Dalla Gran Bretagna all'Italia: l'ebreo che odia Israele è di moda L'Espresso ricicla l'Economist
Testata: L'Opinione Data: 17 aprile 2007 Pagina: 9 Autore: Dimitri Buffa Titolo: «L’Espresso copia l’ Economist»
Da L'OPINIONE del 17 aprile 2007 un articolo sui servizi dell' ESPRESSO da noi criticati qui:
Lo scorso gennaio l’ex autorevole magazine “The Economist” si inventava un articolo che metteva in dubbio le radici ebraiche dello stato di Israele e parlava di scontento degli ebrei della diaspora verso la politica aggressiva dello stato con capitale Gerusalemme, particolarmente puntando al lente sulle delusioni del dopoguerra con gli hezbollah. Un’operazione culturale di bassa lega e intrisa di odio anti ebraico. Fra l’altro si leggeva che “non andava più di moda difendere supinamente le ragioni di Israele” . In due articoli, "Diaspora blues" e "Second thoughts about the Promised Land" (pensieri reconditi sulla Terra Promessa) si faceva una pazzesca radiografia di questa evoluzione, dipingendo “finalmente” gli ebrei secondo i desiderata degli anti semiti di mezzo mondo: tutti rigorosamente ostili alla politica dello stato di Israele e disposti a versare tante lacrimucce per un presunto "apartheid" attuato contro i "poveri palestinesi". Il tutto citando anche un “report”, cioè una ricerca, dal nome che più coglione non si poteva:”Israele all'epoca di Eminem”. Alcune perle dell’articolo anti israeliano dell' “Economist”? “La maggior parte degli ebrei della diaspora ancora supporta fortemente Israele, ma ora il suo profilo nel mondo non è più quello della vittima eroica, la loro ambivalenza è cresciuta e molti sono disturbati dall'occupazione dei territori palestinesi o più recentemente dalle immagini di Israele che bombarda in Libano, tanti temono che ciò ridia fiato agli anti semiti”. Lo studio citato dall’ “Economist”, peraltro risalente al 2003, riferiva anche che alcuni ebrei della diaspora la penserebbero proprio come i palestinesi e cioè che”l'idea di uno stato etnico è razzista e arcaico”. Passano due mesi, quasi tre, la provocazione de “The Economist” non sortisce alcun effetto, non provoca alcun dibattito, semplicemente non se la fila nessuno. Come era logico che accadesse. Con una sola provinciale eccezione, quella del settimanale debenedettiano de noantri. Che nel numero in edicola riciccia la polemica sull’identità perduta degli israeliani, colpa di troppo apartheid contro i palestinesi e di troppa immigrazione dall’est, e la ripropone in questa nuova veste: “David contro David”. Il pezzo è affidato a uno dei tanti intellettuali volenterosi collaborazionisti anti israeliani, Wlodek Goldkorn, che esordisce dicendo che “in Israele mentre si combatte, si litiga delle cose più importanti, come la scelta di identità e di appartenenza , e si mette in discussione qualunque dogma e mito su cui è stato fondato lo stato degli ebrei”. Ma lo stato in questione in realtà è stato fondato dopo una regolare risoluzione dell’Onu che peraltro prevedeva anche il famoso stato per i palestinesi, fianco a fianco come li vorrebbero i pacifisti di oggi e di ieri. Senza sé e senza ma. Peccato che gli altri stati arabi avessero sobillato la gente di quelle terre ad andarsene promettendo loro bugiardamente la riconquista e la riassegnazione dei territori una volta buttati a mare gli odiati ebrei. Niente di ciò avvenne per fortuna. Ma c’è da dire che se mai Egitto, Siria e Giordania avessero sconfitto Israele la terra molto probabilmente se la sarebbero spartita loro tre con buona pace di Arafat e di Abu Mazen. E persino del muftì di Gerusalemme alleato con i nazisti durante la seconda guerra mondiale. C’è da dire che “L’espresso” arriva secondo nella provocazione ma riesce ad essere ancora più odioso de l’“Economist”. Ad esempio mettendo in un altro servizio dello speciale dedicato a suddetta idiozia, firmato dal giornalista Enrico Pedemonte, frasi infami come questa: “gli ebrei sono ridotti al silenzio con l’obbligo di essere solidali verso Israele, i non ebrei con la paura di essere considerati anti semiti e così la discussione è chiusa”. Le parole sono dello storico Tony Judt risentito con gli ebrei perché la Anti defamation league era riuscita a fare annullare una sua conferenza dal titolo che era tutto un programma: “La lobby di Israele e la politica estera americana”. “L’espresso” ovviamente stigmatizza che ciò sia potuto accadere e stigmatizza anche il Jerusalem Post che bolla Judt per quello che effettivamente appare essere: “un ebreo che odia gli altri ebrei”. Aggiungendo che “nel corso della storia gli ebrei che odiavano gli ebrei hanno taciuto solo durante l’olocausto, perché a quell’epoca i nazisti prendevano di mira tutti gli ebrei”. Oggi invece qualcuno di loro, come George Soros, evidentemente si illude di salvarsi dall’atomica di Ahmadinejad se va a raccontare ai giornali come “The New York book of review” che “rimane il problema degli Stati Uniti” e che “forse l’idea che ogni critica a Israele deve essere un tabù ha poco a che fare con l’identità o l’appartenenza all’ebraismo e molto invece con l’ideologia neo- conservatrice.” Se poi qualcuno li paragona ai kapò dei campi di concentramento, facciano il favore, questo tipo di ebrei liberal, di non arrabbiarsi più di tanto, perché a dir poco se la sono cercata. E per quel che riguarda gli scoop copiati de “L’espresso” giudichino i lettori se vale la pena di pagarli in edicola euro due e ottanta.
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