Riprendiamo dal FOGLIO di oggi, 02/04/2025, a pagina IV, il commento di Giulio Meotti dal titolo: "Così il mondo della cultura ha disertato la battaglia su Sansal".
Non una parola su Sansal da parte della New York Review of Books, del Times Literary Supplement e di altre testate. “Critico intransigente dell’islamismo e delle dittature del sud del mondo, Boualem Sansal sta probabilmente pagando la sua silenziosa lucidità”, fa notare il settimanale Point, che all’omertà letteraria dedica uno speciale. “I media che si degnano di dare notizia della sua prigionia e condanna lo fanno evitando di prendere posizione”.
Brice Couturier, autore dell’articolo, cita il Foglio come unico giornale italiano che si è speso per Sansal. Il Guardian è uno dei pochi quotidiani stranieri a riportare l’arresto e la condanna a cinque anni di carcere da parte dello stato algerino. Praticamente silenzio di tomba da parte degli scrittori inglesi, che evidentemente soffrono ancora della “sindrome Rushdie”. Roald Dahl, l’autore di libri per ragazzi, chiamò Rushdie “pericoloso opportunista” al tempo della fatwa iraniana. George Steiner, uno dei più rispettati critici culturali britannici, tagliò corto: “Rushdie ha fatto in modo di creare un sacco di problemi”. E John le Carré, lo scrittore di spy story, fu lestissimo ad attaccare l’autore dei “Versetti satanici”.
Il sito web della stazione televisiva tedesca Deutsche Welle riporta il caso Sansal. Giusto un articolo sulla Index on Censorship, l’organizzazione per la difesa della libertà d’espressione con sede a Londra e fondata da Stephen Spender che pubblica un periodico trimestrale. Lo stesso da parte del Pen, costretto ad annullare il suo festival letterario World Voices a New York e Los Angeles, subito dopo aver annullato anche la cerimonia di premiazione del 2024. Troppi autori si erano ritirati da entrambi gli eventi per rendere praticabile la messa in scena di uno dei due. Il motivo? Il Pen non aveva denunciato il “genoci-dio” di Israele a Gaza. Nulla su Sansal dal Wall Street Journal, un giornale conservative solitamente attento alla persecuzione di uno scrittore europeo da parte di regimi autocratici. Né dal New Yorker, che pure non si risparmia mai sugli intellettuali perseguitati (ha dedicato un lungo articolo anche all’etiope Eskinder Nega, finito dentro per aver criticato una legge antiterrorismo). Fra gli scrittori su Sansal si sono spesi in pochi, pochissimi. Si conta un appello di qualche premio Nobel, come Annie Ernaux, Jean-Marie Gustave Le Clézio, Orhan Pamuk e Wole Soyinka, assieme a Salman Rushdie, il filosofo Peter Sloterdijk e Giuliano da Empoli (uno dei pochi italiani ad aver firmato qualcosa a favore di Sansal). In Germania si è mossa Herta Müller, un altro Nobel, che ha partecipato a una serata per il romanziere algerino. In Italia a fine marzo c’è stata una piccola presa di posizione dell’Associazione italiana editori a favore di Sansal, dopo che per mesi soltanto la sua casa editrice, Neri Pozza, ne chiedeva a gran voce la scarcerazione. Lo scrittore, saggista e dissidente cubano Jacobo Machover, che vive in esilio a Parigi, ha scritto: “Boualem Sansal si è rifiutato di abbandonare l’Algeria, dove ora è in balìa del potere dittatoriale. Non può esserci pausa nella solidarietà di nessun intellettuale che si rispetti prima di ottenere la sua liberazione”. La solidarietà letteraria avrebbe fatto capire al regime algerino che Sansal è uno scrittore di fama mondiale che non si può semplicemente far sparire. Ma nel lontano 2017 lo stesso Sansal lo aveva previsto. “La letteratura e le arti non stanno svolgendo un ruolo di primo piano nella lotta contro la barbarie” aveva detto alla France Presse, attaccando il ceto letterario cui appartiene, reo ai suoi occhi di tacere sull’islamismo, di parlare sempre e solo d’altro.
Per inviare al Foglio la propria opinione, telefonare: 06/5890901, oppure cliccare sulla e-mail sottostante
lettere@ilfoglio.it