Riportiamo dal CORRIERE della SERA di oggi, 02/09/2011, a pag. 57, la risposta di Sergio Romano ad un lettore dal titolo " Le rivoluzioni arabe, meglio chiamarle rivolte ".


Sergio Romano
Sergio Romano descrive con queste parole i movimenti islamici che prenderanno il potere in Egitto, Libia, Tunisia : "non credo che la democrazia sia la prima delle loro ambizioni, la maggiore delle loro preoccupazioni.". Romano ha scoperto l'acqua calda, meglio tardi che mai. Concordiamo con lui. Avrebbe anche dovuto scrivere che la democrazia non rientra per niente nelle prospettive islamiche, la traducono con Sharia.
Ecco lettera e risposta:
Lo sviluppo di molte delle rivolte nei Paesi arabi confermano l'assoluta assenza di una vera e unica regia politica. Ciascuna di esse mantiene, infatti, le proprie peculiarità di sollevamento popolare nell'abbattere il regime, senza cambiare radicalmente le cose. Ciò nonostante in molti continuano a chiamarle rivoluzioni pur nell'assenza delle caratteristiche di rottura con il passato che dovrebbero avere. Quando un movimento di popolo lo si può definire veramente «rivoluzione»? Senza andare oltre il secolo, e senza quindi riferirsi alla «Rivoluzione» per eccellenza, ossia quella francese, tale appellativo se lo sono meritati, o attribuiti, in primis quella di Ottobre sovietica e quella fascista del 28 ottobre 1922. Che sono a noi le più note, con qualche ragione per entrambe. Anche se, a mio avviso, nel
XX secolo credo che una vera «rivoluzione», per i cambiamenti che comportò
nel vivere quotidiano e nei costumi del popolo che ne venne coinvolto, l'abbia realizzata solo Mustafa Kemal Ataturk sulle ceneri dell'Impero Ottomano!
Mario Taliani
mtali@tin.it
Caro Taliani,
L e rivoluzioni hanno generalmente un programma ideologico che è spesso il risultato di teorie concepite e diffuse negli anni precedenti. L'occasione può essere contingente, ma nel momento in cui la folla scende nelle piazze esistono uomini e correnti di opinione che possono dare un senso alla protesta e proporre una società ideale per cui combattere. Così accadde in Francia dove i «philosophes» e l'indipendenza americana avevano suscitato da tempo l'attesa di un mutamento radicale. Così accadde nella Russia zarista dove la rivoluzione era da almeno vent'anni il tema dominante di ogni discussione politica. E così accadde in Turchia dove i «giovani turchi», prima della Grande guerra, avevano elaborato programmi di rinnovamento che la sconfitta rese finalmente possibili. Sulla «rivoluzione fascista» invece avrei molti dubbi. Il movimento aveva parecchi padri putativi, elencati da Mussolini in un articolo sul fascismo scritto per la Enciclopedia Treccani, ma il programma rivoluzionario fu una creazione piuttosto artificiosa che rimase in buona parte lettera morta o fu realizzato con criteri esclusivamente teatrali.
Se queste sono, per grandi linee, le principali caratteristiche di una rivoluzione, quelle arabe sono soltanto rivolte. All'origine delle prime grandi dimostrazioni vi erano malumori e risentimenti di varia natura: la disoccupazione soprattutto giovanile, il rincaro dei prezzi dei prodotti alimentari, le aspettative deluse di una generazione molto più scolarizzata di quella dei genitori, la deriva nepotistica di autocrati che trattavano lo Stato come una mucca da mungere, la brutalità della polizia, le tradizionali rivalità fra sunniti e sciiti.
Le dimostrazioni hanno avuto successo grazie al tamtam delle nuove tecnologie, ma gli sms non trasmettono idee, non generano programmi e non creano leader. Nei Paesi del nord Africa in cui la rivolta ha avuto successo, i dimostranti non hanno conquistato il potere. In Tunisia hanno vinto grazie a una coalizione di notabili, in Egitto grazie all'intervento delle forze armate, in Libia grazie ai bombardamenti della Nato. Vi saranno elezioni perché la correttezza politica dei tempi vuole che il popolo venga chiamato alle urne. Ma là dove il voto non verrà manipolato e il Paese non precipiterà in una guerra civile, i migliori risultati verranno raccolti da quei gruppi islamici che erano da tempo presenti nelle società arabe e che maggiormente suscitano la diffidenza dell'Occidente. Credo che abbiano diluito il loro antico fondamentalismo e che per molti di essi il modello da imitare sia quello del partito turco di Recep Tayyip Erdogan. Ma non credo che la democrazia sia la prima delle loro ambizioni, la maggiore delle loro preoccupazioni.
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