Il seguente articolo é tratto da un’intervista con Maan Alhasbanei, un artista siriano che vive a Bruxelles.
L’intervista é nata pochi giorni fa, una sera, a Madou, un quartiere abitato in prevalenza da arabi e africani che sorge a ridosso di Schuman, il quartiere europeo che ospita le istituzioni dell’UE a Bruxelles.
Maan Alhasbanei parla della vicenda di Atkham Naisee, 53 anni, avvocato, presidente dei Comitati per le libertà democratiche e i diritti umani in Siria, arrestato lo scorso 13 aprile sulla base di accuse futili e detenuto in condizioni inumane.
L’auspicio é che Mr. Naisse venga liberato quanto prima.
Eugenio Mantovani
European Institute for Research on the Middle EastIl 13 aprile 2004, il presidente del‘Comitato per la difesa delle libertà democratiche e i diritti umani in Siria’, Atkham Naisse, é stato arrestato. La scorsa settimana, in carcere, Naisse ha avuto un attacco di cuore che ha portato alla paralisi la metà destra del suo corpo. L’appello per l’immediata liberazione lanciato da Maan Alhasbanie, un artista siriano rifugiato politico a Bruxelles da oltre tre anni, offre l’opportunità di conoscere meglio cosa sta accadendo nel paese guidato dal presidente Bashar Al-Assad
Maan Alhasbanei é un artista siriano di 33 anni, pittore e musicista, rifugiato politico. Vive a Bruxelles da oltre tre anni, in una grazioso appartamento pieno di stiletti, calamai ed inchiostro e le foto di amici e parenti sulle pareti. Egli é amico di Aktham Naisse, il presidente del Comitato per la difesa delle libertà democratiche e i diritti umani, arrestato il 13 aprile scorso per aver pubblicato un rapporto dettagliato sulle violazioni delle libertà democratiche e dei diritti umani in Siria.
Secondo la versione offerta dal governo di Damasco, Aktham Naisse é accusato di ‘tramare contro la rivoluzione socialista e gli interessi della Siria’ e di ‘intrattenere rapporti con organizzazioni internazionali contro gli interessi della Siria’. ‘E’ sempre la solita litania – commenta Maan – il governo di Al Bashar incarcera chiunque é all’opposizione. E la scusa é sempre la stessa da trent’anni: tramare contro gli interessi dello stato’. ‘Quando le autorità siriane vennero a conoscenza della bozza del rapporto sui diritti umani – racconta Maan - Aktham Naisse, di professione avvocato, fu convocato ripetutamente presso il posto di polizia di Lattaquie, la sua città natale, per rispondere a delle domande sul contenuto della ricerca. L’ultimo colloquio ebbe luogo il 13 aprile, il giorno dell’arresto’. Naisse, che soffre di cuore e di ipertensione, é rimasto in prigione per più di un mese senza ricevere alcuna assistenza legale né sanitaria: ‘Egli ha bisogno di prendere medicinali giornalmente a diverse ore del giorno’ - precisa Maan. La settimana scorsa, nel corso dell’ennesimo interrogatorio, Naisse ha avuto un attacco di cuore che ha costretto i suoi carcerieri a prestargli le prime cure sanitarie. Ma evidentemente il corpo del cinquatreenne non ha retto agli stenti: Naisse ha perduto la mobilità della parte destra del corpo, paralizzata. ‘Per firmare il verbale dell’ultimo ‘colloquio’ – freme Maan – le guardie hanno dovuto prendere l’impronta del suo pollice’.
Il Comitato per la difesa delle libertà democratiche e i diritti umani nacque in Siria nel 1989. Dal 2000 esso chiede al governo siriano di attuare il programma di riforme democratiche e liberali promesso dal presidente Bashar Al-Assad quando, nel 2000 appunto, succedette al padre alla guida del paese. Formatosi in Europa, giunto al potere il giovane Bashar Al-Assad aveva in effetti inaugurato una stagione di relativa libertà, la cosiddetta ‘primavera di Damasco’. Ricorda Maan: ‘Furono sei mesi di speranze, sei mesi di illusioni. In quel periodo il governo aveva autorizzato, dopo anni di censure, l’apertura di piccoli centri culturali, simili ai parlour di Parigi, dove era possibile andare per ascoltare musica, partecipare a dibattiti, conferenze. ‘Improvvisamente, nel giro di pochi giorni, la polizia chiuse i café, interrogò ed arrestò gli avventori sulla base di filmati e registrazioni raccolte nei sei mesi precedenti, le libertà vennero nuovamente soppresse’.
Dopo la fine della primavera di Damasco, che valse alla Siria l’appellativo di ‘paese arabo in movimento’, la situazione andò progressivamente peggiorando: Atkham Naisse é l’ultimo attivista per i diritti umani a finire in carcere; altri giovani siriani – Kamal Allubani, Ahmed Khzam, Hassam Watfah, Khaled Ali – tuttti membri del Comitato sono stati imprigionati e di loro – precisa Maan - non si ha più notizia: ‘Stanno eliminando i membri del Comitato, uno dopo l’altro’.
Il Parlamento siriano, svuotato dei propri poteri, tentò di rivendicare il proprio ruolo, di protestare. E i primi a fare le spese del ‘nuovo’ corso della politica del governo furono due membri del parlamento, Mamon Alhomsi e Riyad Seef, i quali furono incarcerati e condannati a 10 anni di carcere per avere chiesto pubblicamente al governo l’abolizione delle leggi speciali in vigore dal 1963’. ‘In base a queste leggi - spiega Maan- venne istituito un tribunale speciale dove chiunque la pensi diversamente viene condotto e processato senza alcuna assistenza legale, senza verbale, in completa segretezza’.
Oltre ai cittadini siriani, la situazione della vasta minoranza curda che abita la regione settentrionale del paese é precipitata. ‘I curdi – racconta Maan – sono perseguitati dal regime di Al-Bashar. L’insegnamento della lingua é vietato, le manifesazioni culturali sono bandite, perfino la festa nazionale dei curdi in tutto il mondo Nawroz, che vuol dire nuova alba, é interdetta dal regime siriano’.
Lo scorso 16 marzo, in occasione di una partita di calcio tra una squadra a prevalenza araba e una a prevalenza curda nella città di Al Qamishli, agenti della sicurezza siriana crearono ad arte le condizioni perché un evento sportivo si trasformasse in un’occasione per umiliare la minoranza curda: negli scontri ‘da stadio’ centinaia di curdi vennero arrestati e in venticinque persero la vita. ‘Semplicemente, hanno sfruttato la tensione dell’evento calcistico per dare una lezione ai curdi che avevano tentato di alzare la testa – spiega Maan. Nessuno in Siria crede alla versione del governo, ossia che si sia trattato di incidenti da stadio’.
‘Il sistema repressivo del governo siriano é terribile – continua Maan. Gli agenti di sicurezza del governo sono ovunque, la rete di collaboratori é tentacolare: possono essere studenti, tassisti, netturbini. I telefoni sono sotto controllo, la posta é intercettata, il mezzo di comunicazione privilegiato é Internet, si comunica via e-mail. E infatti, il sito web del Comitato é stato chiuso almeno una decina di volte negli ultimi mesi. La polizia interviene indiscriminatamente per interrogare e molestare i familiari dei dissidenti, gli amici, i vicini di casa. La gente ha paura perché sa cosa le aspetta se protestano’.
E gli esempi, purtroppo, non mancano: il 23 Aprile scorso, Firhad M.Dawad e Hussein Naaso, due studenti curdi di 21 e 23 anni dimostravano davanti al parlamento siriano chiedendo notizie sulla sorte di parenti ed amici arrestati e per protestare contro le pratiche illiberali del governo. Arrestati a loro volta e tradotti in prigione furono picchiati cosí selvaggiamente da trovarvi la morte.
Il controllo sulla vita politica e sociale del paese non risparmia alcun settore e colpisce con particolare durezza ogni centro di espressione culturale, a cominciare dalle università. Arif Dalila, un eminente economista, ricercatore presso l’Uiversità di Aleppo, sta pagando con dieci anni di carcere la colpa di aver redatto nel 2002 uno studio sullo stato dell’economia siriana, in cui analizzava e proponeva soluzioni per rivitalizzare la stagnante situazione economica.
‘Non hanno nessun rispetto per la vita umana e la situazione é peggiorata ulteriormente da quando anche Amnesty International e Human Rights Watch sono stati costretti ad abbandonare il paese’.
La situazione di chi ha scelto l’esilio non é migliore. Quando ricordo a Maan, che addandonò il proprio paese quindici anni fa, di aver letto che in una recete intervista il presidente Al-Assad invitava i siriani sprovvisti di passaporto, ma in grado di provare la propria origine siriana, a recarsi presso l’ambasciata del paese di residenza per chiedere il permesso di visitare la Siria, Maan Alhasbanei reagisce sprezzante:’Questo sigifica giocare sporco - freme - Molti hanno creduto alle parole del Presidente Al-Bashar, si sono recati all’ambasciata, hanno chiesto e ottenuto di vistare il proprio paese, la propria famiglia, e sono partiti; arrivati in Siria, la maggior parte di loro é stata arrestata all’aereoporto’. ‘Anche io ho inoltrato la richiesta di tornare: ma a me la domanda é stata rifiutata. Mi é stato comunicato che io in Siria, il mio paese natale, non ho alcun diritto. L’ultima volta che vidi la Siria fu anni fa, dal Libano’.
Pongo un’ultima domanda a Maan, chiedendogli come a suo parere la situazione interna della Siria possa migliorare e quale ruolo la comunità internazionale, in particolare gli Stati Uniti e l’Unione Europea, può svolgere, tenendo in considerazione il conflitto in Iraq e la situazione di instabilità che caratterizza in generale il Medio Oriente.
La risposta di Maan lascia in parte stupiti, dopo aver ascoltato le testimonianze aggiaccianti di morti, intimidazioni e arresti arbitrari. Al Presidente Al-Bashar gli attiviti siriani per la democrazia e i diritti umani non chiedono di abbandonare il potere. Chiedono invece che egli mantenga le promesse di riforma, abolisca le leggi speciali in vigore dal 1963, permetta alla società civile di aprirsi, al mondo politico di esprimere la propria voce. In questo senso la comunità internazionale é chiamata ad intervenire, per dare voce agli esponenti dei movimenti per i diritti umani e per fare pressioni politiche ed economiche sul governo affinché realizzi tale cambiamento.
‘Come siriani – afferma Maan – non possiamo accettare l’idea che il nostro paese venga bombardato. Non vogliamo che questo accada poiché ciò preciterebbe il paese nel caos totale. Siamo consapevoli che la situazione nel Medio Oriente é critica, con la guerra in Iraq alle porte, la questione palestinese ancora aperta e le relazioni con Israele sempre tese. Ma riteniamo che come democrazia la Siria abbia più possibilità di addivenire ad una soluzione di tali problemi. Oggi Israele e l’America sono sfruttati dal governo di Al-Bashar per giustificare e rafforzare il regime: i dissidenti, gli attivisti per la democrazia vengono accusati di essere collaborazionisti degli USA o sionisti, o più semplicemente di tramare contro la sicurezza del paese. In uno stato democratico questo non accadrebbe: vogliamo concorrere a formare la politica del nostro paese, anche quella estera’.
L’approccio unilaterale e decisionista degli Stati Uniti - conclude Maan - non può funzionare poiché non verrebbe accettato dai siriani e poiché le riforme, in una paese che dagli anni sessanta ha visto le proprie libertà frustrate, i propri cittadini avviliti, non si possono realizzare facendo tabula rasa e creando ex novo una democrazia.
All’Unione Europea rivolgiamo l’appello di chiedere con forza al governo - attraverso la negoziazione dell’accordo di associazione - di liberare i prigionieri politici e di avviare al più presto un programma di riforme, per quanto moderato; e di condizionare i futuri rapporti economici e commerciali con la Siria al rispetto di basilari e fondamentali principi di diritto e libertà’.
Questa notizia riguarda la Siria, un paese che dovrebbe essere considerato dal mondo civile quale esso è: un paese canaglia, dove la libertà può esprimersi solo in galera. Invece le sue violazioni dei diriti umani non fanno notizia, i nostri no-global-verdi-cattocomunisti sono al contrario preoccupati che Israele possa fare la bua al buon Assad.