La notizia del giorno è la sospensione degli aiuti UE-USA al governo di Hamas. Abbiamo pubblicato l'analisi di Fiamma Nirenstein sulla STAMPA di oggi, riportiamo ora l'opinione di Gianni Riotta, vice direttore del CORRIERE della SERA,scettico sui risultati della sospensione. Sull'argomento ricodiamo l'analisi di Angelo Pezzana uscita su LIBERO giovedì 6 aprile dal titolo "Come si costruisce un Hamas credibile". Ecco l'articolo di Gianni Riotta, al quale facciamo seguire la cronaca di Giuseppe Sarcina da Vienna sulle decisoni della diplomazia internazionale.
Nessuno tratta con Hamas, tutti trattano intorno ad Hamas. Nel giorno in cui l'Unione Europea taglia i fondi al governo palestinese, retto dalla formazione fondamentalista islamica, il no alla trattativa con Hamas guadagna le prime pagine, come se Usa ed Europa davvero isolassero il primo ministro Ismail Hanyah.
Attenti alla cipria delle cancellerie: mai come oggi, al confine tra Israele e Palestina la faccia feroce della diplomazia nasconde un andirivieni caotico di iniziative dove, a parole, nessuno tratta con Hamas e, nei fatti, tutti trattano disperatamente con Hamas.
Comincia lo stesso ministro degli esteri di Hamas, Mahmoud Zahar, con la lettera al segretario Onu Kofi Annan, lasciando intendere che Hamas non sarebbe aliena dall'accettare, obtorto collo,
l'esistenza di Israele, malgrado il giuramento di odio eterno sancito nella sua carta fondativa. Subito dopo, come un vero politico di casa nostra, Zahar fa sapere di essere stato frainteso, una mezza smentita ma intanto il segnale è partito. Il Vaticano permette che il padre francescano Pierbattista Pizzaballa discuta con Hamas. E il periodico Usa Weekly Standard, Bibbia dei neoconservatori, s'interroga se la politica del dire solo no ad Hamas sia raziocinante e sostenibile. Del resto, una larga parte della popolazione israeliana è persuasa che, di nuovo obtorto collo,
occorra trattare con i duri di Hamas. Ed Efraim Halevy, mitico ex direttore veterano di 33 anni al Mossad, lo spionaggio di Israele, conclude la sua recente — e straordinaria — autobiografia con l'ammissione che sia inevitabile trattare con Hamas, per fronteggiare il nemico peggiore, al Qaeda: «Alla fine dovremo andare a cena con il diavolo, sempre vigilando perché non ci avveleni il calice».
Halevy dice quel che tutti pensano, ma non dichiarano per non bruciare le carte: la dissennata campagna elettorale di Fatah, che ha portato al governo la risicata maggioranza di Hamas, impone un negoziato discreto. Dove il doveroso riconoscimento di Israele non sarà il punto di partenza ma quello di arrivo,
sofferto, faticoso. La doppiezza di Hamas, colpevole di atroci attentati in Israele, verrà dal governare sotto gli occhi del mondo, costretta alla prudenza. Abbas al Sayyid, leader di Hamas, regista della strage di Pasqua 2002, 30 morti e 140 feriti, confida dal carcere allo studioso americano Matthew Levitt: «Non siamo solo terroristi. Potremmo anche accettare una tahya, una tregua temporanea con Israele. Magari lunga due, o tre generazioni».
Ecco la posta in gioco della trattativa silenziosa, non trasformare in una stagione Hamas in Amnesty International, ma assicurare che la tregua temporanea, la tahya, duri. Gli Usa rinviano il pagamento della loro rata all'Autorità palestinese, girandola magari a organizzazioni umanitarie, ma si tratta di una frazione minima del bilancio, che non smuoverà Hamas. Pesa invece il mezzo miliardo di euro che gli europei versano ai palestinesi. Il premier Haniya lamenta «vogliono punire la nostra scelta democratica». Sa che non è così: è grazie alla democrazia che la corruzione di Fatah è stata castigata ed Hamas è al potere.
La scelta della trattativa fantasma è nitida. Hamas deve mantenere la tahya, tregua in armi, se non vuole che la mancanza di fondi inaridisca la sua vera forza, il sistema di assistenza sociale, dawa, che accudisce migliaia di diseredati. Stati Uniti ed Europa, ricorda Rashid Khalid della Columbia University, devono invece decidere «se il terrorismo è una macchia umana indelebile o un comportamento, inaccettabile e crudele, che può però essere mutato». Che Hamas si sia macchiata di stragi atroci è verità storica. La trattativa fantasma vuol determinare se il passato di sangue può evolvere in un cessate il fuoco, foriero di progressi oggi imprevedibili.
Ecco l'articolo di Giuseppe Sarcina:
VIENNA - L’Europa blocca i finanziamenti all’Autorità palestinese guidata dal governo Hamas. Per ora è una decisione «tecnico-operativa» presa dalla Commissaria alle Relazioni esterne Benita Ferrero-Waldner, come risposta al deludente esordio del premier islamico-radicale Ismail Haniyeh. Anche gli Stati Uniti hanno deciso di seguire la stessa strada: ieri la segretaria di Stato Condoleezza Rice ha annunciato tagli per 240 milioni di dollari. La portavoce della Commissaria austriaca informa che Bruxelles «ha momentaneamente interrotto gli aiuti diretti all'Autorità Nazionale palestinese per mettere a punto con i Paesi Ue una nuova strategia che risponda alla situazione che si è aperta nella regione, dopo il mancato riconoscimento da parte di Hamas delle tre condizioni imposte dal quartetto internazionale Ue, Onu, Stati Uniti e Russia per il Medio Oriente, vale a dire, riconoscimento di Israele, rinuncia alla violenza, e rispetto degli accordi di Oslo sottoscritti dalle due comunità nel 1993».
POSIZIONI DIVERSE - Spiegazione lunga, ma necessaria perché la diplomazia europea non ha ancora maturato una posizione compatta. Le differenze, probabilmente, emergeranno lunedì prossimo nel Consiglio dei 25 ministri degli Esteri. «Per il momento», dunque, Bruxelles si muove «con responsabilità e prudenza». Ma la reazione ufficiale di Hamas travolge ogni sfumatura. «È un ricatto che colpirà la nostra popolazione, ma noi non ci pieghiamo ai ricatti», si legge in un comunicato diffuso dai vincitori delle elezioni palestinesi. «È una punizione collettiva», aggiunge il deputato dei fondamentalisti Mushir al-Masri. Ieri, intanto, cinque militanti palestinesi e una bambina sono stati uccisi in un raid israeliano a Rafah. I missili di Gerusalemme avrebbero colpito due macchine, una con a bordo dei civili. Almeno 12 i feriti.
Nell’immediato la scelta della Commissione avrà un impatto limitato sul (bassissimo) tenore di vita della popolazione palestinese e anche sull’organizzazione amministrativa nei Territori. La Commissione trasferisce circa 250 milioni di euro all’anno a favore dei palestinesi, mentre altri 250 milioni sono gestiti direttamente dalle singole capitali. Da tempo, comunque, Bruxelles ha attivato tre diversi canali di finanziamento proprio per evitare, in prospettiva, contatti con Hamas, organizzazione che tuttora figura nella lista nera delle sigle terroristiche. A gennaio la Commissione ha firmato un assegno di 121,5 milioni di euro, intestandolo però al presidente dell’Autorità palestinese, Abu Mazen. La ripartizione prevede il passaggio di 64 milioni di euro all’Unhcr (l'Alto commissariato Onu per i rifugiati), che a sua volta provvede ai bisogni più urgenti della popolazione. Altri 40 milioni sono stati utilizzati per saldare le bollette di luce e gas, dietro certificazione di una società di audit internazionale. Infine, attraverso un «Fondo fiduciario» gestito dalla Banca mondiale vengono pagati gli stipendi della pubblica amministrazione. Erano pronti 35 milioni di euro: la prima rata di 17,5 milioni è già stata liquidata all’inizio dell’anno. Restano in cassa, dunque, 17,5 milioni, ed è tutto ciò che è stato effettivamente «congelato» con l’annuncio di ieri.
Analogamente, anche gli Stati Uniti sospendono gli aiuti diretti al governo palestinese ma aumenteranno del 57% gli stanziamenti alle agenzie umanitarie dell’Onu.
I VERSAMENTI - I versamenti europei, in realtà, sono addirittura in anticipo rispetto alla tabella di marcia abituale e quindi la politica ha ancora qualche margine a disposizione. Francia e Gran Bretagna sono i Paesi più convinti che si debba tenere alta la pressione sul governo Haniyeh, ma senza bruciare tutte le possibilità di dialogo. I diplomatici di Londra e Parigi prestano la massima attenzione ai segnali, sia pure contraddittori, che arrivano in questi giorni da Ramallah. Ieri, per esempio, «un alto funzionario» dell’esecutivo avrebbe confidato che il ministro degli Esteri, Mahmoud Zahar, sarebbe pronto a presentare una «soluzione del conflitto medio-orientale con due Stati», concetto compatibile con il mutuo riconoscimento tra Israele e Palestina previsto dagli accordi di Oslo. E due giorni fa, nel corso di un dibattito all’Europarlamento, la deputata Luisa Morgantini (Gruppo della sinistra unita) ha riferito di «possibili aperture», citando poi a margine un’intervista a un altro deputato di Hamas, Mahmoud Al Ramahi, segretario generale del Consiglio legislativo palestinese, pubblicata nei giorni scorsi dal «manifesto». «Fateci vedere confini certi e la guerra finirà», ha dichiarato Al Ramahi, alludendo, però, alle frontiere di Israele nel 1967, che non comprendevano Gerusalemme.
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