PLAUSO A... Ernesto Galli della Loggia
Gli arabi, l’antisemitismo e l’Italia
Testata: Corriere della Sera
Data: 00/00/0000
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Autore: Ernesto Galli della Loggia
Titolo: LA CRUDA REALTA’ CHE POCHI VEDONO
Gli arabi, l’antisemitismo e l’Italia

LA CRUDA REALTA’ CHE POCHI VEDONO
di ERNESTO GALLI DELLA LOGGIA

Indipendentemente dalle sue politiche e da chi sia o non sia il suo primo ministro, è proprio Israele in quanto tale, le sue ragioni storiche, il suo significato e la sua immagine, che in Italia sembrano essere largamente impopolari. È così. Alla maggioranza dei nostri concittadini (alla maggioranza, ripeto, ché poi invece c’è una nutrita minoranza che la pensa in modo del tutto opposto) Israele non piace. Lungi dal suscitare una qualche immediata simpatia, Israele suscita piuttosto diffidenza venata troppo spesso di avversione, un distacco che si tinge di estraneità. Lo si vede dal modo in cui in queste settimane i mezzi d’informazione del nostro Paese stanno seguendo le vicende mediorientali: un modo ispirato a un criterio di parzialità, di due pesi e di due misure, che nel caso della Rai tende frequentemente a diventare vera e propria faziosità. Ma non solo i media: che dire, ad esempio, di una casa editrice di cultura come Bollati Boringhieri che proprio in questi giorni ha mandato in libreria, sotto la veste di un’opera scientifica ed equilibrata, un vero e proprio pamphlettaccio politico dal titolo Gerusalemme, il sacro e il politico , che sembra uscito dall’ufficio stampa dell’Autorità nazionale palestinese? L’evocazione di Gerusalemme rimanda a uno dei due filoni principali che alimentano l’ostilità dell’opinione pubblica italiana nei confronti di Israele: quello di parte cattolica, dove è decisiva naturalmente l’influenza della Santa Sede e della Chiesa. Non voglio mettermi qui a fare la storia dei rapporti tra il Vaticano e lo Stato ebraico e, ancor meno, tra Cattolicesimo ed Ebraismo. Sappiamo tutti di quale contenzioso quella storia è impregnata. Israele ha avuto senz’altro ragione quando ha colto nel suo lungo mancato riconoscimento diplomatico da parte della Santa Sede un appoggio significativo agli arabi, i quali peraltro costituiscono la totalità dei cristiani di Terrasanta e del locale clero cattolico; e d’altra parte scoprire che i vescovi di Roma potevano trasformarsi all’occorrenza in trasportatori clandestini di armi e munizioni (come fece a suo tempo monsignor Capucci) non ha contribuito davvero a migliorare le cose. Ma a tutto ciò gli israeliani hanno risposto troppo spesso sfoggiando - specie nella gestione dei Luoghi Santi e del proprio potere a Gerusalemme - quel loro tipico atteggiamento fatto di bruschezza sprezzante, di durezza non scevra di una certa arroganza. Israele non ha saputo o voluto capire l’altissima portata simbolica che per il Cristianesimo ha la città del Calvario e della Crocefissione. Una portata pari solo a quella che ha per l’Ebraismo (e viceversa neppure paragonabile a quella che una superficiale vulgata attribuisce anche all’Islamismo), una portata che si tinge di un pathos tutto particolare, nonché di un elemento anche teologicamente drammatico, per effetto della fuoriuscita definitiva dei Luoghi Santi dall’orbita territoriale cristiana alle soglie dell’età moderna. A suo modo si tratta di una specie di condizione diasporica del Cristianesimo rispetto al luogo della propria origine che nessuno come gli ebrei dovrebbe essere in grado di comprendere fino in fondo.

Gli israeliani, invece, non sono stati capaci di intendere quasi nulla di tutto ciò. Hanno perlopiù trattato il Cristianesimo in casa loro come un «culto tollerato», compiacendosi corrivamente del ruolo, per essi nuovo e inebriante, di coloro che nei confronti dei cristiani avevano, una volta tanto, il coltello dalla parte del manico. Con il risultato di regalare la maggior parte delle simpatie di quel mondo ai loro avversari.

Ma se l’ostilità di origine cattolica verso Israele si alimenta anche di alcuni errori commessi dagli israeliani, quella che ha le sue radici a sinistra - e che rappresenta il filone anti-israeliano di gran lunga prevalente - si fonda, all’opposto, sulla sistematica cancellazione degli errori, chiamiamoli così, del mondo arabo. Di uno soprattutto, in questo caso cruciale: delle profonde pulsioni antisemite che agitano quel mondo, le quali sembrano ormai fare tutt’uno con la disponibilità all’impiego della violenza terroristica.

Nelle discussioni di questi giorni si sente spessissimo ripetere che la critica ad Israele dev’essere sottratta al ricatto rappresentato dall’antisemitismo. È più che giusto. Si deve essere liberi di criticare ogni decisione dello Stato ebraico e non per questo vedersi sospettati di dar voce o spazio all’antisemitismo (salvo quando la realtà inoppugnabile, come nella manifestazione romana di ieri, indica che quella voce e quello spazio all’antisemitismo li si è dati veramente). Ma il punto non è questo. Il punto è di decidere se in uno scontro che oppone una collettività ebraica da un lato e uno schieramento non ebreo dall’altro, abbia rilevanza, debba essere considerato a qualche effetto rilevante o no, il fatto che nello schieramento antiebraico alligni l’antisemitismo. Se debba contare o no qualcosa, nello scontro tra Israele e arabi, il fatto che la cultura di questi ultimi sia impregnata di antisemitismo.

Questo è, deve essere, il punto per noi importantissimo. Non per caso proprio questo però è il punto che la sinistra italiana in prevalenza aggira, elude, sminuisce, non vuol vedere o addirittura cancella.

Eppure i fatti che testimoniano della sempre più massiccia diffusione dell’antisemitismo nel mondo arabo e in quello palestinese sono noti (o dovrebbero essere noti: in generale la stampa italiana, chissà perché, ne parla pochissimo). Ne cito alcuni alla rinfusa: tutto ciò che riguarda in modo positivo gli ebrei e l’Ebraismo, che proviene in un modo o nell’altro da quella parte, è oggetto di una censura assoluta nel mondo islamico. Un piccolo esempio: poco tempo fa le autorità egiziane hanno impedito che in un centro culturale italiano del Cairo si proiettasse «La vita è bella» di Roberto Benigni. Perché? Semplicemente perché il film parla dell’Olocausto, e dunque descrive gli ebrei come vittime: cosa che è vietata. Tutta la letteratura antisemita, a cominciare dai «Protocolli dei savi anziani di Sion», ha larghissima diffusione così come è comunissimo l’uso di giudizi ed espressioni violentemente ostili agli ebrei in generale (non a Israele, agli ebrei), l’ascolto di canzoni antisemite, la visione di spettacoli televisivi antisemiti, l’adozione di testi scolastici antisemiti. Cosa aspettarsi di diverso, del resto, da Paesi e regimi che fino a poco tempo fa hanno larghissimamente impiegato personale tedesco ex nazista per l’organizzazione dei propri servizi di spionaggio e di sicurezza?

Come si vede l’antisemitismo c’entra eccome. C’entra perché il fronte anti-israeliano, il fronte arabo, rigurgita di antisemitismo. Vuol dire forse ciò che allora i palestinesi non hanno diritto ad una loro patria? Nient’affatto naturalmente. Vuol dire invece che stando così le cose si può ben capire come gli israeliani non possano non tenere nel massimo conto di questo elemento nel valutare le reali intenzioni, la sincerità, dei loro avversari palestinesi e no. Ci si può fidare, essendo ebrei, di chi non perde occasione di manifestare il proprio antisemitismo? E fino a che punto? A quali condizioni?

L’allineamento filoarabo di tanta parte della sinistra italiana e la sua immagine d’Israele come esempio massimo di irragionevolezza e di aggressività dipendono dal non porsi in alcuna misura un simile problema, che invece è, io credo, il problema cruciale per il raggiungimento di un’eventuale pace in Medio Oriente. La sinistra italiana ripete di continuo anch’essa che è necessario garantire la sicurezza di Israele, ma non riesce a rendersi conto che dal punto di vista d’Israele nulla come la scomparsa dell’antisemitismo dal bagaglio politico ed ideologico dei Paesi arabi rappresenterebbe la massima garanzia immaginabile di sicurezza. Oltre, beninteso, al ripudio del terrorismo. Ma anche in questo caso, ancora una volta, i fatti, i duri fatti, parlano un linguaggio tutt’altro che rassicurante. Proprio questa settimana una conferenza in Malaysia sul terrorismo, con la partecipazione di cinquantasette Paesi islamici appositamente riuniti, ha adottato una risoluzione che ha specificamente respinto l’idea che la «resistenza» dei palestinesi contro Israele abbia avuto mai qualcosa a che fare con il terrorismo (ma naturalmente la stessa conferenza non ha mancato di condannare con la massima energia il «terrorismo di Stato» israeliano). Come stupirsi, del resto, se tra quei cinquantasette Paesi ce ne sono alcuni che pagano regolarmente una sorta di pensione ai familiari dei terroristi periti negli attentati? Ma la sinistra italiana di tutto ciò preferisce non parlare. Tutti questi fatti ai suoi occhi, agli occhi dei suoi elettori, dei suoi simpatizzanti, non esistono. Sì: Israele ha diritto alla sua sicurezza, essa ripete, ma l’antisemitismo degli arabi è un falso problema, il terrorismo arabo è un falso problema, tutto ciò che esiste (eccome esiste!) ma non collima con il suo partito preso anti-israeliano, tutto ciò che non collima con i suoi paraocchi ideologici viene dichiarato un falso problema. Peccato che invece proprio lì stiano i problemi. Come gli israeliani sanno sulla propria pelle e come anche noi, che pure la pelle non la rischiamo, dovremmo cominciare a capire una buona volta .





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