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L'Opinione Rassegna Stampa
10.04.2007 La storia di Kfar Ezion
per capire che cos'è davvero il sionismo

Testata: L'Opinione
Data: 10 aprile 2007
Pagina: 1
Autore: Hanna Beteven
Titolo: «Israele e la teoria della redenzione»
Da L'OPINIONE del 10 aprile 2007:

Si chiama "teoria della redenzione", è l'ultima nata nella ricchissima bibliografia della psicologia clinica “made in Israel”. Questo il concetto fondamentale: quando una persona parla della propria vita può interpretare ogni evento in chiave negativa e viversi come vittima, o dare una connotazione costruttiva anche al dramma più grande e vederlo come gradino che sale verso qualcosa di positivo. Il simbolo di questa redenzione tutta laica sono sessanta orfani, scampati nel 1948 allo sterminio di un villaggio della Cisgiordania. Kfar Ezion era un piccolo kibbuz fondato da polacchi scampati alla shoah, qualche decina di giovani famiglie che aveva dato corpo all'ideale sionista costruendo un insediamento religioso basato sul lavoro dei campi e l'amore per la vita. Il maggiore dei bambini del villaggio aveva quattro anni alla vigilia della guerra d'Indipendenza, quando gli arabi cominciarono ad assediare il nascituro Stato d'Israele. Il pericolo mortale era nell'aria, vennero organizzate della carovane per Gerusalemme, madri e figli partirono. Gli uomini e le donne nubili restarono a difendere l'avamposto.

Dopo quattro mesi le madri che erano partite coi figli erano vedove e quei sessanta bambini orfani. Quasi tutti, oltre l'80 per cento.
Il maggiore dei “bambini” (cosi si chiamano ancora oggi, fra loro gli orfani ormai ultrasessantenni) rievoca l'orrore di quella notte di maggio. A Gerusalemme erano seduti tutti intorno alla radio che trasmetteva loro le voci dei padri rimasti a combattere. Improvvisamente sentirono delle esplosioni, e subito fu chiaro che la catastrofe si stava compiendo. Addirittura superfluo il messaggio in codice che arrivò qualche minuto dopo: "la regina è caduta". I pochissimi scampati per anni hanno rifiutato di raccontare l'accaduto. Gli arabi radunarono uomini e donne nel piazzale del kibbuz, le donne vennero violentate e torturate, poi fu il massacro. A distanza di sessant'anni una psicologa, Amia Liblich, è andata a cercarli uno a uno incuriosita dal destino dei figli di tale immane tragedia. Con grande sorpresa ha scoperto che tutti si sono realizzati nella vita lavorativa, hanno creato famiglie serene e parlano del passato senza usare toni traumatizzati. Essi rappresentano simbolicamente- secondo la studiosa - l'essenza della storia del sionismo: costruzione, annientamento, nostalgia e ricostruzione.

L'elaborazione positiva della tragedia è stata probabilmente consentita dalla conservazione, per anni, di un'identità collettiva: gli scampati al massacro hanno costituito una comunità in un quartiere di Tel Aviv, in ogni casetta vivevano alcune vedove con i figli e uno dei cinque nuclei familiari rimasti intatti, di modo che ogni bambino avesse un "padre". I pochi uomini sopravvissuti erano scampati perché assenti dal villaggio al momento del massacro, inviati a Gerusalemme per approvvigionare le famiglie o ricoverati in ospedale a cause di ferite riportate nelle battaglie precedenti. Trascorsero tutta la vita torturati dal senso di colpa per essere rimasti in vita e, per anni, non misero al mondo altri figli sentendosi a disagio verso le vedove dei compagni trucidati.
Per i piccoli della comunità, d'altronde, essere orfani era la norma, chi aveva il papa` era l'eccezione. Nella tradizione ebraica non esiste futuro senza memoria del passato, dunque ogni anno i sopravvissuti di Kfar Ezion si trovavano a Gerusalemme per la commemorazione ufficiale della tragedia, andavano a pregare dinnanzi alle lapidi intitolate ai loro padri, salivano in collina a scrutare il paesaggio per sognare, un giorno, di poter tornare al villaggio natale..

La piccola comunità di Tel Aviv resistette fino a metà degli anni Cinquanta, poi ciascuno prese la sua strada: alcuni si unirono a kibbuz già esistenti, i più scelsero di vivere nelle grandi città. Ogni estate, però, i bambini passavano le vacanze assieme consolidando il loro legame e inventando giochi nei quali, con la fantasia, tornavano al villaggio per ritrovare le tracce dei padri.
Nel 1967 Israele si trova catapultata nella guerra dei Sei giorni al termine della quale Kfar Ezion torna ad essere ebraica. Un gruppetto di quegli orfani, ormai ultraventenni, vuole tornare e ricostruire. Le loro madri si oppongono, angosciate: “Basta morte, basta pericolo”. I figli insistono e riescono nell'intento. La condizione posta dalle madri viene accettata dal governo: costruire una seconda strada di accesso al villaggio perché non possa mai più verificarsi un assedio mortale. Negli anni tutti gli ex bambini hanno dato vita a famiglie numerose, nel naturale desiderio di garantirsi ciò che la spietatezza della storia aveva loro negato. Non solo orfani di padre ma anche senza radici, perché tutte le generazioni precedenti delle loro famiglie erano state distrutte nella shoah. Ognuno ha preso la sua strada, ma restano legati da fratellanza indissolubile: affetto, memoria e desiderio di pace.

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