Internet è kosher ? se lo chiedono gli ebrei ortodossi americani. Cronaca di Mattia Ferraresi
Testata: Il Foglio Data: 22 maggio 2012 Pagina: 1 Autore: Mattia Ferraresi Titolo: «Internet Kosher»
Riportiamo dal FOGLIO di oggi, 22/05/2012, in prima pagina, l'articolo di Mattia Ferraresi dal titolo "Internet Kosher".
Mattia Ferraresi
New York. Centinaia di domande e dilemmi alimentano il dibattito su Internet dalla sua nascita e molte altre centinaia accompagnano le sue evoluzioni: la rete infiamma le rivoluzioni democratiche? Fa vincere le elezioni? Ci rende ottusi o intelligentissimi? Migliora le relazioni umane o le impoverisce? E’ un alleato della democrazia? E’ uno strumento di liberazione o un mezzo oppressivo nelle mani dei potenti? Dev’essere libera o avere un controllore? Domenica allo stadio dei New York Mets, nel Queens, 40 mila uomini in abiti neri – accompagnati da altri 20 mila in uno stadio adiacente – si sono posti una domanda ancora diversa: Internet è kosher? Un oceano di kippah, shtreimel e peot ha occupato uno spazio generalmente ingombro di casacche blu e arancioni per meditare e discutere sul rapporto fra Internet e l’ortodossia ebraica, relazione che sempre più spesso assume i tratti di uno scontro. Anche all’interno di comunità fortemente rappresentate a New York, città dove la rete è un bene di consumo primario, forse addirittura un diritto inalienabile. Il problema è che per alcune comunità ultraortodosse, specialmente fra gli haredim e i chassidim, la rete è il veicolo delle peggiori nefandezze umane, propaga vizi, distoglie dalla preghiera e induce in tentazione anche i più devoti; certo, non è la rete in sé il problema, quanto i contenuti che rende accessibili con colpevole facilità, ma per estirpare i messaggi scandalosi – dalla pornografia alle distrazioni dei social network – l’unico modo è sradicare il mezzo, o almeno limitarlo. Il gruppo rabbinico Ichud Hakehillos Letohar Hamachane, legato ad aziende che vendono filtri per rendere kosher la rete, ha investito circa un milione e mezzo di dollari per l’organizzazione di una manifestazione che aveva come scopo quello di sensibilizzare la comunità sui danni che Internet può provocare nella vita personale e sociale degli ebrei ortodossi. Con una certa ironia l’associazione che ha organizzato la “chiamata all’azione” – e che naturalmente non ha un sito internet – ha venduto i biglietti per la manifestazione esclusivamente online, cosa che ha reso ancora più fruibile l’evento per i partecipanti, gente che non è generalmente più luddista dei vicini secolarizzati. Quello che mancava allo stadio dei Mets è la presenza femminile. In conformità ai precetti degli ultraortodossi, soltanto i maschi hanno avuto il permesso di comprare i biglietti, mentre le donne hanno seguito i dibattiti da casa, su schermi appositamente allestiti. Eytan Kobre, il portavoce dell’evento, ha detto che lo scopo del movimento ebraico antirete non è mettere al bando Internet – cosa peraltro impossibile – ma spiegare quanto siano devastanti gli effetti collaterali di un collettore in cui si trova tutto e subito. “Internet minaccia diversi aspetti della nostra vita”, ha detto, ricalcando il messaggio con cui i rabbini hanno lanciato l’adunata: “E’ noto che Internet ha causato seri problemi a livello delle famiglie” e la pornografia, il gioco d’azzardo on line e i social media “minacciano la nostra capacità di pregare intensamente”. Ma al Citi Field di New York c’era anche un gruppo ortodosso antagonista. Sotto lo striscione “Internet non è il problema” spiegavano ai partecipanti che l’ondata anti Internet è l’altra faccia di un certo clima di omertà a proposito di abusi commessi nelle comunità di Brooklyn. Negli ultimi mesi i genitori di diversi adolescenti hanno denunciato soprusi da parte di figure autorevoli della comunità, cosa che ha scatenato da una parte le reazioni della società secolarizzata, dall’altra ha aumentato le pressioni, e persino le minacce, su quelli che si risolvono a rompere il silenzio. Diversi rabbini che domenica erano allo stadio hanno spiegato ai giornali, rigorosamente in forma anonima, che i contro manifestanti non hanno tutti i torti a denunciare l’assenza di trasparenza e la mancanza di collaborazione con le autorità civili. “Internet non è il problema” è la risposta a chi dice che la comunicazione on line non è kosher.
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