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L'Opinione Rassegna Stampa
07.06.2007 Hajj Amin Al-Husayni, il Gran muftì di Gerusalemme, alle origini del terrorismo islamico
un' analisi storica

Testata: L'Opinione
Data: 07 giugno 2007
Pagina: 11
Autore: Giorgio De Neri
Titolo: «Le non lontane origini del terrorismo islamico - Libano, guerra dura al terrorismo»
Da L'OPINIONE del 7 giugno 2007:

     Dopo la guerra che lo scorso anno ha visto contrapposte le milizie di Hezbollah e le forze israeliane, in questi giorni il Libano è ancora una volta sconvolto da una serie di violenti scontri tra l'esercito libanese e i fondamentalisti musulmani palestinesi di Fatah al-Islam, più o meno vicini ad al-Qaida. Fatah al-Islam, come Hamas e la Jihàd islamica, è una delle organizzazioni del radicalismo islamico palestinese dalle profonde origini e dagli obiettivi sui quali è opportuno riflettere. Un utile strumento di conoscenza storica e documentaria in merito, è costituito da “Una vita per la Palestina - Storia di Hajj Amin Al-Husayni, Gran Mufti di Gerusalemme” (Mursia, Milano 2003, Euro 22) secondo volume, di una trilogia (insieme a “Il fascio, la svastica e la mezzaluna” e a “Mussolini e la resistenza palestinese”) dedicata, da Stefano Fabei, ai rapporti tra il fascismo, il nazismo e il modo islamico, il cui grande regista fu appunto il Gran Mufti di Gerusalemme nel quale possiamo vedere un precursore di quell'integralismo islamico palestinese che oggi rende ancora più pericolosa la polveriera mediorientale e la Terrasanta in particolare.

Nato nel 1895, da una delle famiglie più in vista della Palestina, gli Husayni, Muhammad Amìn dedicò tutta la vita alla lotta contro i sionisti e gli inglesi. Nel 1921, l'amministrazione militare britannica di Palestina fu sostituita da una civile, come Mandato della Lega delle Nazioni. Dopo la morte di suo fratello il Mufti e l'Alto Commissario britannico Herbert Samuel decisero di graziare Amin Al-Husayni; e di nominarlo Mufti di Gerusalemme: una posizione che era stata tenuta dal clan al-Husayn; per più di un secolo. (Mufti: termine che significa letteralmente “giureconsulto”, ma che meglio si intende nell'accezione di alto funzionario musulmano esperto in diritto islamico). All'inizio dell'anno successivo fu proclamato presidente del Supremo consiglio musulmano, un organismo creato con il favore della Gran Bretagna, potenza mandataria, che gli consentì di essere considerato dai suoi compatrioti un vero e proprio presidente del governo islamico della Palestina. Come tale si comportò negli anni tra il 1922 e il 1937, godendo della fiducia e del rispetto non solo dei musulmani ma di molti cristiani che vedevano in lui, in una regione governata dagli inglesi, l'unica personalità in grado di opporsi in modo efficace al governo britannico. Furono, questi, anni turbinosi e difficili in coincidenza anche della sempre più massiccia immigrazione ebraica in Terra Santa, violentemente osteggiata dagli arabi.

Nel 1936 ebbe luogo la prima grande rivolta degli arabi contro l'occupazione britannica e fu proprio in questo periodo che si concretizzarono i primi contatti con l'Italia fascista e la Germania nazionalsocialista, contatti che, con alti e bassi, caratterizzarono tutta l'azione del Mufti sino al 1945. In questi anni, mentre guidava la lotta armata contro quelli che riteneva i nemici degli arabi e dell'Islam, egli elaborò una concezione radicale dello stato ispirata ai principi religiosi, basata sul principio del califfato. Vicini a lui ideologicamente e militarmente erano i membri delle bande dello sceicco Izzeddìn al-Qassàm, alla cui memoria oggi si richiamano, anche nel nome, le brigate di Hamas. Da notare che tra il 1936 e il 1938 l'Italia versò al Mufti circa 138.000 sterline, una somma di tutto riguardo per quei tempi. Questo contributo finanziario fu deciso dal Duce all'indomani della guerra d'Etiopia, non solo a sostegno del nazionalismo arabo e per dar fastidio agli inglesi, ma anche in omaggio alle posizioni anticolonialiste del Mussolini socialista e del fascismo rivoluzionario. Oltre al denaro il ministero degli Esteri italiano decise di inviare ai mujahidin palestinesi un carico di armi e munizioni, in principio destinato al Negus ma acquistato in Belgio tramite il SIM. Questo materiale, depositato per quasi due anni a Taranto, sarebbe dovuto giungere, tramite intermediari sauditi, ai palestinesi impegnati nella prima grande intifada per abbattere il regno hascemita di Transgiordania, porre fine al protettorato britannico, bloccare l'arrivo di altri ebrei e il progetto sionista in Terrasanta.

Durante la guerra il Mufti si schierò apertamente dalla parte dell'Asse, che aveva dato asilo politico a lui ed ad altre decine di leader arabi e musulmani, e fu il massimo esponente del collaborazionismo musulmano. Lo stato che sarebbe nato dall'unione - garantita e proclamata da Roma e Berlino - di Iraq, Siria, Palestina e Transgiordania, avrebbe dovuto essere uno stato teocratico governato, secondo le leggi della Shariâh e della tradizione musulmana, da una guida religiosa, il punto di riferimento che era venuto a mancare nel 1924, con la fine del califfato ottomano. Questo progetto rendeva il capo palestinese molto gradito a Mussolini e agli alti vertici delle SS. Secondo l'Obergruppenführer SS Erwin Ettel, l'ufficiale del Partito nazionalsocialista incaricato delle questioni arabe, al-Husaynî era non soltanto un Alte Kampfer, un “vecchio combattente” che aveva ottenuto il rispetto e l'ammirazione della grande maggioranza del popolo arabo in tutto il Vicino e Medio Oriente, ma anche un “idealista fanatico”.

Di seguito, una breve analisi sui combattimenti in Libano

L’esercito libanese fa sul serio. Oggi è il diciannovesimo giorno di combattimenti attorno al campo profughi di Nahr el Bared, dove si sono asserragliati gli uomini della milizia integralista sunnita Fatah al Islam. Venti miliziani islamisti si sono consegnati ieri alla milizia palestinese di Fatah, che sorveglia il campo profughi, molti altri sono fuggiti. Uno di loro è stato catturato dai regolari libanesi mentre cercava di scappare travestito da donna. Per l’assalto finale, il governo libanese ha fatto giungere ulteriori rinforzi di fanteria e ha deciso di impiegare anche elicotteri d’assalto. L’artiglieria libanese è entrata in azione anche ieri. Salvo qualche tregua, il cannoneggiamento dura da diciotto giorni. Il numero dei caduti è ancora incerto, ma ha superato i 100. Quando sono gli eserciti arabi a combattere i terroristi, si sa, i media occidentali si dimostrano molto meno sensibili nei confronti delle vittime collaterali. E' per questo che, secondo alcuni analisti, il futuro della guerra al terrorismo sarà nelle mani di alleati dell'Occidente disposti a "fare il lavoro sporco".

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