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L'Opinione Rassegna Stampa
03.10.2006 Sangue sulle mani di Kofi Annan
la denuncia del Sunday Times

Testata: L'Opinione
Data: 03 ottobre 2006
Pagina: 6
Autore: Dimitri Buffa
Titolo: «“Ha le mani sporche di sangue?”. Il Times attacca Kofi Annan»
“C’è sangue sulle sue mani?” Un addio davvero poco politicamente corretto quello che il magazine del Sunday times ha riservato al segretario uscente delle Nazioni Unite Kofi Annan. In un lungo articolo apparso domenica sul sito internet di Timesonline infatti si ripercorre in maniera non certo agiografica, né degna di un premio Nobel per la pace, la carriera di Annan al Palazzo di Vetro degli ultimi dieci anni. Le “imputazioni” politiche riguardano i tre genocidi degli anni ’90 e del Duemila nel mondo: quello dei Grandi laghi in Africa (luglio 1994), quello di Szrebrenica (luglio 1995) nella ex Jugoslavia e quello del 2003 nella regione del Darfur in Sudan. Veramente niente male per uno che è riuscito a guadagnarsi un Nobel per la pace esclusivamente per i propri meriti di anti Bush all’epoca dello scoppio della seconda guerra in Iraq. E anche per via di quel terzo mondismo a tutti i costi inaugurato all’Onu dalla gestione dell’ex capitano nazista, l’austriaco Kurt Waldheim, e poi proseguita dal peruviano Xavier Perez de Cuellar (che possedeva territori coltivati a coca in Amazzonia) e infine da Boutros Boutros Ghali e dallo stesso Annan. Una linea di anti americanismo e di anti sionismo a più non posso che è il male che affligge l’Onu da più di trenta anni a questa parte.

Annan non viene risparmaiato di critiche dal magazine del Sunday Tims e in particolare non gli viene perdonato lo scandalo “Oil for food” in cui è stato coinvolto anche il figlio Kojo. Tale scandalo viene definito il più grande che abbia mai coinvolto la burocrazia del Palazzo di Vetro. Ma il pezzo forte dell’articolo di addio riguarda, come si diceva, i tre genocidi su elencati. La prima “accusa” (charge one) riguarda il Rwanda: era il 1994 Annan non era ancora segretario Onu ma sovrintendeva invece quella zona dei Grandi Laghi che era già stata in passato teatro di scontri tribali tra Tutsi e Hutu, fin dall’epoca della fine del colonialismo belga. Annan avrebbe rifiutato il permesso al comandante militare delle Nazioni Unite Romeo Dallaire di sequestrare i depositi segreti di armi daegli Hutu , nonostante l’intelligence delle Nazioni Unite avesse capito e segnalato, molti mesi prima di quel luglio 1994, che si stava preparando un genocidio. In particolare c’era una fonte “Jean Pierre” che sapeva anche quando sarebbe scattata la mattanza e che gli Hutu erano in grado di uccidere mille Tutsi ogni venti minuti. In quel caso Annan raccomandò prudenza e non diede l’ordine di compiere l’incursione per sequestrare le armi. Analogo il rimprovero per il massacro che si svolse a Srebrenica (charge two) sotto gli occhi dell’Unprofor tra il 6 e l’11 luglio del 1995.

L’anno seguente al genocidio in Rwanda. Anche in questo caso i comandanti Onu chiesero ad Annan di richiedere un attacco aereo da parte della Nato poco prima dell’inizio della pulizia etnica. Più precisamente glielo chiese il generale Smith che fu frettolosamente ricevuto da funzionari Onu l’8 luglio mentre già era iniziato l’assedio finale alla città. Né il vecchio segretario Boutros Ghali né il responsabile delle zone in questione, cioè Annan, erano presenti quel giorno. Terza accusa (charge three), il Darfur. Stavolta Annan è segretario dell’Onu quando il mondo si rende conto delle persecuzioni dei “giangiaweed” islamici, la parola significa “diavoli a cavallo”, nella regione a minoranza cristiana del Darfour dove vengono allegramente trucidate 400 mila persone e quasi un milione di profughi viene cacciato dalle proprie terre. Il Dpa, cioè il Department of politicl affairs dell’Onu, ignora ripetuti e allarmati rapporti sulla situazione. La crisi scoppia nel 2003, ma Annan all’epoca si muove con i piedi di piombo su tutto, è sotto tipo per Oil for food e per le sue posizioni sulla guerra in Iraq e anche in Afghanistan e quindi a tutto pensa tranne che a fare intervenire i caschi blu. Nella retorica dominante tutti invocano l’Onu come un faro per la diplomazia mondiale, nella pratica questa burocrazia cinica e opportunista le guerre le provoca più che evitarle.

diaconale@opinione.it

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