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L'Opinione Rassegna Stampa
12.10.2006 Perseguitato perché favorevole alla pace con Israele
invece il vescovo Thomas Michel si schiera a fianco del fondamentalismo islamico contro Ratzinger

Testata: L'Opinione
Data: 12 ottobre 2006
Pagina: 6
Autore: Shaykh Abdul Hadi Palazzi - Dimitri Buffa
Titolo: «Il giornalista del Bangladesh Salah Uddin Choudurry, pestato perché filo israeliano da squadristi di governo - Le quinte colonne vaticane dell’estremismo islamico»
Da L'OPINIONE del 12 ottobre 2006, un articolo sul coraggioso giornalista Salah Uddin Choudurry:

Esiste un paese in cui due leader di un partito di governo radunino una sessantina di facinorosi armati, e assieme a questi ultimi prendano d’assalto la redazione di uno dei principali periodici d’opposizione, feriscano il direttore responsabile, lo derubino di quanto ha in tasca, svuotino la cassa e devastino la sede? Esiste un paese in cui il direttore si reca poi dalla polizia, e invece quest’ultima si rifiuta di accogliere la sua denuncia per violenza privata, furto e danneggiamenti, e anzi lo arresta per essersi presentato in commissariato con gli abiti in disordine? Questo paese purtroppo esiste e si chiama Bangladesh. E, secondo quanto narrato dal protagonista della vicenda, il giornalista bengalese Salah Uddin Shoaib Choudhury, direttore del tabloid settimanale “Blitz International”, il 5 ottobre scorso, la redazione del periodico da lui diretto è stata devastata da una plebaglia guidata da Helal Khan e Babul Ahmed, dirigenti di primo piano del “dipartimento culturale” del Bangladesh Nationalist Party (Bnp). Il giorno dopo, un altro dirigente di quel partito, Ruhul Amin, ha chiamato Choudhury al telefono, intimandogli di firmare una dichiarazione di rinuncia a presentare denuncia contro i dirigenti del Bnp, minacciandolo di gravi ritorsioni in caso si fosse rifiutato di obbedire.

Choudhury però, non si è lasciato in alcun modo intimidire: ha pubblicato un numero speciale di Blitz in cui i metodi squadristi del Bnp vengono apertamente denunciati, e ha chiesto ai media occidentali di contribuire a far conoscere il suo caso. Per questa ragione, riteniamo essenziale che anche la stampa italiana si occupi del suo caso, e che l’opinione pubblica si mobiliti per salvarlo. Chiediamo dunque ai nostri lettori di contattare l’Ambasciata del Bangladesh a Roma via telefono (068083595), fax (068084853) o e-mail info@bangladeshembassyitaly.com, chiedendo garanzie per la vita di Choudhury e la cancellazione di tutte le accuse ai suoi danni. Facciamo sapere che i nostri occhi sono puntati sul Bangladesh e sulla sua persecuzione della stampa libera. Salvare la vita di Salah Uddin Shoaib Choudhury può dipendere anche da noi. Ma qual è la ragione per cui i leader di un partito di governo del Bangladesh infieriscono in modo tanto barbarico contro un giornalista? Ciò avviene in quanto Choudhury è un musulmano moderato, sostenitore del dialogo interreligioso, avversario dichiarato dei gruppi fondamentalisti cui ha dedicato numerose inchieste, e fautore dell’amicizia ebraico-islamica e dell’instaurazione di normali rapporti diplomatici fra Israele e il Bangladesh.

Se sostenere tesi di questo genere è già pericoloso in Italia (come dimostra il caso di Magdi Allam, costretto a vivere sotto scorta a causa delle minacce dell’Ucoii), lo è ancor più sotto un regime come quello del Bangladesh, teoricamente laico e socialisteggiante, ma in pratica fortemente condizionato dalla presenza di gruppi fondamentalisti che – come dimostrato proprio da Choudhury – si avvalgono di cospicui finanziamenti sauditi. Il Bangladesh non ha ovviamente rapporti diplomatici con Israele, e questa circostanza è già bastata al regime per incarcerare Choudhury per ben diciassette mesi. Il 29 novembre 2003, mentre Choudhury si accingeva a partire per Israele al fine di partecipare a un convegno di studi, è stato bloccato all’aeroporto di Dacca dalla polizia e tenuto in carcere in base a una ridicola accusa di “spionaggio”. Un collega e amico israeliano di Choudhury, il Dr. Richard Benkin, ha mobilitato a riguardo l’opinione pubblica e i media americani, e ha convinto due parlamentari statunitensi a far pressione sul governo del Bangladesh affinché Choudhury venisse rilasciato. La liberazione di Choudhury dal carcere non ha però affatto significato la fine della persecuzione nei suoi confronti. Il 7 luglio scorso la redazione di “Blitz International” aveva già subito un attentato terroristico, e ora le autorità di Dacca, invece di proteggerne l’incolumità e il diritto ad esercitare la sua professione, hanno incriminato Choudhury per “sedizione”, un’accusa che il codice penale del Bangladesh considera passibile di pena capitale.

Di seguito, riportiamo invece un'articolo di Dimitri Buffa sulle dichiarazioni di forte critica a papa Ratzinger per il discorso di Ratisbona:

Ci vuole coraggio talvolta a prendersela con i laici e persino con i laicisti accusandoli di non aiutare la baracca nella lotta al terrorismo islamico, quando poi i veri relativisti esistenziali si scopre che sono vescovi che hanno persino avuto incarichi di prestigio in Vaticano con Papa Woytyla. Magari proprio nell’ufficio che si occupa di rapporti con l’Islam in seno al Consiglio pontificio per il dialogo interreligioso. Lo stesso ufficio che il Papa attuale, Benedetto XVI, ha esautorato da ogni responsabilità qualche mese fa visto l’andazzo che lo stava caratterizzando di fatto come una sorta di quinta colonna dell’islamismo fanatico all’interno della Santa Sede. Ma a leggere cosa ha combinato il vescovo Thomas Michel rispondendo alle domande di una sorta di intervista collettiva in inglese lo scorso 26 settembre sul sito www.islamonline.net , ritenuto molto vicino alle posizioni dei Fratelli musulmani che fanno capo allo sceicco Yusuf Al Qaradawi, un esaltato che predica su Al Jazeera legittimando il terrorismo suicida e la jihad a giorni alterni, c’è da non credere ai propri occhi.

Tutto il forum si basa su domande che cercano di capire la “ratio” del discorso di Ratisbona e questo vescovo, che ancora oggi conserva una posizione importante nei rapporti con l’Islam per l’ordine dei Gesuiti da cui proviene, che cosa risponde? Che “il discorso di Ratisbona il Papa se lo è scritto da solo” e che avrebbe anche messo a tacere qualche diplomatico del Vaticano che aveva mostrato perplessità sulla “incriminata” citazione dell’imperatore Paleologo. Come a dire: prendetevela con Ratzinger e solo con lui. E dopo le minacce di Al Zawahiri solo prendersi questa responsabilità è già incredibile per un vescovo. Ma non basta. L’intervista va avanti con domande sempre più tendenziose e il vescovo oltre a scaricare tutta la responsabilità su Ratzinger sostiene che qualcuno dovrebbe controllarne i discorsi prima che lui li tenga. Ci manca solo un Papa sotto tutela dell’islamically correct.
In un altro passaggio di questa intervista dice che “noi cristiani dobbiamo scusarci con voi musulmani”, tra le righe fa capire che l’aria in Vaticano è cambiata, dopo la morte di Giovanni Paolo II, e, ciliegina sulla torta, dice che il diritto di parola è limitato dal non offendere i profeti e i religiosi, poi dice che in Vaticano non tutti la pensano come il Papa e che “la lezione imparata da questo Papa è quella che ha bisogno di qualcuno che li controlli i discorsi per evitare che cose come queste accadano di nuovo”.

Più avanti tesse le lodi del Concilio Vaticano II a proposito di rapporti con l’Islam, però avverte che oggi tutti i cristiani sono ossessionati da un’immagine distorta dell’Islam e che stanno diventando xenofobi. Le minoranze cristiane nei paesi arabi ringrazieranno commosse quando verranno perseguitate magari anche a causa di queste incredibili parole. Ad una certa Aisha che chiedeva perché, “se il Papa dice di non crederci” ha usato proprio quelle parole, il vescovo “amico del giaguaro” risponde che proprio non sa spiegarselo. E che comunque per parlare degli aspetti razionali della religione avrebbe fatto meglio a usare paragoni interni al cristianesimo come quello delle crociate. In un’altra domanda a un ingegnere di Kuhnimoon che chiede se i cristiani abbiano un libro rivelato come è il Corano per gli islamici, il vescovo risponde sfiorando l’eresia teologica: ”noi cristiani non crediamo che Gesù abbia portato alcun libro rivelato da Dio, piuttosto crediamo che lui abbia incarnato la rivelazione divina per l’umanità”. Naturalmente il Vangelo, che lui chiama con la parola araba Injil, per non turbare gli interlocutori del sito di Al Qaradawi, non è un libro rivelato agli apostoli, ma un manuale di storia delle leggende cristiane, evidentemente. La prossima volta che l’ex presidente del Senato Marcello Pera parlerà di relativismo etico e religioso, c’è da sperare che citi anche il caso di questo vescovo quinta colonna del fanatismo islamico dentro il Vaticano.

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