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Corriere della Sera Rassegna Stampa
02.09.2010 Da chi sono rappresentati i musulmani in Italia ?
Sergio Romano tratta una questione seria e importante con superficialità

Testata: Corriere della Sera
Data: 02 settembre 2010
Pagina: 41
Autore: Sergio Romano
Titolo: «Riconoscimento dell'islam e questione dell'8 per mille»

Riportiamo dal CORRIERE della SERA di oggi, 02/09/2010, a pag. 41, la risposta di Sergio Romano ad un lettore dal titolo " Riconoscimento dell'islam e questione dell'8 per mille ".


Sergio Romano

Sergio Romano semplifica, com'è sua abitudine, mentre il Coreis affronta con serietà un argomento che è tutt'altro che chiarito. Non si è ancora trovato un  accordo su chi debba rappresentare i musulmani italiani, e l'accenno ai convertiti è un indice piuttosto sgradevole, che però non stupisce in Romano, i cui ragionamenti si basano sull'ideologia e non sulla realtà. Ignorare poi che l'islam non  è solo una fede, aspetto comune per tutte le altre religioni, ma un insieme di norme che inglobano interamente lo stato, significa cercare di far passare l'islam per quello che non è. La sha'aria ha come obiettivo la sostituzione delle leggi laiche che governano l'Europa con l'imposizione del Califfato, non siamo noi a dirlo ma loro. Non sarà grazie a Romano, e a quelli che come lui nascondono il pericolo che ci aspetta entro quanche decennio, Romano è troppo intelligente per non essere informato, che  se ne comincerà a discutere anche qui. Sarà invece  grazie a bulli e dittatori, terroristi in pensione o ancora in carica, come Gheddafi e Ahmandinejad, che arrogantemente non usano le cautele diplomatiche del politicamente corretto, che anche da noi l'argomento non sarà più tabù, e gli italiani si renderanno conto di ciò che li attende. Altro che 8  x mille.
A tal proposito invitiamo i lettori a leggere il Dossier islam di IC cliccando sul link http://www.informazionecorretta.com/main.php?mediaId=115&sez=120&id=36135

Ecco lettera e risposta di Sergio Romano:

Al riconoscimento giuridico della religione islamica nel nostro Paese vengono spesso opposte due difficoltà. La prima si basa sull’assenza di un clero nell’Islam, ed è facilmente superabile dalla constatazione che soltanto il Cristianesimo comporta la presenza di un clero e di una Chiesa, mentre anche i nostri fratelli ebrei partecipano di una religione senza clero, senza che tale differenza abbia impedito il riconoscimento dell’Ebraismo in Italia. La seconda obiezione sottolinea come la comunità islamica non sia rappresentata da un soggetto unitario. Tuttavia anche la comunità ebraica, sempre a titolo di esempio, non è rappresentata da un soggetto unitario, poiché gli ebrei ortodossi hanno ricevuto un riconoscimento giuridico di cui gli ebrei riformati sono invece privi. D’altro canto, la Coreis ha sempre aspirato a rappresentare gli interessi dei musulmani in Italia senza alcuna ambizione di esclusività. Nulla osta alla possibilità che lo Stato italiano possa riconoscere diverse comunità islamiche. Nello stesso tempo, tuttavia, crediamo che le nostre istituzioni debbano assumersi la responsabilità di scegliersi interlocutori che garantiscano effettivamente rappresentanza e affidabilità.

Shaykh al-Wahid Pallavicini Presidente Coreis (Comunità religiosa islamica) italiana

Caro Pallavicini,

Credo occorra precisare anzitutto che la religione islamica non ha bisogno di essere riconosciuta. Dopo la firma del nuovo concordato con la Santa Sede, il cattolicesimo non è più la «sola» religione dell’Italia e l’Islam, quindi, non ha bisogno di pubbliche autorizzazioni. Basta, a questo scopo, l’art. 29 della Costituzione dove è detto che tutti hanno diritto di professare liberamente la propria fede religiosa.

Il riconoscimento a cui lei si riferisce è l’accordo di tipo concordatario che lo Stato italiano, come ha ricordato Gian Guido Vecchi nel Corriere del 27 agosto, ha stipulato con l’Unione delle comunità ebraiche italiane, la Tavola valdese, la Chiesa evangelica, l’Unione delle Chiese avventiste del 7° giorno e le Assemblee di Dio. Alla ripresa dei lavori parlamentari — ha scritto Vecchi — arriveranno in Parlamento i disegni di legge per la definitiva approvazione di altri «concordati» con sei confessioni religiose: ortodossi, buddisti, mormoni, induisti, apostolici e testimoni di Geova. Come i precedenti, anche questi accordi prevedono che il contribuente italiano possa destinare l’8 per mille della sua imposta sul reddito a una confessione religiosa. È la norma che garantisce alla Chiesa cattolica ogni anno circa un miliardo di euro e alle altre confessioni riconosciute somme molto più modeste ma egualmente preziose. È assurdo che dalle confessioni autorizzate a ricevere questo contributo sia esclusa quella che è oggi, a tutti gli effetti, la seconda religione italiana.

Lei sostiene che questa anomalia potrebbe essere sanata se l’accordo venisse stipulato con Coreis. So che l’associazione ha dato in questi anni un notevole contribuito a una migliore percezione dell’Islam in Italia e che continuerà ad avere un ruolo importante. Ma ho l’impressione che rappresenti soprattutto un Islam «indigeno» composto in buona parte da convertiti di prima o seconda generazione. In un Paese dove la religione musulmana è praticata soprattutto da immigrati, l’accordo andrebbe concluso con una più larga federazione di associazioni. Questa prospettiva mi sembrò possibile quando i ministri degli Interni erano Giuliano Amato e Beppe Pisanu. Mi sembra più difficile con l’attuale governo. Leggo che l’Islam italiano, per essere riconosciuto, dovrebbe dare garanzie in materia di poligamia, ruolo della donna ed educazione dei figli. Credo che questo sia un falso problema. Basterebbe inserire nell’accordo una clausola con cui i firmatari s’impegnano a rispettare le leggi della Repubblica.


lettere@corriere.it

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