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L'Opinione Rassegna Stampa
11.07.2006 Così i media costruiscono una falsa immagine del conflitto israelo-palestinese
l'analisi di Paolo della Sala

Testata: L'Opinione
Data: 11 luglio 2006
Pagina: 0
Autore: Paolo della Sala
Titolo: «La “realistica” manipolazione del giornalismo anti-israeliano»
Da l'OPINIONE dell'11 luglio 2006:

La netta condanna della Ue nei confronti di Israele, che in questi giorni reagisce al lancio di razzi Qassam, alle uccisioni e ai rapimenti di suoi cittadini, così come il cambio ai vertici del Sismi e le dichiarazioni rocambolesche di D’Alema, sono il segno di un fatto non più eludibile: nello scontro in atto nel Medio Oriente e nel mondo, l’ Unione Europea sta solo formalmente con Usa e Israele. Nei fatti ha compiuto da decenni una inequivocabile scelta di campo. Questa alleanza inconfessata si rinforza nell’opinione pubblica per mezzo di alcuni lati oscuri della informazione: “Prendi la mira: Allah è grande!”; “…Ma il razzo non parte e il carro israeliano passa indenne”…Chi non ha visto, in questi giorni di crisi, i servizi dei telegiornali? Immagini di guerra: carri israeliani in lontananza, miliziani palestinesi col kalashnikov in mano che corrono da un incrocio all’altro, la polvere ovunque, il pianto, le grida. “Scene di guerra”, come ripetono i giornalisti di mezzo mondo, della Reuter e della Rai. La guerra scorre sui nostri schermi in modo “realistico”, convincendoci che quella è “la realtà”, quelli sono i fatti. Ma non è affatto così. Come ricorda Robert Kaplan, in un articolo pubblicato dalla rivista Aspenia, intitolato “Media Evo”, l’informazione è il nuovo centro del potere, al posto della vecchia aristocrazia decaduta, formata dai “politici”. A partire dalla rivoluzione pop degli anni ’60 le corporazioni di giornalisti (e magistrati) hanno assunto un controllo crescente sulla società. Secondo Samuel Huntington in quel periodo “l’arroganza del potere venne sostituita dall’arroganza della morale”. Da allora “la segretezza divenne sinonimo di male, e il concetto di denuncia [figlio del rifiuto della leadership] venne elevato da semplice tecnica a principio”. Il fronte della guerra contro il terrorismo non è a Baghdad o Gaza, ma a Roma e Washington. Secondo Kaplan: “i media sono diventati il vero sostituto dei vecchi partiti della sinistra e rappresentano l’equivalente dell’Internazionale Comunista”. Il nuovo Komintern ha deciso l’annegamento di Nixon, Carter, Clinton, Leone, Kohl, Craxi. Nel contempo, molti altri politici, non meno “colpevoli”, sono stati salvati dalla gogna, ad esempio Chirac. Le guerre in Irak, in Somalia, nel Vietnam, sono terminate (in anticipo e in favore della controparte) in virtù della pressione esercitata dalla opinione pubblica, influenzata dai media. Tuttavia, nel periodo della guerra in Vietnam, fotografi e cineoperatori operavano sulla borderline del fronte, documentando le azioni dei marines e dei vietcong. A partire dalla guerra “di sinistra” in Yugoslavia si è invece imposto il modello narrativo “in soggettiva”. La telecamera non registrava più immagini da un punto di osservazione neutrale o dalla parte dei “nostri”. Le immagini che vedevamo erano riprese dalla parte del “nemico”. Chi ricorda i messianici reportage di Santoro dai ponti di Belgrado, mentre infuriavano i bombardamenti di Clinton e D’Alema, capirà di cosa stiamo parlando. Effettuare un servizio giornalistico con riprese esclusivamente “dall’altra parte” è diventato uno standard, mentre l’espressione “giornalista embedded” è diventato un insulto. Per avere la “verità” bisogna stare dalle parti del “nemico”. Come se chi ci combatte fosse incapace di mentire. Come se i disastri di Falluja, Gaza o Belgrado fossero solo opera nostra… Così facendo il nemico è sparito, diventando una vittima dei nostri politici, elevata agli altari dai nostri giornalisti. Il nemico ora è buono, anzi: il nemico siamo “noi”. Il complesso di colpa lavora per il nuovo komintern. Se questo è il contesto psicologico di benestanti figli dell’Occidente come Francesco Caruso, latifondista di Rifondazione, l’innamoramento nei confronti di Caino è il metro, la chiave, il linguaggio che anima la totalità dei giornalisti televisivi. Tutti, indipendentemente dalla loro opinione politica, si sentono dei piccoli Michael Moore: il Pulitzer si ottiene facendo a gara nell’essere dalla parte delle “vittime”. Tuttavia la guerra è tale proprio perché si spara e uccide da due parti. Questa considerazione è valida ancora oggi, anche se la “guerra asimmetrica” e il terrorismo permettono ai “deboli” di non essere considerati nemici in senso giuridico. Pertanto, tutte le parti mentono e usano la violenza. Qualcuno ricorderà una fotografia, riportata da Informazione Corretta, nella quale si vedeva un gruppo di miliziani che bruciava bandiere israeliane. La ripresa “in soggettiva” ci rendeva partecipi di un momento di verità… Salvo poi accorgerci, con una fotografia allargata, che si trattava di un vero e proprio set cinematografico, con operatori e telecamere già preparati da tempo, le troupe che aspettavano il ciak, i miliziani come attori. Allo stesso modo le riprese televisive di questi giorni, girate soltanto dall’interno dei villaggi palestinesi della Striscia di Gaza, costituiscono una grave alterazione della realtà dei fatti. Con ciò si dimenticano i lanci quotidiani di razzi qassam sui villaggi e le scuole israeliani, si occulta l’uccisione e il rapimento di cittadini e militari dell’ “altra parte”. In questo modo il telespettatore viene truffato senza pietà. La ripresa “in soggettiva” ha lo scopo di identificare lo spettatore di un film con il protagonista: lo spettatore vede ciò che vede il combattente palestinese, si identifica con la sua visione, diventa il suo co-protagonista. Anni di riprese effettuate soltanto all’interno dei villaggi palestinesi hanno inciso sulla opinione pubblica e hanno accompagnato l’Europa sulle sponde di un nuovo antisemitismo, continuamente alimentato dal fuoco delle immagini. Questa alterazione della realtà è dannosa agli stessi palestinesi, rafforzandone la parte attoriale, che sceglie le azioni “spettacolari” e il terrore. Nei servizi televisivi occidentali fortunatamente non si usano i ralenty utilizzati nel cinema di Sam Peckinpah, con i quali si otterrebbe un “effetto eroe” ancora più marcato, come in quel ralenty infinito che è la foto del miliziano colpito a morte, scattata da Robert Capa. Massimo Calanca di CinemaAvvenire distingue tra “identificazione primaria e secondaria (da un lato con la macchina da presa e con lo sguardo; e dall’altro con i personaggi e le situazioni)”, e parla “del grande lavoro mentale necessario a riempire i vuoti tra i fotogrammi e a ricostruire la realtà esterna all’inquadratura; della somiglianza con l’ipnosi dello stato dello spettatore; dell’analogia tra immagini filmiche e il linguaggio del sogno e dell’inconscio”. Se la scena di guerra è solo quella palestinese, non ci può essere identificazione emotiva con l’altra parte: attentati e lanci di missili sono “comprensibili”, mentre gli attacchi aerei contro le postazioni palestinesi diventano “raid” determinati dalla voglia di sangue. In questo quadro lo spettatore medio non è più in grado di ricostruire la scena “esterna” del teatro di guerra. Giornalisti e operatori televisivi hanno l’obbligo di una maggiore limpidezza: se non forniscono ai telespettatori inquadrature che diano voce ai diversi i protagonisti dello scontro, vinceranno forse dei premi, ma non renderanno un buon servizio ai cittadini. Anche le immagini dovrebbero essere pluraliste. A proposito: la foto del miliziano colpito, pur essendo “verosimile”, è con ogni probabilità frutto di un set ricostruito da Robert Capa.

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