L'esempio di Shlomo Mantzur, vita e morte per Israele
Editoriale di Fiona Diwan
Testata: Bet Magazine
Data: 02/04/2025
Pagina: 1
Autore: Fiona Diwan
Titolo: L'esempio di Shlomo Mantzur, vita e morte per Israele

Riprendiamo da BET Magazine di marzo 2025, a pagina 1, l'editoriale della direttrice Fiona Diwan 

Vita e sogni, poesia e regole: l'etica della riconoscenza nel Talmud |  Kolòt-Voci
Fiona Diwan

Shlomo Mantzur

Cara lettrice, caro lettore,

da qualche tempo osservo le persone anziane con occhi più teneri, i grandi vecchi mi commuovono mentre la spietatezza di alcuni giovani mi lascia senza parole e piena di sconforto. Certo, è un’ovvietà: la gioventù possiede la durezza e il fulgore del diamante mentre l’età più matura sa aprirsi a cedimenti e morbidezze impensabili solo qualche momento prima.

La vecchiaia di Shlomo Mantzur ha una storia che ha fatto il giro del mondo. È stato il più anziano (85 anni) tra i rapiti da Hamas durante il sabato nero. Era nato in una Bagdad opulenta di presenza ebraica, nel 1938, (il 35 per cento dei suoi abitanti erano all’epoca ebrei), da una famiglia che aveva una piccola fabbrica di pacchetti di sigarette. All’età in cui aveva tre anni, nel 1941, era scoppiato il Farhud, il terribile pogrom sulle rive del Tigri che avrebbe polverizzato la presenza ebraica irachena lasciando sul selciato tra le 200 e le mille vittime, – scomparsi, imprigionati, uccisi (molti corpi furono fatti sparire) -. Shlomo aveva visto i propri genitori malmenati e poi la pistola che aveva ucciso il loro cane, accorso a difendere i padroni. Durante il saccheggio della casa si era rifugiato sul tetto, da dove aveva assistito allo scempio del quartiere ebraico mentre una vicina di casa musulmana era intervenuta a salvare l’intera famiglia dalla folla di rivoltosi infiammati dalla retorica filo nazista che dai programmi radio, da mesi, martellava ingiurie e ripeteva che “gli ebrei sono un abominio ovunque”.

Per anni, amici e parenti avevano chiesto a Shlomo di trascrivere la sua storia.  Finalmente, una mattina di maggio del 2023, si era deciso. Eccolo, mentre si siede al tavolo della sua casetta nel kibbutz Kissufim, mentre prende carta e penna e inizia a ordinare i ricordi, a ottant’anni di distanza. In quei momenti, seduto davanti al foglio, Shlomo non trema, non parla, non piange. Non vuole essere disturbato mentre scrive, concentrato, lo sguardo perso lontano. È arrivato all’età di 16 anni nel kibbutz, vi ha cresciuto i suoi figli; è scampato a un pogrom entrato nella storia per la sua ferocia e non sa ancora che un altro pogrom, altrettanto efferato, lo ucciderà di lì a pochi mesi. È il più vecchio di tutti i rapiti, l’ultimo testimone scomodo di un odio antico e mai sopito. Anche lui ha pianto sulle rive dei fiumi di Babilonia, anche lui ha appeso, ai rami dei salici, la sua cetra.

Il sionismo di molti sefarditi è figlio dell’antisemitismo arabo, un figlio spesso poco desiderato visto che per secoli gli ebrei mediorientali hanno inseguito e sognato un’integrazione, la nascita di una identità arabo-ebraica riconosciuta e rispettata, essere accettati alla pari all’interno di una nuova modernità araba, ebrei abitati da un amore profondo per i luoghi dove erano nati, che si trattasse delle sponde del Nilo, di quelle dell’Eufrate o degli altipiani di Teheran. Ebrei condannati, col tempo, a vivere di nostalgia per i propri paesaggi perduti. Non è mai stato il sionismo a causare l’antisemitismo arabo ma esattamente il contrario, come spesso ripeteva lo scrittore francese Albert Memmi.

I vecchi e i giovani, dicevo, i padri e i figli che si avvicendano senza intendersi sulla scena del mondo. Ogni generazione, a modo suo, si culla nel pensiero progressivo di poter migliorare il mondo, di emendarlo (chi di noi non l’ha provato almeno una volta, sotto i 25 anni?). Lo scrittore Isaac Bashevis Singer parlava di questa attitudine come di un demone: «Credo che l’attuale generazione sia posseduta dal peggior demone che l’inferno abbia mai mandato per traviarci. Il Satana del nostro tempo recita la parte dell’umanista e ha un unico desiderio: salvare il mondo. Questo è il demone più difficile da esorcizzare ma io sono pronto a fare la mia parte» (I. B. Singer, A che cosa serve la letteratura?, Adelphi).

Shlomo Mantzur viveva in un kibbutz pacifista al confine con Gaza ma restava serafico e dolente davanti ai proclami dei suoi dodici nipoti, infiammati di ideali e di giovinezza, di possibile fratellanza con quei vicini arabi che ogni giorno venivano a lavorare in kibbutz. Shlomo aveva imparato a vivere alla giornata e ripeteva che la vita fa strani sgambetti e che quello che crediamo sia una certezza oggi si può rivelare del tutto fallace domani.

La vita non ha saputo dargli torto.

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