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Il Foglio Rassegna Stampa
07.11.2003 Giovani israeliani in giro per l’Europa
raccontano la loro vita tra terrorismo e speranza

Testata: Il Foglio
Data: 07 novembre 2003
Pagina: 3
Autore: un giornalista
Titolo: «Salire sull’autobus e sedersi in fondo per paura dei kamikaze»
Riportiamo l'articolo sui tre universitari israeliani che portano la loro testimonianza in giro per l'Europa, partendo dalla Spagna. E' uscito sul Foglio venerdì 7 novembre 2003.
Madrid. Controinformazione per smantellare la disinformazione su Israele. In un
terreno strategico: i più importanti atenei. Protagonisti: giovani universitari, volontari di Tel Aviv. Questi gli obiettivi della campagna lanciata in Spagna (che arriverà anche nel resto d’Europa, negli Stati Uniti e
in Canada) dall’organizzazione privata statunitense Israel at Heart, presieduta da un businessman, un ebreo newyorchese, Joey Lowe. Un’iniziativa significativa, perché partita all’indomani dei risultati del sondaggio della Commissione europea secondo cui per il 59 per cento degli europei (per il 56 per cento degli spagnoli) Israele sarebbe il paese che più minaccia la pace
mondiale. I tre controinformatori hanno inaugurato, lunedì scorso, all’Universidad Complutense di Madrid, il tour che li porterà anche a Barcellona, Granada, Siviglia, Segovia e Toledo. Sono tre ventiseienni, politicamente diversi tra loro, laici e con ottima padronanza del castigliano: Daniela Prusky, Joseph Danziger e Amir Segall sono venuti gratis, le spese di vitto e trasporto pagate da Israel at Heart; l’alloggio è fornito dall’associazione Jue, Judios universitarios de España, che ha collaborato alla campagna. Le domande dell’assemblea, un centinaio di studenti, riguardavano le morti di palestinesi, la barriera di difesa, il premier Ariel Sharon. Un ambiente ostile, dunque, in cui però il terzetto si è destreggiato bene. "Riconosciamo la sofferenza del palestinesi e ce ne dispiace. Ma ciò si deve a Yasser Arafat. Il suo business è mantenere il conflitto, perché il giorno in cui sarà risolto segnerà la sua fine", ha detto Amir. Daniela ha lasciato di stucco la platea rivelando di aver fatto il servizio militare obbligatorio per due anni in un corpo speciale e di aver comandato 120 soldati. Ha parlato della realtà che vivono i giovani israeliani sotto la spada di Damocle del terrorismo. Parole che toccano in Spagna, paese che dal ’58 conosce le autobombe (53 dall’85 soltanto a Madrid) e gli attentati dei terroristi dell’Eta (finora 820 morti, di cui 22 bambini). "Quando prendi l’autobus pensi sempre se sia meglio sederti davanti, per scappare in caso di attentato, o dietro, perché i terroristi si fanno scoppiare davanti, appena montati – ricordava la studentessa – quando siedi in un bar o in ristorante, eviti di metterti vicino alle vetrate, il posto più pericoloso se c’è un’esplosione, o a fianco della porta, dove si fa scoppiare il terrorista suicida. Gli attentati sono un incubo che non finisce mai: è come se da voi si verificassero in soli sette giorni tre episodi come quello dell’Hipercor (il grande magazzino di Barcellona in cui nell’87 un’autobomba dell’Eta provocò la morte di 22 persone, ndr)". Dice al Foglio Maximiliano Kohan, 26 anni, presidente della Jue: "Abbiamo incontrato molti problemi in alcuni atenei, come
a Madrid e Barcellona, dove sono chiamati spesso palestinesi. Non considerano Israele un tema adatto. Radio Catalunya, la radio della regione di Barcellona, ha rifiutato una intervista già concordata con i controinformatori perché non parlavano la lingua. Gli universitari hanno potuto comunque sentire fatti e opinioni di cui quasi mai sentono parlare: che in Israele, unica democrazia della regione, c’è l’uguaglianza di diritti tra uomini e donne, ma che i bambini non possono più andare a giocare per strada, per evitare gli attentati, che le mamme si sentono chiedere cos’è un uomo-bomba. Abbiamo constatato, più che antisemitismo, una grande ignoranza che si deve ai mass media".
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