Dall'OPINIONE del 24/12/2006,riportiamo l'analisi di Dimitri Buffa:
Nel 1979 ci ha regalato l’Iran così come oggi lo conosciamo, uno stato canaglia dove una classe dirigente di pazzi antisemiti e amici dei terroristi cerca di rompere l’anima al mondo intero dotandosi di bomba atomica e minacciando di distruggere Israele. Ora rischia di ritornare in auge in America con i propri pensieri di “political appeasement” con tutta l’orbita dell’oltranzismo arabo e del terrorismo islamico. Avete indovinato, l’eminenza grigia che si cela dietro il ridicolo rapporto Baker sull’Iraq e sul Medio Oriente e il tentativo di far tornare indietro la lancetta dell’orologio della politica estera americana, l’anima nera di tanta welt und schauung anti israeliana, è Jimmy Carter. Noto per essere stato foraggiato da una lobby filo araba fin dai tempi della sua presidenza. Tanto che molti credono che persino gli accordi di Camp David del 1978 tra Israele ed Egitto, gli siano stati dettati da Ryad. E infatti anche quella pace armata oggi potrebbe entrare in crisi da un momento all’altro.
Il Jimmy Carter center for peace, una fondazione che pompa soldi come gli iraniani pompano petrolio, vede tra i suoi generosi contributori anche lo stesso re Fahd. Lo vedeva perché è morto, ma gli eredi sicuramente non sono da meno, ai tempi con una generosa mancia di 7,6 milioni di dollari. Poi c’è il principe saudita Bin Talal, con cinque milioni e mezzo, presi dal “Saudi fund for development”, gli Emirati Arabi Uniti che hanno dato un altro mezzo milione di dollari e l’Oman con un altro milione di dollari. Poi c’è la raccolta di fondi meno alti e con cifre meno appariscenti che però convogliano tanti uomini d’affari arabi. Insomma Carter ci ha fatto una fortuna con la propria fondazione che dipende per il 50% se non più da soldi arabi. E siccome si tratta di sauditi difficile che suggeriscano al versatile ex presidente una linea morbida con Israele. È un po’ come Schroeder che dopo avere fatto il premier in Germania ora fa il consulente energetico di Pution.
Come si fa a non avere il sospetto che anche prima lavorasse per quel padrone? Chi ha fatto recentemente e molto pesantemente le pulci ai conflitti di interessi filo arabi di Carter è stato il conservatore Frontmagazine.com. Sito su cui collabora anche il geo politologo Daniel Pipes. L’approccio del sarcasmo su Carter non è scandalistico né moralistico. Semplicemente risponde a quell’insopprimibile desiderio che chiunque prova nel far notare a un bue che sta dando del cornuto a un asino. L’asino, nella fattispecie, sarebbe la lobby dei giornalisti filo israeliani che secondo l’ultimo statement di Carter, “Palestine: peace not apartheid”, falserebbe l’informazione su Israele ai danni dei palestinesi. A causa della loro ebreitudine soprattutto. Infatti Carter biasima le organizzazioni ebraiche americane e il loro ruolo di pressione sui media. Quasi da propaganda nazi fascista da anni ’30, insomma. A questo punto però gli asini indicati come cornuti, cioè sostanzialmente gli ebrei americani e i conservatori, fanno notare a Carter che lui è il bue. Chi per anni, almeno dal 1982 in forma dichiarata, prima chissà, ha foraggiato la propria fondazione multimiliardaria essenzialmente con i petroldollari sauditi che titolo ha per criticare il lobbyismo altrui?
E qui viene fuori il vero problema di tutto ciò: Carter è quello che sta dietro a questo tentativo di ribaltare la politica estera americana di Bush su Israele. E il piano è quello di costringere lo stato ebraico ad accettare una pace purché sia, persino formale, in cambio però di cedimenti sui territori molto sostanziali. Con il rischio di spostare il fronte di guerra quasi all’interno delle stesse città israeliane a parole accettate da tutti, cioè i famosi confini di prima del 1967. Le avvisaglie si sono viste con le idiozie contenute in questo piano firmato da James Baker, altro personaggio che possiede interessi e fondazioni che si giovano di soldi arabi e sauditi, tra cui principalmente la ripresa del dialogo con Siria e Iran. Che invece Bush vuole tenere sempre nel mirino. Tanto che la risposta negativa di Olmert alle aperture di Assad di Siria nell’intervista rilasciata a “Repubblica” aveva stupito solo gli osservatori più superficiali della realtà medio orientale: gli altri hanno subito capito che Olmert non tradirà Bush fino alla fine del 2008 e che probabilmente i repubblicani continueranno quella politica se riusciranno a conservare la presidenza.
Come tutto il mondo, a questo punto, non può non auspicarsi. Il ritorno della linea Carter-Baker-Clinton in questo momento consegnerebbe al terrorismo islamico un atout veramente inaspettato in questa guerra mondiale strisciante. Non dimentichiamo che Clinton è il presidente che snobbò l’offerta di tradimento del Sudan che in cambio di pochi soldi voleva vendere la testa di Osama su un piatto d’argento. Clinton è anche lo stesso che aiutò la crescita di bin Laden in chiave anti sovietica in Afghanistan e Clinton è colui, infine, che aiutò persino la jihad in Bosnia, bombardando Milosevic molto oltre il ragionevole. Erano veramente intelligenti quelle bombe.
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