Le acrobazie dialettiche di un giornalista di estrema sinistra
per dimostrare un dogma ideologico: tutte le colpe sono di Israele
Testata: Il Manifesto
Data: 29/12/2004
Pagina: 6
Autore: Zvi Shuldiner
Titolo: Israele e il ritiro da Gaza: a che e a chi serve il fantasma della guerra civile
IL MANIFESTO di mercoledì 29 dicembre 2004 pubblica un articolo di Zvi Shuldiner sulla rivolta dei coloni contro il ritiro da Gaza.
Dopo un riferimento a Norbert Elias di cui è difficile cogliere immediatamente il significato in questo contesto,il giornalista dell'estrema sinistra israeliana muove da un assioma ideologico preciso: "il problema dei pacifisti israeliani non ha niente a che vedere con le elezioni palestinesi: il problema continua a essere la politica del governo israeliano, sia l'attuale sia il prossimo".
Qualsiasi cosa i palestinesi facciano, sia che scelgano il terrorismo o che lo rifiutino, che siano disposti oppure no a un compromesso, la responsabilità del conflitto è e sarà sempre solo di Israele.
Questo vero e proprio dogma è stato sottoposto, negli ultimi anni, a un duro attacco da parte della realtà. Il processo di pace di Oslo non ha posto fine al terrorismo palestinese, il ritiro dal israeliano Libano, percepito come una vittoria degli Hezbollah, ha incoraggiato la pratica degli attentati suicidi, a Camp David Arafat non solo ha rifiutato un accordo che gli avrebbe permesso di ottenere uno stato palestinese, ma ha interrotto il negoziato dando vita alla "seconda intifada".
Il vero colpo di grazia alle costruzioni ideologiche di Shuldiner e compagnia, tuttavia, potrebbe essere la decisione di Sharon di smantellare gli insediamenti di Gaza.
Gli insediamenti infatti sono stati sempre l'argomento centrale di quanti intendevano negare la reale volontà di Israele di giungere alla pace, e giutificare la scelta palestinese della violenza. Israele tratta, argomentavano costoro, ma non smantella gli insediamenti, segno evidente che vuole mantenere l'occupazione.
Non era così, perché i governi Rabin e Barak erano disposti a smantellare degli insediamenti, una volta raggiunto un accordo definitivo. Il governo Sharon è però andato ancora più in là decidendo lo sgombero di Gaza quando ancora non esisteva tra i palestinesi nemmeno un possibile interlocutore.
Un fatto che, appunto, potrebbe spingere i suoi sostenitori ad abbandonare l'idea che Israele sia l'unica responsabile del conflitto con i palestinesi. Potrebbe, ma non sarà così, come l'articolo di Shuldiner dimostra molto bene.
Questo assunto ideologico è infatti difeso dagli "assalti della realtà" e dalle "repliche della storia" con ragionamenti sempre più astuti e lambiccati, a loro volta sempre smentiti dai fatti e sempre sostituiti da nuove trovate.
Se Tanya Reinhardt ha sostenuto che Barak si è ritirato dal Libano con troppa precipitazione, allo scopo di spingere gli Hezbollah a continuare l'offensiva contro Israele e giustificare una seconda invasione, Michel Warshawski ha, al contrario, sostenuto recentemente che il ritiro da Gaza andava troppo per le lunghe, segno evidente che Sharon non faceva sul serio.
Ora che la serietà delle intenzioni di Sharon non può più essere messa in questione, dopo il numero di scontri politici che ha sostenuto per attuare il suo piano, Shuldiner non si scoraggia e propone la sua brillante interpretazione: i coloni che minacciano la guerra civile fanno ignari (non hanno letto Norbert Elias) il gioco di Sharon, che vuole lasciare Gaza per tenere la Cisgiordania e impedire la nascita di uno Stato palestinese.
A ritiro avvenuto, lo spettro della dissoluzione di Israele per conflitti interni, infatti, convincerà la comunità internazionale ad accettare i fatti compiuti in Cisgiordania.
Sharon dal canto suo è consapevole del fatto che i coloni favoriscono i suoi disegni?
Shuldiner non si esprime in merito, ma per saperlo, ci pare, basterebbe visitare la bibblioteca del premier israeliano: se includesse i libri di Norbert Elias avremmo tutte le prove di cui analisi politiche condotte con il rigore che caratterizza questo articolo necessitano.
Ecco il testo:

Norbert Elias, uno dei più importanti - anche se non molto conosciuto - sociologi europei, avvertiva che la ricerca sociologica chiede di capire che i risultati delle azioni di individui, gruppi o organismi sovente non sono conformi alla volontà o alle intenzioni di coloro che le hanno avviate. Bisogna sempre ricordarsi di questo avvertimento quando si guarda a quanto sta accadendo in questi giorni qui in Israele. Non solo l'ambiente generale in questo paese è cambiato ma europei, americani e parecchi leader arabi ostentano - e quindi moltiplicano - un forte ottimismo sul conflitto israelo-palestinese. La morte di Arafat, fatidico e terribile leader del terrorismo palestinese, sembra avere rotto alcuni dei dogmi più radicati circa le possibilità di arrivare a una soluzione negoziata e ora si può finalmente galoppare verso la pace. Anche se ci sono alcuni guastafeste palestinesi che si affannano a parlare del ritiro nelle frontiere del '67, degli insediamenti israeliani, dei rifugiati. Un giorno di questi ho incontrato un'amica pacifista che si mostrava assai interessata alle elezioni palestinesi. Ho chiarito anche a lei che il problema dei pacifisti israeliani non ha niente a che vedere con le elezioni palestinesi: il problema continua a essere la politica del governo israeliano, sia l'attuale sia il prossimo.

Che faranno tutti i leader occidentali che si accalcano per venirci a fare visita quando si renderanno conto che l'elasticità di Sharon è molto relativa e che la leadership israeliana è molto lontana da una linea che possa portare a una pace vera?

La creazione in Israele di un governo di grande coalizione con i laboristi, con il ritiro da Gaza al primo punto, non fa che accrescere la confusione. Il laborismo, uno sfibrato partito d'opposizione che ha perso la chance di definire con chiarezza la sua identità, scruta solo le poltrone ministeriali e in pochi giorni Sharon potrà andare avanti con il suo ritiro unilaterale.

Via dai santi territori e guerra civile?

Intorno al ritiro unilaterale in Israele la discussione si accalora e il fantasma della guerra civile si fa sempre più presente: è da lì che bisogna partire per analizzare gli effetti assai complicati e le reazioni molto emotive della crisi politica suscitata dall'annuncio del ritiro, specie dopo che una parte dei coloni ha cominciato a usare la fatidica stella di Davide per segnalare il ritorno del pericolo dell'olocausto.

Chi sono i nazi di adesso che minacciano di espellere le vittime ebree? Udite, udite: il governo «sinistrorso» di Sharon e i suoi lacché che ha tradito i principi sacrosanti e vuole regalare parte del suolo patrio al nemico.

I coloni non sono un'unità monolitica. Alcuni di loro sono arrivati nei territori occupati convinti di avervi trovato la soluzione del problema della casa o di migliorare le condizioni di vita e allo stesso tempo di partecipare a un progetto fomentato da successivi governi israeliani.

L'insediamento di colonie nei territori palestinesi occupati cominciò poche settimane dopo la fine della guerra del `67. Alla testa dell'impresa si trovavano allora i laburisti. Nel '77 quando il Likud arrivò al governo, trovò strutture già assai sviluppate dal laburismo, che mise in cantiere anche diversi piani diretti a mini-annessioni dei territori evitando in generale le aree più densamente popolate dai palestinesi. Il Likud estese e intensificò lo sforzo colonizzatore ed è opportuno ricordare che sono passati ormai 37 anni dall'inizio della creazione di questa nuova carta geografica. Per la maggior parte delle nuove generazioni l'idea dell'Israele della linea verde - le frontiere del `67 -, è un'astrazione.

Il nucleo più duro dei coloni è sostanzialmente ideologico e anche qui si ritrovano diverse gradazioni. I più moderati non vorrebbero che si arrivasse alla guerra civile e sono favorevoli al rispetto di alcune delle regole formali della democrazia. Lo zoccolo duro è fondamentalista all'estremo e mischia fattori ultra-nazionalisti con il fondamentalismo religioso. Alcuni esponenti di quesato zoccolo sono apertamente razzisti, alcuni sono facilmente identificabili con ideologie di tipo neonazi, anche se questa volta dirette contro i palestinesi.

Quando i coloni di Gaza usano la stella di Davide vogliono provocare una forte impressione, che però in questo caso ha avuto un risultato opposto a quello auspicato. La loro confusione ed estremismo ideologici sono tali da impedirgli di capire che non solo banalizzano in questo modo l'olocausto, ma che finiscono per allinearsi ed aiutare quelli che lo negano. E, peggio, sembrano ignorare che al fondo sono portatori di germi del razzismo di cui furono vittime gli ebrei nel passato.

Sono seri?

Sembrerebbe che la maggior parte dei coloni avverta che la società israeliana potrebbe uscirne a pezzi se essi continuano con le loro tattiche e alcuni di loro danno la spiegazione dell'escalation verbale delle ultime settimane: per evitare uno scisma nazionale è necessario ritornare all'idea di un referendum sul ritiro unilaterale da Gaza. Se la maggioranza si esprime a favore del piano di Sharon, allora essi accetterebbero il verdetto. Adesso, dicono, non è altro che una manovra dittatoriale passata solo grazie a menzogne e stratagemmi, quindi il piano non è legittimo. Tutti sanno che anche questa è una trappola: l'idea del referendum è inaccettabile per Sharon, farebbe cadere la coalizione con il laborismo, lo esporrebbe a una grande pressione internazionale - compresa quella del suo amico Bush - e ritarderebbe o renderebbe impraticabile il suo piano.

Che vuole Sharon? In sostanza un ritiro che serva da messaggio alla comunità internazionale: Israele vuole la pace, però il ritiro è molto difficile e tocca la nostra essenza più intima. In Cisgiordania non si potrà ripetere lo stesso piano e l'entità palestinese che Sharon sembra disposto ad accettare sarebbe solo una serie di bantustan circondati da colonie israeliane e strade speciali ed esclusive per i coloni.

Che vogliono i coloni? Mentre i gruppi più radicali ed estremisti sono disposti a tutto per veder realizzato il loro messianismo nazionalista, i gruppi relativamente più moderati cercano di mettere paura alla società israeliana agitando lo spettro della guerra civile. Questo preoccupa molti qui in Israele e serve ai coloni per minare le certezze dei sostenitori dell'ipotesi del ritiro unilitarale. Non solo: si tratta anche di dimostrare che evacuare la striscia di Gaza costituirà un trauma nazionale tanto devastante da provare chiaramente l'impossibilità anche solo di pensare all'evacuazione dei coloni ovvero a un ritiro unilaterale sia pur parziale dalla Cisgiordania.

Su questo punto è possibile che si registri una certa coincidenza fra l'opposizione a Sharon e lo stesso Sharon. La probabile escalation degli scontri mano a mano che si avvicini il momento del ritiro unilaterale, consentirà di dire al mondo intero che Israele si trova a fronteggiare il pericolo di una guerra civile distruttiva. E questo sarebbe l'argomentazione definitiva, per estremisti e moderati, capace di dimostrare a tutti quelli decisi ad esercitare pressioni su Israele che la distruzione dello stato ebraico potrebbe essere dietro l'angolo. Nello scenario tragicomico del pericolo di una guerra civile non si può escludere l'ipotesi che i probabili scontri degenerino e si risolvano in un alto prezzo di sangue, ciò che renderebbe ancor più drammatica la reazione della società israeliana. Allora il mix di realtà e di finzione sarà molto difficile da sciogliere e potrebbe sfuggire alla volontà iniziale delle parti.

Di fronte a questi pericoli ci sarebbero i margini per annullare l'effetto delle pressioni internazionali e per arrivare là dove indicava qualche mese fa il consigliere e capo di gabinetto di Sharon. Dov Vaisgal disse allora al giornale Haaretz che il ritiro unilaterale da Gaza sarebbe servito a rinviare sine die i negoziati sullo status finale dei territori occupati.

In questi giorni, quando si presta un'attenzione esagerata alle elezioni interne all'Autorità palestinese, converrebbe ribadire ancora una volta che il problema non sta solo nella coesione e intelligenza della leadership palestinese. Il problema di fondo sta nell'attitudine dei governi israeliani che continuano imperterriti a rifiutarsi di por fine all'occupazione dei territori. Il problema di fondo è quello di negoaziti di pace seri e non di accomodamenti cosmetici destinati solo a migliorare la situazione di Israele e a peggiorare quella della grande prigione che sono la striscia di Gaza e la Cisgiordania.
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