Bibi Netanyhau ha fatto un passo molto abile, per mettere alla prova le reali intenzioni di Abu Mazen. L'ha invitato a intervenire alla Knesset, che significa il riconoscimento di Israele quale Stato degli ebrei. Vedremo come risponderà, certo non è Sadat, che la pace voleva farla veramente.
Riprendiamo il pezzo di Fabio Scuto dalla REPUBBLICA di oggi, 19/11/2013, a pag.14. Naturalmente Scuto riporta le posizioni di Abu Mazen senza metterele in discussione, cosa che non fa con Netanyahu. Poi ci si stupisce se i lettori di Repubblica sono ostili a Israele !
Dall' OSSERVATORE ROMANO, a pag.3, un pezzo dal medesimo contenuto, nel quale però non viene scritto quanto dichiarato da Netanyahu sul riconoscimento di Israele. Averlo censurato, impedisce ai lettori di quel giornale di capire la posizione di Israele, in attesa di far ricadere sullo Stato ebraico la responsabilità di un eventuale fallimento dei colloqui.
Chiediamo ai nostri lettori di scrivere al direttore dell'Osservatore Romano Giovanni Maria Vian, per chiedergli il motivo di quella censura:
ornet@ossrom.va
Ecco gli articoli:
La Repubblica-Fabio Scuto: " Netanyahu: Abu Mazen venga alla Knesset"

Abu Mazen Bibi Netanyahu
DAL NOSTRO CORRISPONDENTE- GERUSALEMME — Le foto ufficiali non nascondono lo stupore del presidente francese Francois Hollande, quando ieri pomeriggio il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha usato il podio della Knesset per lanciare un'offerta clamorosa al presidente palestinese Abu Mazen. «Lo invito da qui: rompiamo l'impasse. Venga a parlare alla Knesset e io andrò a Ramallah», ha detto Netanyahu ai parlamentari israeliani, anch'essi un po' sorpresi dal colpo di scena del primo ministro. I negoziati di pace — fortemente sostenuti dagli Stati Uniti — languono da mesi senza apparenti risultati nonostante i forti stimoli alla ricerca di un accordo vengano anche dall'Unione Europea, stimolati soprattutto da Francia e Spagna. Hollande in questi giorni in visita nella regione si è molto speso ieri mattina con Abu Mazen e nel pomeriggio con Netanyahu perché «entrambe le parti facciano un gesto importante» e lui stesso davanti alla Knesset ha sollecitato una soluzione per Gerusalemme «come capitale dei due Stati». «Noi — ha aggiunto il presidente francese — possiamo solo incoraggiarvi e sostenervi». Lanciando la sua sfida Netanyahu ha però ribadito la richiesta indigesta per l'Anp, di riconoscere la natura ebraica di Israele. «Andiamo avanti su questa piattaforma e si riconosca la verità storica: gli ebrei hanno un legame di quasi 4.000 anni con la terra di Israele». «Affinché la pace sia reale — ha proseguito il premier — deve essere una strada a doppio senso. Non si può chiedere agli ebrei di riconoscere uno Stato nazionale di Palestina senza chiedere ai palestinesi di riconoscere lo Stato nazionale del popolo ebraico». Il premier da tempo chiede che i palestinesi riconoscano «Israele come Stato del popolo ebraico», una richiesta categoricamente respinta finora dai leader dell'Anp perché vi vedono una rinuncia al "diritto al ritorno" dei rifugiati. Una possibilità da sempre respinta dagli israeliani, impossibile accogliere i milioni di rifugiati da Libano, Siria e Giordania: altererebbero l'equilibrio demografico. E allo stesso tempo la piccola Palestina diventerebbe lo Stato più densamente popolato del Pianeta. La richiesta palestinese sul "diritto al ritorno" è molto ambiziosa e anche difficilmente realizzabile, ma milioni di rifugiati vi si riconoscono e per questo sostengono l'Anp. Netanyahu sa bene che, finché si prosegue con le nuove case negli insediamenti, Abu Mazen non può venire.
Il presidente palestinese non è Anwar Sadat, il presidente egiziano che invitato dall'allora premier Menachem Begin tenne nel novembre del 1977 un memorabile discorso alla Knesset, ma venne a Gerusalemme solo quando gli accordi erano già pronti e chiusi dietro le quinte. Quello di Netanyahu al confronto appare come l'ennesimo tentativo di dimostrare (agli israeliani) che la responsabilità del rifiuto della pace è tutta dei palestinesi. Con Hollande a Gerusalemme, Netanyahu ha glissato sulle critiche aperte di Parigi alla colonizzazione in Cisgiordania e ha preferito mettere l'accento su ciò che unisce oggi Israele e Francia: l'Iran. Le posizioni dei due Paesi sul negoziato 5 più 1 con l'Iran e fortemente sponsorizzato dagli Usa coincidono: sono insufficienti le offerte dell'Iran per allentare le sanzioni. Questo nuovo asse Gerusalemme-Parigi è tutto a scapito del presidente americano Barack Obama, che invece è alla ricerca di un successo diplomatico che dia la cifra della sua presidenza. Secondo gli israeliani gli Usa stanno per cadere nella "trappola" degli ayatollah: fingono di trattare mentre le centrifughe per arricchire l'uranio sono al lavoro.
L'Osservatore Romano-Israeliani e palestinesi alla ricerca del dialogo

Giovanni Maria Vian, direttore dell' Osservatore Romano
Israeliani e palestinesi alla ricerca del dialogo TEL Aviv, i8. I palestinesi «sono impegnati a proseguire i negoziati per nove mesi, qualsiasi cosa accada sul terreno». Questa la posizione espressa ieri, in un'intervista all'Afp, dal presidente dell'Autorità palestinese (Ap), Abu Mazen. «Ci siamo impegnati e andremo fino alla fine dei nove mesi e poi prenderemo la decisione» ha dichiarato. Il processo di pace «non è con-gelato», e tuttavia i palestinesi devono fare «concessioni per sperare di raggiungere un accordo finale» ha replicato il premier israeliano, Benjamin Netanyahu, in un'intervista alla Cnn. Le dichiarazioni di Abu Mazen e Netanyahu giungono in concomitanza con la visita in Vicino Oriente del presidente francese, Francois Hollande. Ieri il capo dell'Eliseo, al termine di un incontro con il presidente israeliano, Shimon Peres, è tornato a chiedere gesti da parte di Israele per quanto riguarda la spinosa questione degli insediamenti in Cisgiordania. «Il processo di pace è difficile, ma questa volta il bisogno di pace è estremamente urgente» ha detto Hollande, aggiungendo che la «soluzione dei due Stati è l'unica possibile». Hollande ha poi dichiarato: «Finché la Francia non sarà completamente sicura che l'Iran ha ceduto sulle armi nucleari, continuerà a mantenere la sua posizione». Parigi, almeno per il momento, ribadisce quindi il proprio no a un accordo tra l'Iran e il gruppo cinque più uno (i membri penna-nenti del Consiglio di sicurezza più la Germania).
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