Come Geninazzi vede la situazione israelo-palestinese
ovvero come lui vorrebbe che fosse
Testata: Avvenire
Data: 04/05/2004
Pagina: 7
Autore: Luigi Geninazzi
Titolo: Autolesionista Sharon nei vicoli del suo labirinto
Su Avvenire di oggi, martedì 4 maggio '04, viene pubblicato un editoriale di Luigi Geninazzi a proposito della sconfitta di Sharon nel referendum interno del Likud. Come sempre critico verso Sharon, Geninazzi questa volta ne delinea il profilo del condottiero militare vestito da politico, che alla fine ritorna alle origini. Secondo Geninazzi, infatti, Sharon avrebbe proposto il ritiro da Gaza esclusivamente per preparare l'annessione di territori in Cisgiordania. Una tesi alquanto discutibile, dal momento che la ratio politica dietro a questa scelta è ben diversa: quella di trovare una soluzione alla situazione di stallo. Successivamente Geninazzi critica l'unilateralismo di Sharon e lo accusa di aver fatto di tutto per ostacolare la ripresa della trattative e della Road Map rifiutandosi di incontrare Abu Ala. Semplicemente assurdo: Abu Ala non può avere peso politico perchè non ha alcun potere all'interno dell'Anp, essendo, di fatto, un burattino nelle mani di Arafat, il quale non gli permette di utilizzare le forze di sicurezza per fermare il terrorismo, presupposto per ogni trattativa secondo i dettami della Road Map. Questo Geninazzi preferisce ignorarlo, l'importante è sempre e comunque affondare il colpo contro Sharon.
Ecco l'articolo:

A prima vista lo si potrebbe definire uno concentrante caso di autolesionismo politico. Ariel Sharon è stato sconfessato dal suo partito in un referendum interno e che in effetti gli era stato sconsigliato dai suoi più stretti collaboratori. In un solo giorno il premier israeliano è stato umiliato in casa propria e attaccato dall’eterno nemico, quel terrorismo palestinese che ieri, dopo una lunga pausa, è tornato a colpire con una ferocia spaventosa. Gli assassini della Jihad hanno sterminato un’intera famiglia, la madre incinta e quattro figlie, che si stava recando a votare contro il piano di sgombero dalle colonie di Gaza voluto da Sharon. È la macabra puntualità dell’orrore che s’affaccia implacabilmente ogni volta che Israele è chiamato a fare una scelta. L’impatto emotivo provocato dal massacro di Gush Katif non ha certo favorito i sostenitori del ritiro unilaterale da Gaza. A quel punto la bocciatura del piano di Sharon, già data per probabile nei sondaggi della vigilia, è diventata una certezza.
E così "Arik" (nome di battaglia del generale Sharon), il guerriero che si credeva invincibile, è andato incontro ad una cocente sconfitta.- ha giocato d’azzardo ed ha perso, come capita il più delle volte a chi sovrastima le proprie possibilità. Nel suo smisurato orgoglio Sharon nutriva la presunzione di essere sempre l’unico vero leader del Likud, in grado di trascinare la base del partito, ancorata all’intransigenza più dura, verso sponde politiche più aperte al compromesso. "Il Likud è una mia creatura" si era vantato qualche giorno fa. In effetti Ariel, il vecchio combattente del Libano, è sempre stato un eroe per l’estrema destra israeliana, un mito per i coloni che non hanno mai dimenticato una delle celebri frasi del loro condottiero: "Ritirarsi da Gaza è darla vinta al terrorismo". Fedeli al messaggio hanno girato le spalle al leader che ha cambiato idea. A loro non importa che Sharon, in realtà, voglia ritirarsi da Gaza per rafforzare la presenza israeliana in Cisgiordania. Nel dramma medio-orientale ci sono dei punti nevralgici che ne acuiscono la tragica immobilità. Uno di questi è l’ostilità dell’estrema destra israeliana ad ogni pur piccola concessione nei riguardi dei palestinesi. Adesso Sharon scopre che una piccola minoranza (quella dei membri del Likud che hanno respinto il suo piano) non può decidere per l’intero Paese, la cui maggioranza invece sembra disposta alle "dolorose concessioni" annunciate dal premier. È augurabile che, prima o poi, si renda anche conto che Israele non può decidere il destino dei palestinesi al posto dei palestinesi.
Sharon si è illuso di fare la pace da solo, imponendola in modo unilaterale. Ha rifiutato d’incontrarsi con il premier palestinese Abu Ala, che doveva essere l’interlocutore privilegiato della "road map", un cammino che non ha mai visto l’inizio. In compenso aveva strappato l’assenso di Bush che oggi tace imbarazzato di fronte alla bocciatura del piano Sharon. Ancora una volta risulta che nell’aggrovigliato Medio Oriente non esistono facili scorciatoie per la pace. È stato solo tempo perso. Ancor peggio, perché in questi mesi è cresciuta l’insofferenza da una parte e dall’altra. S’impone il ritorno, il più presto possibile, al tavolo delle trattative. Sharon, il politico dalla logica militare, sarà in grado di farlo?
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