Mons. Sambi la pensa veramente così ?
Un'intervista che non convince
Testata:
Data: 03/05/2004
Pagina: 1
Autore: Alberto Bobbio
Titolo: Il nunzio a Gerusalemme: popoli ormai in balìa della paura
Conosciamo le posizioni di Mons. Sambi, nunzio apostolico a Gerusalemme, e non le riconosciamo nell'intervista dell'Eco di Bergamo. Ma, poichè sono state stampate, noi così le riportiamo. Ci piacerebbe però che qualcuno tra i nostri lettori, in Italia o in Israele, sottoponesse l'articolo a Mons.Sambi e gli chiedesse se le sue parole sono state riportate correttamente. E poi ce lo comunicasse. Grazie.
Ecco il pezzo del giornale bergamasco:«Pace, pace. E' la parola più ripetuta in Israele e in Palestina. Ma ogni giorno ascolto solo notizie di sangue, di vendetta, di guerra». Monsignor Pietro Sambi è il nunzio apostolico in Terra Santa, ambasciatore del Papa in Israele e presso l'Autorità nazionale palestinese.
Racconta la sua pena quotidiana che comincia al mattino con la radio: «Sulle frequenze israeliane si comincia con Shalom, pace e poi la lista degli attacchi. Sulle stazioni arabe va in onda lo stesso copione: As-salamu aleikom, la pace su di voi, e via ad un'altra lista di morti di feriti. L'unico criterio che guida le coscienze è la violenza e, se possibile, si infliggono, come risposta, il doppio delle sofferenze». La «road map» ha un anno di vita. Doveva essere l'ultima strada per la pace. Ora è guerra totale e monsignor Sambi, mentre ascolta le ultime notizie tragiche che vengono da Gaza, ha le lacrime agli occhi: «La gente è stanca, ha paura. Non ci sono prospettive». Ogni conflitto ha bisogno di odio per nutrirsi e andare avanti. Si regge sull'opposizione di ragioni assolute, sull'incapacità di vedere gli errori reciproci. La verità sta sempre solo da una parte, il diritto anche. Per il resto l'unico bene di consumo è la paura e i mass media in Israele e in Palestina si accaniscono a raccontarla come normalità di vita, senza spendere una parola che faccia progredire la comprensione reciproca. «Il muro è l'espressione più alta della non volontà di pace», annota Sambi. Per gli israeliani è una barriera di sicurezza antiterrorismo. Per i palestinesi è simbolo di apartheid e di conquista. Spezza la spina dorsale della cultura palestinese, perché divide gli amici e le famiglie, separa le case dai campi, i fedeli dai luoghi di culto. Eppure tutti sono vittime del muro, israeliani e palestinesi, ebrei, musulmani e cristiani. Il nunzio apostolico va al cuore del problema: «Bisogna riconoscere ad Israele il diritto ad esistere nella sicurezza, ma altrettanto va fatto per la Palestina. Occorrono confini certi e riconosciuti internazionalmente. Quindi va trovata una soluzione per gli insediamenti ebraici, va affrontato il problema dei rifugiati palestinesi, bisogna discutere del problema di Gerusalemme e va trovata una soluzione alla questione della suddivisione delle acque. Se non si affrontano questi cinque problemi la pace sarà sempre solo un sogno».
Finora israeliani e palestinesi sono stati lasciati da soli a implementare progetti di pace, discussi, firmati e poi sempre disattesi. «Anche la road map - spiega Sambi - si avvia al fallimento. Gli israeliani accusano i palestinesi di non aver smantellato le organizzazioni terroristiche. I palestinesi attaccano gli israeliani per non aver smantellato le colonie nei territori. In realtà ognuno vuole imporre la propria pace. Ma la pace imposta di solito non dura». Va superata l'idea che ogni palestinese sia un potenziale terrorista e forse va ribaltato il problema: è la pace che porta alla sicurezza e non viceversa. Il ragionamento si allarga all'intero Medio Oriente e Sambi ricorda le parole di La Pira: «Diceva che quella di Gerusalemme non è una pace, ma è la pace. Questo è l'unico territorio al mondo dove ebrei, cristiani e musulmani vivono insieme. E il giorno in cui qui si riuscirà a trovare un rapporto di rispetto e di collaborazione, anche altri conflitti nel mondo troveranno una soluzione». La crisi irachena invece sta facendo passare nella mente di molti musulmani l'idea che è possibile e vincente il confronto con gli Stati Uniti e decine di altre potenze mondiali. Rafforza il fanatismo di chi crede di poter dominare il mondo con il terrore. E in Palestina la crisi irachena naturalmente mette in crisi gli arabi moderati, spezza il dialogo, alimenta la resistenza armata, rendendo ancora più pesante la risposta israeliana.
Monsignor Sambi sottolinea che il rapporto tra cristiani ed ebrei è quello che c'è con i fratelli maggiori: «Abbiamo un enorme patrimonio comune che proviene dalla Sacra Scrittura. La critica alla politica governativa di Israele non intacca questo patrimonio, anzi nasce dal desiderio di difenderlo».
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