Il referendum interno al Likud sullo sgombero unilaterale di ottomila coloni e sul ritiro da Gaza, proposto dal premier Sharon, ha presentato risultati non molto incoraggianti. Lo commentano Fiamma Nirenstein in un'analisi e lo scrittore Abraham B. Yehoshua in un'intervista: li riproponiamo in questa sede. Segue poi un articolo di Antonio Ferrari dal Corriere della Sera.
"Il sangue puntuale come tutte le volte" - Fiamma Nirenstein.Nonostante lo schiaffo ricevuto ieri dal suo partito, Sharon, che è un mastino, seguiterà col suo piano di ritiro da Gaza e di guerra ai terroristi. Se, com’è possibile, il suo governo non lo seguirà, allora nascerà un governo di coalizione con la sinistra che, ora che il premier ha contro tutti i coloni, sarà più di prima pronta ad affiancarlo.
Quanto efferato e strategicamente attrezzato sia oggi il terrorismo palestinese lo si è visto ancora una volta ieri, con l’uccisione di una madre e delle sue quattro bambine proprio mentre i 193.190 membri registrati del Likud andavano a votare su una delle più rivoluzionarie svolte da dieci anni a questa parte. E’ del tutto evidente che l’intento dei killer è stato quello di far passare fra i votanti l’idea che la prospettiva del ritiro da Gaza premia e promuove il terrore mostrando Israele debole, spaventata, in fuga.
Molti israeliani di sinistra e del centro, appena ricevuta la notizia, oltre a disperarsi hanno pensato che si stavano realizzando le peggiori preoccupazioni di Sharon, che ieri aveva detto in un’intervista: «Il ritiro da Gaza è una decisione fatale, dura, ma di immensa importanza, che può determinare se Israele progredirà nell’area quanto a sicurezza, economia, educazione, industria, relazioni con gli Stati Uniti, oppure se torneremo indietro... Ogni persona deve pensare bene al futuro dei suoi figli e al proprio futuro, e votare per il mio piano».
Gaza ha una tradizione di terribili attacchi all'insediamento ebraico di Gush Katif, che è situato nel Nord della Striscia di Gaza. Uno, a un bus scolastico, oltre a fare molte vittime troncò le gambe di netto a due fratellini: i coloni nella zona sapevano di essere divenuti l’esempio dell’impossibilità di dominare un altro popolo. La popolazione palestinese in costante aumento verticale sottolineava il pericolo demografico, Hamas e il suo feroce integralismo erano una prova dell’impossibilità di sanare un odio che chiede solo distanza e un’attenta autodifesa. Gaza può restare la dimostrazione della bontà della proposta di ritiro di Sharon finché non suscita un’enorme reazione popolare israeliana che escluda il compromesso o, come dicono i coloni, l’idea di «dare un premio ai terroristi».
Sharon ha cercato nelle settimane scorse, tramite gli attacchi mirati alla leadership di Hamas, di preparare l’idea che Gaza possa diventare un terreno di esperimento di governo per i palestinesi e che con una leadership moderata si possa riaprire una trattativa che riconduca alla Road Map, il tracciato di pace per il Medio Oriente del Quartetto Usa-Ue-Onu-Russia, dichiarato «morto» da Sharon nei giorni scorsi, dopo l’uccisione dei due leader di Hamas, Ahmed Yassin e Abdelaziz Rantisi.
Ed ecco la risposta: una predeterminata strage di bambini con la loro mamma in stato di gravidanza. Simbolicamente, sull’auto di Tali c’era una scritta che sembra rafforzare le idee della destra estrema del Likud: «Sradicare gli insediamenti, vittoria per il terrorismo».
I palestinesi che hanno firmato l’attentato, «eroico» come lo hanno chiamato, sono un gruppo di organizzazioni, dalla Jihad islamica ai Comitati di resistenza popolare, un «ombrello» legato, si dice, ad Al Fatah. Le radio hanno seguitato a chiamare «cinque coloni» Tali e le sue quattro bambine - che avevano dai 2 agli 11 anni -, dimostrando così un certo imbarazzo. C’è da pensare che l’attacco fosse stato pianificato da tempo ma che la volontà di influenzare le elezioni abbia, per esempio, resa più urgente la sua esecuzione; e che la mescolanza di sigle tenda a creare una nebbia per proteggere Arafat e la nuova leadership di Hamas.
Certamente la risposta di Sharon, che ieri era in corso con gli elicotteri e i missili contro una radio di Hamas, sarà dura: deve dimostrare che il primo ministro israeliano in questa tempesta è deciso a non abbandonare la nave («non mi dimetterò, quale che sia il risultato delle elezioni», ha detto) né il suo piano, che considera l’unica salvezza per il suo Paese, la strada aperta per il ripristino di trattative di pace e la via maestra nel rapporto strategico con l’amministrazione Bush in quella che è intesa come la futura rivoluzione democratica del Medio Oriente.
I terroristi di nuovo hanno rimescolato le carte nel sangue: è la loro specialità, lo fecero ai tempi dell’accordo di Oslo con duecento morti sugli autobus di Gerusalemme in due mesi; l’hanno rifatto con Camp David, mille morti in tre anni; e ci riprovano fin da ora con il previsto sgombero di Gaza e di parte della Cisgiordania. Ma, come abbiamo detto, Sharon è un duro. E non recederà dal suo piano.
Fabio Galvano intervista Avraham B. Yehoshua: "Il dramma peggiore è il no a Sharon".Un fiasco, un grande fiasco. Aveva sperato di debellare in questo modo l'opposizione, di superare tutte le resistenze al suo piano finalmente coraggioso di ritirarsi da Gaza, invece il Likud gli ha detto no. Adesso per Sharon, per Israele, per l'intero problema palestinese le cose si fanno più difficili. Molto più difficili. Forse impossibili». Per chi in anni recenti ha seguito le vicende d'Israele attraverso i giudizi e le opinioni di quella grande voce della Gerusalemme moderata che è lo scrittore pacifista Avraham Yehoshua, constatando puntualmente l'accuratezza della sua analisi, non è difficile cogliere un tono di smarrita impotenza di fronte alla situazione che si è creata nelle ultime ore.
Una situazione, non le pare, peggiorata dall'attentato di Gush Katif, dove la Jihad islamica e le Brigate del Saladino, braccio armato dei comitati per la resistenza popolare, per loro stessa rivendicazione hanno attaccato la comunità dei coloni uccidendo una donna incinta e le sue quattro figlie.
«No, no, no. Quella non è una replica dell'estremismo palestinese. E' un caso. Una coincidenza. Il terrorismo palestinese è un dato di fatto; per questo io - e altri con me - sosteniamo da sempre la necessità di costruire un muro. Non il muro di Sharon, ma un preciso confine lungo la linea verde del '67, per poter meglio controllare i movimenti del terrorismo. L'attentato di Gush Katif non ha niente a che vedere con l'iniziativa di Sharon e con la risposta negativa del Likud. Certo, avrà l'effetto di accrescere il livore di chi era già contrario all'idea di lasciare gli insediamenti di Gaza e di restituire la Striscia all'Autorità palestinese. Una coincidenza: comoda per alcuni, ma essenzialmente una coincidenza. Questo posso dire: i palestinesi non avrebbero compiuto questo sanguinoso attentato se solo avessero saputo quello che stava accadendo fra Sharon e il Likud. Vogliono l'abbandono di Gaza da parte di Israele: non è nel loro interesse fare cose che lo impediscano. Non è nel loro interesse dare carte pesanti in mano al Likud nell'unico momento in cui Sharon ha preso una decisione sensata».
Lei usa la parola fiasco. Perché?
«Perché con questa mossa Sharon si è creato una situazione impossibile. Il no del Likud gli impedisce di spingere il suo piano attraverso i meccanismi del Parlamento e del governo. Si è messo in una situazione che non esito a definire ridicola. Ridicola perché la maggioranza degli israeliani è favorevole a un ritiro da Gaza. Invece, così come vanno le cose, poche migliaia di persone sono state in grado di bloccargli tutto. E' un momento davvero imbarazzante. Per tutti, ma soprattutto per Sharon. Aveva pensato che fosse una mossa astuta superare i ranghi dell'opposizione rivolgendosi direttamente al Likud, ma l'esito di questa manovra è molto chiaro: Sharon, evidentemente, non conosceva lo spirito della sua stessa gente, del suo stesso partito. Credeva che gli avrebbero dato un sì incondizionato, invece hanno deciso che questa fosse l'occasione propizia per prendersi alcune rivincite sul passato».
Per esempio?
«Governare non è facile, soprattutto qui in Israele. Tutto il mondo conosce il problema principale, cioè quello palestinese. E tutto il mondo crede che qualsiasi mossa e decisione siano frutto di una comune intenzione volta a risolvere quel problema. In realtà ci sono molte altre cose che creano scontento, nell'ambito di un dibattito politico, anche in seno al partito di Sharon. L'economia nazionale, per esempio. L'occupazione. E tutti quelli che avevano qualche critica in merito e avevano giurato di farla pagare a Sharon hanno colto quest'occasione. Senza rendersi conto che la posta in gioco non era semplicemente un voto di censura al primo ministro, ma qualcosa di ben più importante. Questo è stato l'errore di Sharon: rivolgersi al partito anziché rivolgersi al popolo d'Israele, che sulla vicenda palestinese, in questo frangente, l'avrebbe sostenuto».
Ora che cosa può accadere?
«Sinceramente non lo so. Ci troviamo di fronte a una situazione del tutto speciale. Nella logica delle cose, dopo una sconfitta di questo genere, Sharon dovrebbe dimettersi. Ma questo, francamente, non farebbe altro che peggiorare la situazione, creare nuove tensioni e nuove incertezze. Davvero non so che cosa possa accadere, quale possa essere la reazione del primo ministro di fronte a uno smacco così grave, in un momento così delicato, proprio quando aveva avuto il coraggio di prendere una decisione difficile - giusta ma difficile - per superare l'impasse degli ultimi mesi. Sembra un destino: ogni volta che si apre uno spiraglio di speranza accade qualcosa che riporta al caos e alla logica del terrore».
"L'azzardo di Ariel apre una crisi al buio", pag. 6.
di Antonio Ferrari.
Sul Corriere della Sera di oggi Antonio Ferrari firma un commento a proposito degli eventi israeliani di ieri: il referendum del Likud e l'agguato mortale alla madre israeliana e ad i suoi quattro bambini.
Ferrari esordisce commentando con gaudio la bruciante sconfitta di Sharon, tradito dal suo stesso partito, per poi sostenere la tesi che il partito dei coloni sia molto forte in Israele. Fin qui nulla da eccepire, sono semplici teorie. Inaccettabile e scorretto è invece il successivo paragone, che mette sullo stesso piano il rifiuto politico del disimpegno da Gaza del movimento dei coloni e l'agguato degli " estremisti" ( come dice Ferrari ) palestinesi avvenuto ieri. La differenza tra uccidere persone innocenti e battersi politicamente per non dover abbandonare la propria casa, per Ferrari, sembra non esistere. La conclusione dell'articolo viene da un parallelismo poco ragionato sui giochi di potere di Arafat & Co. e l'eventualità di elezioni anticipate in Israele, dal momento che Sharon non ha più il sostegno del proprio partito. Il rischio è che la partita della pace diventi un gioco di potere: è accaduto nelle file dell'Anp, potrebbe accadere anche in Israele, sostiene Ferrari, non accorgendosi che le elezioni sono un gioco di democrazia così come il referendum. Quelle elezioni e quei referendum che i palestinesi richiedono a gran voce, ma che la dittatura di Arafat ostacola.
Ma Ferrari equipara, non vede differerenze. E' questa la linea del Corriere ?
Di seguito riportiamo l'articolo.Il primo ministro israeliano Ariel Sharon, generale con un passato controverso, fra esaltanti vittorie e brucianti sconfitte, come leader politico pareva invincibile: un ariete capace di conquistare la fiducia della maggioranza del suo Paese.
Ieri sera, per la prima volta, Sharon ha conosciuto una cocente umiliazione.
Non per colpa dei palestinesi, non per colpa dell'opposizione israeliana, e neppure per le resistenze del suo governo. Sharon è stato delegittimato infatti dal suo stesso partito di centro- destra, il Likud, che nel referendum, voluto dal premier contro il parere di numerosi collaboratori, ha respinto il suo piano di ritiro unilaterale da Gaza e lo smantellamento di tutti gli insediamenti ebraici della Striscia.
E’ una sconfitta che Sharon avrebbe potuto evitare, perché è figlia dell'orgoglio del vecchio leader, certo che la sua gente avrebbe comunque consegnato una cambiale in bianco a un condottiero convinto di essere « l’unico in grado di difendere la sicurezza di Israele senza rinunciare a dolorose concessioni, necessarie per costruire la pace » . Il risultato del referendum, che non ha alcun valore legale, lo ha bocciato. Anche se Sharon già si aggrappa alla scarsa affluenza per ritenere nulla la consultazione. Che moralmente è comunque uno smacco. Neppure il sostegno del presidente degli Stati Uniti è infatti riuscito a ribaltare un risultato che quasi tutti i sondaggi ritenevano inevitabile per la dura resistenza dei coloni ebrei. I quali si oppongono al piano di disimpegno raccordandosi alla furia degli estremisti palestinesi, che anche ieri hanno ucciso una donna incinta e le sue quattro figlie, proprio nella Striscia di Gaza.
Ora Israele entra nel tunnel di una crisi anomala, in una fase estremamente delicata per l'intera vicenda mediorientale, con il fallimento della Road Map, l'impotenza del governo palestinese e il rischio di nuovi attentati. Sharon aveva detto di voler rispettare il verdetto degli iscritti al Likud, ma poi si era corretto, sostenendo d'essere comunque deciso a procedere. Forse voleva dimostrare agli scettici quanto fosse « dolorosa » la sua scelta. O forse si è ricordato delle parole del suo predecessore Yitzhak Rabin, il quale diceva che mai avrebbe permesso al 2% degli israeliani di decidere per l’intero Paese.
Rabin si riferiva ai coloni, e i coloni sono stati i protagonisti della sconfitta di Sharon. Che cosa farà adesso il premier? Prevedere le prossime mosse è difficile, perché la situazione che si è prodotta non ha precedenti.
Gli alleati di governo, in particolare i laici del Shinui di Tommy Lapid, non hanno alcun obbligo, né politico né morale, dopo il voto negativo del Likud. Potrebbero quindi, se Sharon è d’accordo, cercare un'altra solida maggioranza alla Knesset. I laburisti sarebbero interessati a entrare nella coalizione, con Shimon Peres probabile ministro degli Esteri. Ma Sharon può continuare a governare dopo lo smacco subito dal suo stesso partito? Una seconda ipotesi è promuovere un referendum nell’intero Paese, e cercare fuori dal Likud quei consensi che gli iscritti gli hanno negato.
Un’altra ipotesi è rinunciare al referendum e andare a elezioni anticipate. Ma in questo caso, il premier dovrà conquistare la nomination in un'arena turbolenta, dove i suoi avversari, a cominciare dall'ex premier Benjamin Netanyahu, già sognano la riscossa. Il rischio è che la partita della pace diventi un gioco di potere: è accaduto nelle file dell'Autorità palestinese, potrebbe accadere anche in Israele.
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