Leader islamico condanna nettamente Al Qaeda, e Al Sistani scomunica Al Qaradawi ecco l'islam con cui vale davvero la pena dialogare
Testata: Il Foglio Data: 13 ottobre 2004 Pagina: 1 Autore: Carlo Panella Titolo: «"Siamo stati noi"»
A pagina 1 dell'inserto IL FOGLIO di oggi pubblica l'articolo di Carlo Panella "Siamo stati noi" sul "primo netto j'accuse di un religioso islamico contro al Qaida" e sulla scomunica dello sceicco pro-terrore Al Qaradawi da parte dell'ayatollah Al Sistani. Un articolo più che informato,indispensabile. Ecco il pezzo: Roma. "Siamo stati noi musulmani a rubare il futuro dei giovani che hanno portato a compimento gli attentati dell’11 settembre e a peccare contro di loro. A causa della nostra visione nociva della religione, dei nostri predicatori che incitano dai pulpiti, dei nostri media violenti, non siamo riusciti a dare valore e significato alla loro esistenza, li abbiamo incitati a morire in nome di Allah, non abbiamo insegnato loro a vivere in nome di Allah". Abdel Hamid al Ansari, decano della facoltà della sharia all’Università del Qatar, ha infranto ieri, per primo, la cappa di omertà che tutto il mondo musulmano ha steso attorno ad al Qaida. Ha attaccato la vulgata in voga nei paesi arabi che attribuisce quegli attentati (come i successivi) al Mossad; ha riconosciuto – clamoroso inedito – le radici coraniche dell’antisemitismo; ha preso le distanze dalla teoria dei progressisti e di tanti intellettuali musulmani che vuole che il terrorismo islamico nasca come reazione alle "malefatte dell’occidente" e l’ha iscritto, invece, "nell’album di famiglia" della recente tradizione musulmana, assumendone con dolore la responsabilità indiretta. La presa di posizione ha valore enorme perché a tutt’oggi non un dirigente religioso musulmano, non uno, ha mai emesso una fatwa, vincolante per i fedeli, che proibisca l’affiliazione ad al Qaida, che critichi l’operato complessivo, la strategia dei bin Laden. I pochi, pochissimi leader religiosi musulmani che si sono espressi si sono limitati a condannare i singoli atti, le singole iniziative – a partire dall’11 settembre – ma mai si sono esposti contro la visione del mondo fondamentalista, che crea il retroterra del terrorismo islamico e fonda la sua popolarità. Al Ansari ha avuto questo coraggio ed è partito nel suo ragionamento dal punto critico: la tendenza di tutto il mondo arabo a dare la colpa di ogni cosa, anche del proprio terrorismo, agli ebrei e a Israele. Nelle stesse ore in cui alla televisione egiziana, come su tutti i media carioti, "intellettuali" e "analisti" di regime (tutti a libro paga del "moderato" Hosni Mubarak) sostengono che gli attentati di Taba sono opera del Mossad e che non è vero che vi sono morti israeliani, al Ansari questo scrive sul quotidiano del Qatar al Raya, a proposito dell’11 settembre: "Nonostante la chiara evidenza, le indagini e le confessioni, gli arabi sono poco propensi ad accettare che dietro ciò che è successo c’è un gruppo proveniente da noi, perché non vogliamo ammettere che questi giovani erano i figli di una cultura che è ostile verso il mondo, non degli idioti o dei pazzi. Nessuno ha irretito questi attentatori suicidi che hanno agito perché erano convinti che quello era Jihad e martirio. E loro erano i nostri figli. Erano nostra responsabilità". Al Ansari non si limita all’attacco ai predicatori che dalle moschee e dalle tv arabe diffondono incitazioni alla morte. Per la prima volta da un pulpito di prestigio islamico, affronta di petto il tema più scabroso per la cultura musulmana: le origini coraniche dell’antisemitismo. Ricorda che vi è negli "Hadith" e nella tradizione coranica che costituisce il corpo della Sunna la figura chiave di un ebreo convertito all’Islam, Abdallah ibn Saba, che avrebbe ordito, all’interno della umma, i grandi tradimenti, le grandi lacerazioni che hanno distrutto la potenza dei musulmani. Al Ansari, con straordinaria onestà intellettuale, ricorda e ammette che la teoria del "complotto giudaico" ha una sola origine: la vicenda coranica. Là dove i cristiani perseguitavano gli ebrei in quanto deicidi, i musulmani li perseguitavano nel ripercorrere la "politica" formalizzata da una Sunna che vede Maometto uccidere a freddo nel 627 dopo Cristo, quinto anno dell’Egira, i 600 ebrei Banu Quraiza, ragazzi inclusi, con l’accusa di avere "violato il patto" con la comunità musulmana. E’ un’affermazione di capitale importanza, sempre occultata dai tanti cultori del "dialogo interreligioso" che si è sviluppato dopo il Concilio vaticano II, sempre ignorata, per incultura, soprattutto da un’intellighenzia europea che non ha mai voluto comprendere che dietro il "rifiuto arabo di Israele" non c’era solo una questione nazionale, di terra, ma anche e soprattutto un "a priori" teologico e antiebraico, fondato sulla tradizione musulmana. Coerentemente, al Ansari chiude il ragionamento toccando un altro argomento scabroso e ignorato dalla cultura europea: il credito che nel mondo arabo e musulmano hanno "Protocolli dei Savi Anziani di Sion", che modernizzano e attualizzano la teologia musulmana del complotto ebraico e la rendono planetaria: "La nazione arabo-islamica è l’unica che crede ancora che i ‘Protocolli’ siano veri, malgrado sia stato provato che sono opera dell’Okhrana zarista. Invece di dare loro credito, dobbiamo interrogarci per trovare il modo di estirpare le radici dell’odio tra musulmani ed ebrei, così da capire e afferrare meglio e più approfonditamente ciò che è successo e sta succedendo nel nostro mondo complesso". Al Ansari è il contraltare perfetto di un altro punto di riferimento islamico che opera in Qatar, lo sceicco al Qaradawi, gran frequentatore di meeting sul dialogo interreligioso, gran dispensatore di proclami su al Jazeera e grande equilibrista capace di ammaliare i cultori del politically correct, ma non certo al Sistani. Ieri il grande ayatollah sciita iracheno, per bocca del suo portavoce in Kuwait, Muhammad Baqir al Hamdi, ha scomunicato Qaradawi perché "sostiene il terrorismo in Iraq" ed emette fatwe "terroriste". E’ la pesante parola fine detta dal grande ayatollah anche sulla credibilità che ambienti diplomatici francesi e italiani hanno dato ad al Qaradawi in occasione della crisi degli ostaggi. 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