Come si "giustiziano" una madre e i suoi figli
è il verbo ritenuto adatto da Manuela Dviri
Testata: Corriere della Sera
Data: 04/05/2004
Pagina: 13
Autore: Manuela Dviri
Titolo: Quel padre solo, che legge la lettera d’addio sulle bare bianche
Dopo alcuni mesi di silenzio torna a scrivere sul Corriere della Sera Manuela Dviri. Il suo è un articolo sulla strage della famiglia israeliana nella Striscia di Gaza; davanti ad un avvenimento così tragico, gli atteggiamenti di condanna non possono che essere unanimi. Tuttavia basta un verbo sbagliato per stravolgere il senso di tutto un articolo. La Divri infatti scrive: "...La madre, Tali, e le sue quattro bambine sono state uccise o forse sarebbe più giusto dire giustiziate,..." come a voler dire che il fatto che questa famiglia di israeliani abitasse nella striscia di Gaza fosse di per sè una colpa alla quale i terroristi hanno reso giustizia. Sapevamo quanto la Dviri fosse abile nel presentare sempre un'immagine distorta di Israele, ma non pensavamo potesse arrivare fino a questo punto. Ci rincresce dover leggerla ancora una volta su un quotidiano prestigioso come il Corriere della Sera.
Ecco il pezzo.

La foto in prima pagina è quella di una bella, normale famiglia, banalmente felice e sorridente, durante una giornata di vacanza.
Dietro, si intravede il mare. Le tre bambine più grandi sorridono allegre, strette intorno alla madre; la piccolina, il viso paffuto, la bocca sdentata, un fazzoletto rosa in testa per ripararla dal sole, è in braccio al papà. Di quella foto, di quelle persone, solo il padre, David, è sopravvissuto alla tragica giornata di domenica.
La madre, Tali, e le sue quattro bambine sono state uccise, o forse sarebbe più giusto dire giustiziate, nella Citroën bianca rimasta miracolosamente intatta. Tali guidava; Hila, la più grande, era seduta davanti; le sorelline, Hadar, Roni e Merav, erano sul sedile dietro, tutte con la cintura regolarmente allacciata, la più piccola, due anni appena compiuti, ben sistemata nell’apposito seggiolino come per legge. Con loro è morto anche il fratellino non ancora nato, il primo bimbo maschio della famiglia. La mattina, Tali aveva fatto un’ecografia.
« Tutto a posto » , le avevano detto.
Madre e figlie erano partite dalla colonia di Katif, nella striscia di Gaza, verso la città di Ashkelon per incontrarsi con David, che le aspettava per fare insieme propaganda elettorale contro il disimpegno, cioè il ritiro di Israele dalla striscia di Gaza. Sul cofano dell’automobile avevano ben incollato il logo della campagna: « No al ritiro, il mio cuore di ebreo vota contro » . Chi le ha ammazzate le ha guardate in faccia e poi ha sparato a bruciapelo. Due colpi a testa.
Ordinatamente feroci.
L’odio ti gela il sangue, l’orrore ti lascia senza respiro. Non esiste causa al mondo o ingiustizia subita che possano giustificare la barbarie di un atto così efferato, ignobile e utile solo a fomentare altro odio, nuovi torti, interminabili circoli viziosi. Alcune ore dopo, già appaiono le immagini del funerale, con quei quattro corpicini avvolti nei sudari bianchi secondo l’usanza ebraica, in fila accanto al corpo della madre. E le telecamere che riprendono spietate il viso del padre, lo seguono mentre legge con voce strozzata da un foglio spiegazzato una lettera d’addio alle sue ragazze. Intorno s’intuisce l’impatto di una folla enorme, compatta in un unico urlo di disperazione, impotenza e rabbia. « La vendetta di un bambino ucciso non la può immaginare neppure il diavolo » ha scritto il grande poeta Bialik.
In tre anni di Intifada, sono stati uccisi circa 800 bambini al di sotto dei sedici anni, tra israeliani e palestinesi. Questa è una guerra che di certo non risparmia i bambini.
Nel necessario, spesso cinico sistema di sopravvivenza, oggi già si parla d’altro, di politica, di destra e di sinistra, di referendum e di disimpegno, di Sharon e della sua sconfitta politica, si parla molto della vittoria politica dei coloni.
In ospedale è ancora ricoverato il soldato V. di diciott’anni, di origine francese, di leva, figlio di amici.
Durante la notte lo hanno operato a un braccio. È ancora in stato di shock. La sua jeep era a pochi metri dalla Citroën bianca e ha visto tutto. A lui nessuno aveva chiesto se era pro o contro il disimpegno, pro o contro il ritiro. E neppure la sua jeep era blindata.
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