato all'Anatolia, e la Shoah, che fu un tentativo di eliminare il popolo ebraico dalla faccia della terra. Il fatto che la Shoah sia stato un genocidio "radicale", in quanto mirato all'uccisione di tutti gli ebrei, non significa che altri massacri diretti all'eliminazione di una popolazione da un determinato territorio non siano stati a loro volta genocidi. In realtà, è indubbio l'uccisione di più di un milione di persone solamente in virtù della loro appartenenza a un popolo debba essere considerato un genocidio. Il secondo argomento di Romano altro non è che la riproposizione di quella stessa confusione tra vittime e carnefici, fondata su falsificazioni e forzature storiche, denunciata dall'Ambasciatore d'Armenia nelle parole di Erdogan. Scrivendo: "la guerra era scoppiata da pochi mesi, l’esercito turco si era duramente scontrato con quello russo a Tabriz. Vi erano formazioni armene fra le forze zariste e gli insorti armeni, dopo essersi impadroniti della città di Van, ne avevano proclamato l’autonomia. Non è sorprendente, in tali circostanze, che gli armeni apparissero come una pericolosa quinta colonna del nemico" Romano attribuisce, almeno in parte, agli armeni la responsabilità dei massacri pianificati dal governo dei Giovani Turchi. Si tratta, precisamente, della tesi che la Turchia cerca tuttora di propagandare, rifiutando di fare davvero i conti con le sue responsabilità storiche.
Sergio Romano
Sargis Ghazaryan Ambasciatore Repubblica d’Armenia in Italia
Ecco l'articolo:
Nella sua rubrica del 1° maggio lei ascrive alla Armenia posizioni agli antipodi rispetto alla realtà documentata. Il mio non è un j’accuse all’onestà intellettuale dell’autore, né alla sua buona fede. D’altronde il Corriere è stato testimone eloquente del genocidio armeno. Sui protocolli armeno-turchi, la visita in Armenia del presidente turco Gul, del 6 settembre 2008 e non del 2007, fu iniziativa armena. Dopo un anno di mediazione elvetica, il 10 ottobre 2009, e non 2008, a Zurigo furono firmati due protocolli sull’istituzione di rapporti diplomatici e la normalizzazione dei rapporti bilaterali, inclusa l’apertura da parte turca del confine con l’Armenia. Presenti i ministri degli esteri francese, statunitense, russo, svizzero e l’Alto rappresentante Ue che chiesero alle parti (e tuttora chiedono alla Turchia) di ratificare i due protocolli senza precondizioni e in tempi ragionevoli. L’11 ottobre 2009, Erdogan precondizionò la ratifica dei protocolli a una soluzione pro-azera del conflitto del Nagorno-Karabach. Fu l’inizio del siluramento dei protocolli firmati il giorno prima. Contrariamente a quanto sostenuto da lei , i protocolli di Zurigo, i cui testi sono pubblici, non legavano la normalizzazione dei rapporti armeno turchi ai negoziati per il Nagorno-Karabach, ancora in corso sotto l’egida Osce. Invece, le dichiarazioni di Erdogan del 23 aprile scorso ai discendenti degli armeni sono state sorprendenti, anzi di un cinismo sorprendente. Erdogan ha parlato delle sofferenze di tutti i sudditi ottomani, mettendo sullo stesso piano vittime e carnefici. Fino a quando il premier turco definirà il genocidio armeno come un mero incidente della Prima guerra mondiale, con i bonari commenti di alcune voci della stampa internazionale, riuscirà nella sofisticazione del negazionismo di Stato turco. Io non reputo la sua dichiarazione del 23 aprile nient’altro che questo. Altri reputano le dichiarazioni di Erdogan troppo poco e troppo tardi. Bene, il 29 aprile Erdogan ha cinicamente chiesto: se ci fosse stato un genocidio, ci sarebbero ancora degli armeni in questo Paese (Turchia)? Che dire allora degli ebrei in Germania o dei tutsi in Ruanda? Dove lei ritiene non promettente la richiesta del presidente armeno alla Turchia di riconoscere il genocidio e liberarsi dal fardello della Storia, vorrei ricordare che tutti gli armeni attendono questo atto da 99 anni, ora insieme alla società civile turca e a quella parte di comunità internazionale che con atti di verità e libertà hanno riconosciuto il genocidio e invitato la Turchia a seguirli. Sargis Ghazaryan Ambasciatore Repubblica d’Armenia in Italia
Caro Ambasciatore, Il nodo della questione resta quindi, per l’Armenia, il riconoscimento del genocidio. Spero che non le spiaccia se la definizione è sempre parsa a me e a altri osservatori o studiosi (fra cui il noto storico anglo-americano Bernard Lewis) storicamente scorretta. È genocida la politica di un governo che si propone la totale eliminazione di un gruppo etnico-religioso, come accadde per le comunità ebraiche durante il regime nazista. Ma nel caso degli armeni la situazione mi sembra diversa per almeno due ragioni. In primo luogo la spietata repressione del 1915 colpì gli armeni della Turchia orientale, ma non fu estesa con le stesse modalità alle comunità di Istanbul e Smirne. In secondo luogo, la definizione non tiene conto del momento storico. La guerra era scoppiata da pochi mesi, l’esercito turco si era duramente scontrato con quello russo a Tabriz. Vi erano formazioni armene fra le forze zariste e gli insorti armeni, dopo essersi impadroniti della città di Van, ne avevano proclamato l’autonomia. Non è sorprendente, in tali circostanze, che gli armeni apparissero come una pericolosa quinta colonna del nemico. È molto probabile che al vertice del nazionalismo turco vi fosse il desiderio di cogliere l’occasione per liquidare la questione armena una volta per tutte; e i massacri durante la lunga marcia della morte verso Aleppo sono una delle pagine più sanguinose della storia ottomana. Ma non mi sembra che questo basti per definirli un genocidio e per attribuirne implicitamente la responsabilità morale dei turchi di oggi.
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