Khaled Meshaal è sempre stato definito sui media occidentali come 'profugo' oppure 'in esilio', forse perchè aveva scelto di stabilirsi a Damasco, dove aveva il suo quartier generale. Una scelta anche obbligata dal fatto che a Gaza due galli in un pollaio erano troppi, anche se l'obiettivo era comune, la distruzione di Israele. Nessun esilio quindi, ma una libera scelta, dettata anche dal timore di poter essere nel mirino israeliano. Adesso è rientato, il soggiorno siriano è finito, a Gaza rischia meno la pelle, almeno così ritiene Meshaal.
Che poi voglia 'morire da martire', non avrà difficoltà ad essere esaudito, se i missili da Gaza ricominceranno a cadere su Israele.
La cronaca è di Francesco Battistini, sul CORRIERE della SERA di oggi, 08/12/2012, a pag.18, con il titolo "Baci, lacrime. Il leader di Hamas a Gaza 45 anni dopo".

Khaled Meshaal
DAL NOSTRO CORRISPONDENTE
GERUSALEMME — Baci, lacrime e passione. Nella stagione di Hamas resuscitata dagli otto giorni di bombe su Gaza, nei giorni della causa palestinese rianimata dal voto Onu, nelle settimane della riesumazione di Arafat, rinasce «per la terza volta» anche Khaled Meshaal: dopo 45 anni da profugo, un quarto di secolo dopo aver generato Hamas da una costola dei Fratelli musulmani, l'ex insegnante di fisica rimette piede nella terra che lasciò undicenne. Di buon'ora, un'enorme scorta di mascherati delle Brigate Qassam e nell'abbraccio d'una discreta folla, tra spari in aria e caroselli d'auto, Meshaal bacia il suolo come un Papa, appena supera il valico egiziano di Rafah. E poi piange, preceduto in patria dalla moglie e dai sei figli e dai sette nipoti, «in questo momento che ho sognato tutta la vita e che considero la mia terza nascita: perché io nacqui la prima volta figlio dell'imam di Silwad e rinacqui una seconda, quindici anni fa, quando lo stolto sionista Netanyahu cercò d'avvelenarmi in Giordania e Dio invece mi protesse». Un ritorno d'abbracci appassionati, coi carissimi nemici del Fatah ad aspettarlo, e di qualche promessa: «Possiamo camminare verso la riconciliazione e l'unità politica dei palestinesi. Prego Dio che la mia quarta nascita avvenga con la liberazione di tutta la Palestina. E che poi mi faccia martire qui».
Meshaal resterà a Gaza tre giorni. Per festeggiare i 25 anni del movimento e preparare un futuro d'opportunità: la visita segue quelle del premier egiziano e dell'emiro qatarino, precede quella del turco Erdogan, è l'ennesimo segnale che in Medio Oriente molto sta cambiando e che, scrive la stampa araba, tutta la dirigenza di Hamas potrebbe traslocare presto nella Striscia. Di sicuro una mossa ardita, se è vero che a meno d'un mese dall'uccisione mirata del capo militare Ahmed Jaabari, quella che ha scatenato la guerra, Bibi Netanyahu intende rispettare la tregua ma evitare garanzie future per l'incolumità di Meshaal: «Hamas è sempre Hamas – commenta un suo portavoce -, non conta chi comanda: terroristi che vogliono la distruzione d'Israele».
Retorica a parte, dopo i razzi e i morti di novembre, il dialogo con Israele prosegue. Coi negoziati del Cairo, per allentare il blocco navale e i divieti d'import-export. E con quest'operazione incoraggiata dalla Casa Bianca, per riportare in sella lo stesso Meshaal: sunnita, il capo del politburo in questi mesi s'è liberato dell'imbarazzante ospitalità del dittatore siriano Assad, combattuto proprio dai sunniti, ed è oggi considerato meno estremista del leader lanciarazzi di Gaza, Ismail Hanyieh: «Meshaal ha mollato Damasco e l'Iran per riavvicinarsi ai sunniti d'Egitto e Qatar — commenta Alex Fishman, editorialista israeliano —. Questo fronte anti-iraniano è un'occasione anche per Netanyahu». Unico problema, Bibi ha sempre considerato Hamas il male assoluto: come farà a spiegare il dialogo ai suoi elettori? «Semplice: senza spiegarlo».
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