I retroscena dell'omicidio di Gemayel intervista a Roger Bou Chahine
Testata: L'Opinione Data: 23 novembre 2006 Pagina: 3 Autore: Dimitri Buffa Titolo: «“Iran e Siria si contendono il Libano e l'Unifil serve solo per fare scena»
Intervista di Dimitri Buffa a Roger Bou Chahine, direttore dell’osservatorio politico mediorientale, già rappresentante in Italia del partito delle Forze armate libanesi di Samir Geagea. Pubblicata da L'OPINIONE del 23 novembre 2006:
“Le ipotesi sui retroscena dell’ignobile assassinio del ministro dell’Industria Pierre Gemayel alla fine sono tre, ma rimandano tutte a un’altra guerra che si sta combattendo sulla pelle dei libanesi, quella tra il regime teocratico iraniano e il presidente Bashir al Asad per il dominio del nostro paese. E' probabile che quel giovane trentottenne sia stato scelto anche perché era un obiettivo facile per mandare un messaggio trasversale e il leader delle Forze armate libanesi negli scorsi giorni aveva ricevuto informazioni su possibili complotti ai danni di tre ministri della coalizione antisiriana”. Ne parla con L’opinione il libanese Roger Bou Chahine, direttore dell’osservatorio politico mediorientale, già rappresentante in Italia del partito delle Forze armate libanesi di Samir Geagea, un uomo, quest’ultimo, che i siriani hanno tenuto in un carcere di sicurezza vicino a Beirut per quindici lunghissimi anni e che solo recentemente è tornato alla politica attiva. Tu conoscevi Pierre Gemayel? Perché lo hanno ucciso? “Era un giovane semplice, un obiettivo ideale per i terroristi. C’è una notizia che pochi sanno: nell’attuale pantano libanese lui era diventato da poco tempo un candidato alla presidenza della Repubblica, l’uomo su cui potevano convergere tutti i voti di chi nel Libano è contro la Siria e anche contro gli hezbollah. Perché la successione a Emile Lahoud è il vero problema del Libano. Finché c’è questo presidente filo siriano il potere del capo del governo è uguale quasi a niente, visto che il capo dello Stato ha i propri ministri che rispondono personalmente a lui.” E quando ci saranno queste elezioni? “Mai. Il governo vorrebbe che si dimettesse ma Hezbollah insieme al generale cristiano maronita Aoun lo sostengono. Il problema è che la coalizione detta del 14 marzo, che è la data in cui scesero in piazza tutti quelli che condannarono la regia siriana dell’omicidio di Hariri, non riesce a farlo dimettere. D’altronde lui si è visto rinnovare il mandato con una modifica costituzionale introdotta giusto un giorno prima che venisse votata la famosa risoluzione Onu 1559 che chiedeva il ritiro della Siria. Ed è chiaro che interessi rappresenti.” Noto che anche i cristianomaroniti adesso appoggiano Hezbollah e la Siria. Come è possibile? “Nelle lotte di potere tutto è stato possibile negli ultimi venti anni in Libano. Adesso i veri rappresentanti dei cristiano maroniti siamo noi e quelli del partito del povero Gemayel, gli altri, cioè gli uomini del generale Aoun e quelli del partito secessionista del nord del Libano chiamato 'marada', cioè fuori dalla legge, sono passati con i siriani.” Quali altri possibili ipotesi si possono fare per l’omicidio di Gemayel? “Ci sono tre ipotesi che portano a un’unica visione geo politica dell’accaduto ma la verità unica è che sul Libano si sta combattendo una seconda guerra di cui nessuno parla, quella tra i siriani fedeli a Bachir al Asad e quella tra i siriani che si sono consegnati armi e bagagli a Teheran”. Vogliamo elencare queste tre ipotesi? “La prima è perché Gemayel si era candidato a sostituire Lahoud e con il nome che portava poteva fare centro. La seconda è perché era un facile bersaglio e giusto pochi giorni fa il nostro leader Samir Geagea aveva pubblicamente denunciato un complotto per uccidere tre ministri libanesi della coalizione anti siriana e Gemayel sarebbe il primo. La terza infine è che questo cadavere buttato tra i piedi dell’ala filo iraniana e filo hezbollah dei siriani rende più problematico per Nasrallah il ricorso alla piazza e quindi va inquadrato nella lotta di potere che si sta consumando anche a Damasco ben lontana dalle analisi dell’informazione mondiale. E non è detto che queste tre ipotesi siano tutte alternative e non possano tenersi invece insieme”. In ogni caso questa guerra si sta svolgendo sulla pelle dei libanesi? “Su questo non c’è dubbio. Un’altra notizia che ha fatto fatica a passare l’altro ieri è stata quella che dopo l’omicidio di Gemayel, nella zona cristiana di Beirut che si chiama Ashrafia sono stati esplosi colpi di kalashnikov contro la residenza di un altro ministro cristiano della coalizione anti siriana, cioè Ferahoun. Lui è un ministro senza portafoglio di cui non ricordo al momento l’incarico governativo. Comunque sia Gemayel che Ferahoun erano obbiettivi facili”. Che mire ha hezbollah? “Prendere il potere con elezioni anticipate o magari appoggiare un colpo di stato popolare per instaurare un regime teocratico in Libano. Ma questa cosa non va bene alla Siria di Asad che vuole invece continuare ad avere una specie di protettorato sul Libano ma non avrebbe nulla da guadagnare da uno stato vassallo dell’Iran, paese che non nasconde le proprie mire espansionistiche nell’area anche ai danni di Damasco. Questi nuovi equilibri rischiano di trasformare tutto in una polveriera”. Che senso ha mantenere nel sud del Libano i soldati Onu dell’Unifil? “In fondo nessun senso. Stanno lì per fare scena. Ma non corrono rischi di sorta almeno finché non toccano hezbollah. Che in pratica sta proteggendo tutti i soldati in loco, compresi gli italiani. Se qualcuno si mettesse in testa di attuare la risoluzione 1701 dell’Onu che verte proprio sul disarmo di quelle milizie sciite allora cambierebbe tutto. Ci sarebbe un attentato al giorno. D’altronde l’Onu di ieri è il responsabile delle tragedie di oggi. Se hezbollah fosse stato disarmato ai tempi della risoluzione che mise fine all’occupazione militare israeliana del 1982, oggi noi non avremmo avuto né la guerra dei 30 giorni di luglio scorso, né tutti gli omicidi politici che stanno caratterizzando la nostra storia recente. E non ci sarebbe stato bisogno di una seconda missione Unifilare che rischia di essere anche più inutile della prima se l’Onu avesse fatto il proprio dovere a metà degli anni ’80.
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