Riprendiamo dal CORRIERE della SERA di oggi, 01/05/2014, a pag. 41, la risposta di Sergio Romano a una lettrice, dal titolo "Erdogan parla agli armeni. Motivi del gesto e prospettive".
Romano spiega le dichiarazioni del premier turco sul genocidio degli armeni come parte di una strategia diplomatica, evitando di esprimere un giudizio sul perdurante rifiuto di utilizzare la parola "genocidio". Il presidente armeno Sarkisian, scrive Romano, non ha avuto una reazione "promettente" alla mossa di Erdogan, avendo "chiesto ancora una volta che la Turchia riconosca il genocidio". Si tratta però di "una richiesta che la Turchia non è disposta a esaudire".
Il riconoscimento della realtà storica del genocidio degli armeni non può però essere considerato alla stregua di una fastidiosa richiesta armena: si tratta di un preciso dovere di verità storica. Romano, da sempre indulgente verso il governo islamista di Erdogan, evita accuratamente di ricordare questo dovere.


Sergio Romano Recep Tayyp Erdogan

Il presidente armeno Serge Sarkisian
Ecco il testo:
ll Primo ministro turco Erdogan da deciso di «infrangere un tabù quasi secolare» (Corriere di giovedì): con un comunicato ha offerto le condoglianze ai discendenti del popolo armeno, in occasione del 99° anniversario del genocidio a cui fu sottoposto dai soldati ottomani. Che cosa pensa si prefigga con questa sorprendente iniziativa?
Mariangela Bonvicini
Milano
Cara Signora,
Le dichiarazioni di Erdogan sono importanti, ma fanno parte di un laborioso processo, pieno di alti e bassi, che è cominciato quando Ahmet Davutoglu, già consigliere di Erdogan, divenne il suo ministro degli Esteri. Il partito islamico del presidente del Consiglio ha posizioni alquanto diverse da quelle dei militari turchi e dei nazionalisti laici, eredi di Atatürk. Il governo non ha mai ammesso la tesi del genocidio, ma l’intransigenza appartiene al fronte dei laici piuttosto che a quello dei religiosi. Quando enunciò le grandi linee della politica estera della Turchia, agli inizi del suo mandato, Davutoglu disse che il suo Paese voleva avere rapporti amichevoli con tutti i suoi vicini. Dietro quelle parole vi era la convinzione che soltanto così la Turchia avrebbe recuperato almeno in parte il suo passato imperiale e sarebbe divenuta il Paese leader di una grande area medio-orientale, dal Levante arabo alle repubbliche post sovietiche dell’Asia centrale.
Vi furono contatti, sondaggi e gesti simbolici come il viaggio che il presidente della Repubblica turca Abdullah Güll fece in Armenia nel 2007 per assistere a un evento sportivo. Un anno dopo, nell’ottobre del 2008, Turchia e Armenia firmarono un accordo a Zurigo che prevedeva la ripresa dei rapporti diplomatici e la riapertura delle frontiere. L’accordo, duramente negoziato sino all’ultima virgola e all’ultimo minuto, fu un evento solenne, salutato da un gruppo di illustri padrini presenti alla cerimonia: il ministro degli Esteri della Confederazione Elvetica, il segretario di Stato americano (era Hillary Clinton), il ministro degli Esteri russo e quello francese. Qualche giorno dopo il presidente armeno Serge Sarkisian andò a Istanbul per assistere a una partita di calcio fra Armenia e Turchia.
Sembrò che i due Paesi avessero imboccato la strada giusta, ma l’accordo di Zurigo condizionava la ripresa dei rapporti alla soluzione di un conflitto scoppiato prima della dissoluzione dell’Unione Sovietica, quando gli armeni avevano cercato di riconquistare il Nagorno-Karabach, una enclave armena nel territorio dell’Azerbaigian. Stalin lo aveva regalato alla Repubblica di Baku negli anni Venti, in un momento in cui voleva migliorare i rapporti dello Stato sovietico con i turchi, di cui gli azeri sono, per così dire, cugini.
Gli armeni speravano che l’accordo di Zurigo avrebbe giovato alla loro causa, ma le attese sono andate deluse e le relazioni fra i due Paesi sono state da allora quasi glaciali. Con le condoglianze per i massacri del 1915 Erdogan e Davutoglu vogliono probabilmente riaprire il dialogo. Ne hanno bisogno perché il sogno di Davutoglu (buone relazioni con tutti i Paesi vicini) non si è avverato e la Turchia ha oggi pessimi rapporti con alcuni fra i maggiori Stati della regione, dall’Egitto all’Arabia Saudita. Il miglioramento dei rapporti con l’Armenia sarebbe per la politica estera della Turchia una boccata d’ossigeno. Ma la reazione di Sarkisian non è stata promettente. Il presidente armeno ha chiesto ancora una volta che la Turchia riconosca il genocidio: una richiesta che la Turchia non è disposta a esaudire. Vi sono tuttavia due fattori che autorizzano qualche speranza: Erdogan ha bisogno di un successo internazionale e l’Armenia ha un forte interesse a uscire dall’isolamento economico in cui vive da quando la Turchia ha chiuso le frontiere.
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