Qui Touring è il mensile del prestigioso Touring Club Italiano. Da quest'anno Igor Man(zella) vi tiene una rubrica chiamata "Colonne d'Ercole". Nei mesi scorsi si è occupato di Tangeri, di Istanbul e del Cairo. Sul numero di maggio, il suo articolo è dedicato a Israele.
A leggerlo, si percepisce un odio profondo nei confronti degli ebrei di ieri e di oggi. Sembra che gli ebrei (e non israeliani, per lui sono sempre ebrei) siano da sempre stati degli invasori. Si ha la sensazione di una supremazia cristiana sull'ebraismo. A leggerlo, passa davvero la voglia di leggerlo. Lasciamo al lettore il (dis)piacere della lettura dell'articolo.Yerushalayim, al Quds, Gerusalemme: città della pace, incanto mistico, cuore della Terra. "Nostro Signore Iddio prese tutta la bellezza del mondo e la spartì in dieci parti. Nove le diede a Gerusalemme, una al resto del mondo. Allo stesso modo, nostro Signore Iddio prese tutto il dolore del mondo e lo divise in dieci parti. Nove le diede a Gerusalemme, una al resto del mondo". Era la sera del 20 di marzo del 2000 quando le parole della citazione talmudica improvvisamente fiorirono sulle labbra di Giovanni Paolo II, il Papa slavo.
Karol Wojtyla, Pastore della Cristianità, pellegrino d’eccezione, cominciava il viaggio storico in Terra Santa. Il Papa, col suo seguito di cardinali e di emozionati "minutanti", sostava sulla piattaforma allestita sul monte Nebo, proprio a un passo dalla tomba di Mosè. Gli slavi hanno il dono di frugarsi dentro, è "un dolce tormento" che arricchisce lo spirito, diceva mia madre russa. Guardando di lontano Gerusalemme, Karol Wojtyla sembrava in trance. Era l’ora bella che regala l’ultimo sole a Gerusalemme. Una brina dorata si spalmava, col vento, sulle mura purissime alla vista, in verità intrise di sangue, un sangue che non secca mai, frutto di massacri "in nome di Dio". Davide e il Faraone, Sennacherib e Nabucodonosor, Erode e Tolomeo, Tito e Goffredo di Buglione, Tamerlano, il Saladino. "Stigmate delle tre religioni monoteiste", ma raccolte e sofferte da uno soltanto, un ebreo chiamato Gesù. Rosso si fa d’improvviso il cielo, per immediatamente precipitare nel livido bluastro dell’attimo che precede il buio della notte, presto punteggiata dai lumi dei villaggi umiliati dai coprifuoco. Questa bellezza spacca il cuore.
Già allora, nel marzo del 2000 ci si rammaricava della decadenza fisica, sempre più visibile, del nostro Padre Santo, Ma quella sera, lassù, sul Nebo, il Papa appariva tonificato, come disse, "dal profumo della Terra Santa". A monsignor Dziwisz che lo invitava a sottrarsi al vento che si irrobustiva, il Papa, assorto, disse: "Questo è il vento della Bibbia". E al cardinal Silvestrini che bisbigliava: "Fosse così impetuoso il vento della pace", il Papa rispose che il vento della Bibbia c’è da sempre, "per quello della pace bisognerà attendere".
Sono stato a Gerusalemme in piena intifada, un’escursione amara: causa i miei tratti somatici, i mercanti arabi mi prendevano per ebreo, mi sentivo unto dal loro odio silenzioso ("chi sei, che vuoi, vattene"). E silenzioso era anche il messaggio sospettoso che mi veniva dagli ebrei prossimi al Muro del Pianto ("chi sei, che vuoi, vattene"). Andate pure in Terra Santa, cari lettori, ma affidatevi a un’agenzia seria e rimanete sempre in gruppo se volete che il vostro pellegrinaggio si compia senza incidenti.
Non va dimenticato come la Terra Santa, che Gerusalemme riassume, straziasse Gesù. Lui, l’ebreo puro che aveva visto e denunciato la corruzione che allignava, blasfema, nell’aula dei sacerdoti, decide di spezzare il tormento dell’Orto di Getsemani per tornare a Gerusalemme, anziché fuggirne, "in remissione dei peccati del mondo".
Andai a vedere gli ulivi contemporanei di Gesù (andateci). Sono sette, dal tronco difforme lavorato dall’immortalità. Sono i superstiti d’un uliveto generoso e tuttavia fanno ancora le olive e questo perché, suppongo, le loro radici affondano nel cuore della Storia, e le loro chiome vengono carezzate dall’antico, insopprimibile vento della sera. Lo stesso che asciugò il sudore penoso di Gesù.
Ecco, affinché il viaggio in Terra Santa sia benefico bisognerà calarsi nel soave, teneramente modesto percorso di Gesù. Dalla vita alla morte. Non sarà facile, tuttavia, ignorare un presente oppresso dal passato. Un tempo gonfio di passioni, dove la bulimia territoriale dei neozeloti sionisti di Eretz Israel si scontra con le rivendicazioni dei palestinesi. "Das Land ohne Volk: das Volk ohne Land" (La terra senza popolo: il popolo senza terra). Questa frase è del filosofo Max Nordau. Si vuole ch’egli, al pari di Theodor Herzl e d’altri sionisti‑fondatori, credesse davvero che la Palestina fosse un territorio senza popolo, pressoché desertico in (lunga) attesa dei suoi figli legittimi, gli ebrei. Raccontano che Nordau quando scoprì che gli arabo‑palestinesi costituivano la maggioranza della popolazione (nove palestinesi per un ebreo), scoppiò in pianto.
L’11 di maggio del 1969, a Tel Aviv, intervistai Golda Meir, primo ministro di Israele. L’intervista fu piuttosto agitata anche se, alla fine, Golda mi congedò con gentilezza, salutandomi in russo. A un certo momento formulai la rituale domanda sulla sorte dei palestinesi, sicuro di sentirmi rispondere, come accadde, nel modo seguente: "I palestinesi, e chi sono? Noi siamo i veri palestinesi e questa terra è nostra".
Oggi è diverso: a dispetto dei terroristi suicidi e delle feroci rappresaglie, s’avverte una svolta nel rapporto fra ebraismo e cristianesimo. Grazie al viaggio del Papa ispirato dalla Nostra aetate, i testi scolastici, in Israele, "contengono la più accattivante immagine di Gesù (ebreo esemplare) che sia mai stata offerta a una generazione di ragazzi ebrei". Per chi decidesse d’andare in Terra Santa, citerò Martin Buber, ebreo, filosofo, traduttore della Bibbia, che in Gesù riconosce suo fratello: "Che la comunità cristiana lo consideri come Dio e Redentore, mi è sempre apparso un fatto della massima serietà. Debbo cercar di comprenderlo: per amor suo, per amor mio, per la pace".
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