Caro Direttore,
apprezziamo il quotidiano L'OPINIONE come un esempio di correttezza nell'informazione e per le sue battaglie politiche, civili e culturali.
Quello da lei diretto è uno dei pochi quotidiani che informa in modo oggettivo sulla realtà mediorentale. Le opinioni in merito che ospita ci vedono spesso consenzienti. Comunque sono sempre meritevoli di essere valutate attentamente e discusse.
E' con grande stupore, dunque, che abbiamo letto l'articolo di Paolo Bernardini "La lunga ombra di Auschwitz E’ ancora possibile fare Storia?" pubblicato il 20 giugno 2007.
In esso viene difeso il libro di Norman G. Finkelstein "L'industria dell'Olocausto". Un esempio di propaganda antisionista e antisemita. Giustamente, esercitando il diritto delle istituzioni accademiche a scegliere i loro docenti, l'Università de Paul di Chicago ha negato a Finkelstein una cattedra. Così facendo, a nostro avviso, ha reso un servizio ai propri studenti e alla verità: Finkelstein non è uno scienziato, ma un propagandista. Non si tratta di un attentato alla libertà di espressione.
Va detto comunque che Bernardini non si limita certo a difendere la libertà di opinione di Finkelstein, non accorgendosi che non è implicata nella vicenda.
Per lui, come per Finkelstein, l'"industria dall'Olocausto" serve a giustificare moralmente lo Stato di Israele, e va condannata per questo.
La differenza sembra essere che mentre Finkelstein è ossessionato da Israele e dagli Stati Uniti, e rivolge a loro il suo odio, Bernardini condanna in blocco "lo Stato".
Una posizione che, portata alle sue estreme conseguenze, fa preferire l'anarchia armata palestinese a Israele. E impedisce di cogliere la differenza tra democrazie liberali e totalitarismi.
Ci auguriamo che sul suo giornale compaiano presto opinioni che possano controbilanciare quella di Bernardini.
Con stima
la redazione di Informazione Corretta
Di seguito, l'articolo di Bernardini:
Dagli Stati Uniti giunge la notizia che l’università DePaul di Chicago, ispirata all’insegnamento del francese Vincent de Paul (1581-1660) – e non dai Gesuiti come ha scritto Alessandra Farkas su “Il Corriere della Sera” del 13 giugno – ha negato una posizione permanente a Norman Finkelstein, dopo i canonici sei anni di “tenure-track” che portano, o meglio dovrebbero portare, dalla posizione di “Assistant” a quella permanente di “Associate Professor”. Ora, generalmente si tratta di un periodo in cui un candidato alla posizione permanente scrive un libro e qualche articolo, e quasi sempre viene promosso. La promozione – un auspicio presente anche nella riforma Moratti dell’università nostra, datata 2005 ma mai in toto applicata – dovrebbe avvenire sulla base di tre criteri: servizio alla comunità, insegnamento e produzione scientifica. Ora, qui siamo dinanzi ad un intellettuale di fama mondiale, vicino ai 50 anni, i cui libri sono stati tradotti in diecine di lingue, e sono numerosi. Il più famoso, “The Holocaust Industry”, è stato tradotto in Italia nel 2004 da Rizzoli: “L’industria dell’Olocausto.
Lo sfruttamento della sofferenza degli ebrei”. Ed è proprio per questo libro, soprattutto, che l’accademia americana “politically correct” di ispirazione “liberal”, ovvero di sinistra, ha iniziato da anni, guidata da uno dei suoi guru, l’avvocato-professore Alan Dershowitz, una campagna asperrima contro Finkelstein. Che cosa sostiene in questo libro e nella sua intera produzione Finkelstein, di tanto scandaloso? Sostiene solo quello che già tutti sanno, ma che molti hanno difficoltà a formulare o magari si vergognano perfino talora di pensare, ma sempre senz’altro di esprimere. Ovvero che lo sterminio di 6 milioni di ebrei di Hitler ha portato tantissimi frutti economici, beneficiando intere categorie: non solo ebrei, ma editori, università, media, creatori e gestori di musei, nel mondo universo, da New York fino agli assessorati comunali di tanti microscopici paesini italiani. La Shoah è entrata insomma a far parte, e quale parte, dell’industria culturale, per usare la locuzione cara a T. W. Adorno. Il quale si domandava come si potesse ancora scrivere e vivere dopo Auschwitz.
La risposta: su Auschwitz moltissimi hanno prosperato. Ma non solo con restituzioni e compensazioni economiche dirette non sempre del tutto giustificate. Anche e soprattutto con lo sfruttamento “culturale” del più atroce genocidio della Storia, “tutto quanto fa spettacolo”, come diceva la vecchia e dignitosa trasmissione “Odeon”, della RAI. Così come Che Guevara, divenuto a dispetto di tutto il suo comunismo ortodosso una grande icona nel mercato capitalistico, un grande produttore postumo di ricchezza, così i forni di Auschwitz continuano a far lievitare musei, istituzioni, convegni, cattedre. Insomma, il Male assoluto sembra produrre un bene relativo, se non altro in termini di circolazione di denaro. Non ci sarebbe niente di male se non vi fossero tali implicazioni ideologiche, che nella loro radicalità sfuggono perfino a Finkelstein: l’industria dell’Olocausto è soprattutto una industria di Stato o comunque pubblica – perfino i contribuenti di Padova hanno pagato per mostre su Auschwitz – e la sua funzione prima, celata ma mai abbastanza, non è quella di dire “guardate che cattivi i tedeschi, e i loro amici (anche italiani) , questo non si ripeterà mai più! ” Ma è un’altra ad essa correlata: quella della legittimazione assoluta dello statalismo democratico, come garanzia prima, appunto, che tale Male non avrà a ripresentarsi più.
Ancorando così la coscienza dell’individuo allo Stato in maniera subdola e invereconda: senza lo Stato come è e che celebra in mostre e mostriciattole “quel Male”, la coscienza sola non saprebbe ribellarsi alla possibilità stessa che in qualche modo si ripresenti, dimenticherebbe tutto. Lo Stato demagogo e psicagogo dunque per eccellenza, il perfetto compimento dell’istruzione statalistica e unidirezionale dei maestri alla De Amicis. La Democrazia come unica salvaguardia e salvezza. E a questo si collega la difesa strenua, ovviamente, dello Stato di Israele, facendo credere che si difende il popolo di Israele, ma in realtà si vuole difendere quella realtà in tutto il mondo in crisi che è lo “Stato” stesso. E dunque l’esistenza dello “Stato di Israele” garantirebbe la salvezza sia degli Ebrei che vi abitano, sia, per esteso, di tutti i cittadini degli Stati democratici del mondo. I Palestinesi, sia detto per inciso, non hanno alcun Stato. L’astuta extrema ratio di un sistema prossimo alla fine. E quindi occorre svellere alla radice tutti coloro che mettono in crisi questa ideologia – anche se Finkelstein ha talvolta esagerato negli attacchi personali, Elie Wiesel non è un “clown”, come non lo è nessuno che quel Male abbia visto e vissuto davvero. Purtroppo o per fortuna però siamo nel mondo mediatico: per cui una cattedra negata con clamore internazionale rende infinitamente più di una concessa pacificamente, per cui le idee di Finkelstein sono ora destinate a viaggiare sempre più, e siamo certi che Norman non soffrirà la fame. Egli ci ha offerto, forse disordinatamente, forse enfaticamente, materiali per una riflessione profonda, che ognuno dovrebbe compiere.
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