Per fortuna non ci sono soltanto Arafat e Hamas!
analisi delle voci del dissenso tra i palestinesi
Testata: Corriere della Sera
Data: 26/04/2004
Pagina: 6
Autore: Davide Frattini
Titolo: Ritiro da Gaza, governo d'emergenza. I palestinesi si dividono sulle strategie
Sul Corriere della Sera di ieri, 25 aprile 2004, Davide Frattini compie una lucida analisi a proposito delle idee di chi tra i palestinesi rifuta sia la linea di Arafat che quella di Hamas. Per vedere una luce in fondo al tunnel, ecco il pezzo.
Gli uomini armati in giubbotto nero che circondano Ghassan Shaqa non devono proteggerlo dalle incursioni di Tsahal.
Ma da altri palestinesi. Il sindaco di Nablus ha presentato le dimissioni due mesi fa a Yasser Arafat per protestare contro il caos che sta spadroneggiando in città: « Il mio è un grido d’allarme. L’assedio israeliano ha distrutto la società, ma l’Autorità di Ramallah non fa nulla per fermare la violenza — ha detto al Figaro — . Non ci sono indagini, giustizia, migliaia di casi sono fermi in tribunale. La gente obbedisce ad Arafat, ma poi gli mente. Se la situazione non cambia, lascerò la carica il primo maggio » .
Nablus con i suoi 200 mila abitanti è il più grande centro della Cisgiordania e ne è sempre stato il cuore economico. Adesso è il concentrato dei suoi problemi. Nei sospetti: gli estremisti delle Brigate Al Aqsa accusano il sindaco di corruzione ( « se non avesse rubato i soldi della municipalità, potrebbe andare al mercato a comprare i pomodori senza temere per la sua vita » , commentano). E nelle fratture politiche: la lotta nella città è anche interna al Fatah, la fazione che fa capo al settantatreenne Arafat, spaccata tra vecchia e nuova generazione. « Il Comitato centrale — ha denunciato Kadura Faris, 41 anni, ministro senza portafoglio — non vuole il cambiamento e le riforme che noi chiediamo perché preserva gli interessi dei suoi membri » .
A Nablus, la gente — come il 54% per cento dei palestinesi, secondo un recente sondaggio — è ormai convinta che l’Autorità di fatto non esista più, paralizzata dall’occupazione israeliana, incapace di elaborare una risposta politica alle mosse unilaterali del premier Ariel Sharon: il 30% sostiene che l’organismo presieduto da Arafat dovrebbe sciogliersi « nel nome dell’interesse nazionale » per costringere lo Stato ebraico a farsi carico di tutti i problemi nei territori, dalla sanità all’educazione. Riportare i 3 milioni e mezzo di palestinesi sotto il controllo economico e legale di Israele ( come è stato dal 1967 al 1994) è una delle strategie di risposta che alcuni analisti stanno proponendo: si formerebbe uno Stato con due nazionalità, dove la maggioranza araba chiederebbe prima o poi il diritto di voto. « Sfasciare l’Autorità — spiega Ali Al Gerbawi, docente di Scienze Politiche all’università Bir Zeit — invierebbe agli israeliani il messaggio che noi siamo qui, con tutta la pressione demografica del nostro indice di natalità più alto. Così o ci incorporano o ci concedono un vero e proprio Stato » .
Imad Shakur, uno dei numerosi consiglieri di Arafat, propone un’altra ricetta: il governo di Abu Ala dovrebbe dimettersi per far nascere una coalizione d’emergenza, che ponga fine all’intifada cominciata nel settembre 2000 smantellando le organizzazioni armate. In un articolo di febbraio su A- Sharq Al Awsat, quotidiano in arabo pubblicato a Londra, Shakur ha dato voce a quella parte di politici e intellettuali palestinesi ( soprattutto membri del Fatah come Sari Nusseibeh) che vogliono arrivare alla creazione di uno Stato arabo democratico e pluralistico: ricordano gli esempi del Giappone e della Germania costrette a smembrare i loro eserciti e poi diventate potenze economiche, parlano di Israele in termini di cooperazione invece che di ostilità.
Il primo terreno di confronto tra le varie posizioni dovrebbe diventare la Striscia di Gaza, quando gli israeliani si ritireranno nel 2005. I « pragmatici » credono che rappresenti un’occasione ( « un’opportunità » , come l’ha definita il segretario di Stato americano Colin Powell) per dimostrare che i palestinesi sono in grado di gestire e amministrare quei territori dove non c’è più l’occupazione. PalTel, la compagnia di comunicazioni, starebbe già lavorando a un progetto per far arrivare la rete cellulare nell’area agricola di Mussawi, vicino agli insediamenti ebraici, ora sotto il controllo israeliano. Altri piani prevedono lo sviluppo della società elettrica, che avverrebbe con finanziamenti francesi.
Hamas, anche dopo l’eliminazione dello sceicco Ahmed Yassin e di Abdel Aziz Rantisi, vuole un ruolo politico nella Striscia e sta trattando con Arafat e il Fatah per partecipare alla gestione. Ma alcuni analisti temono che dopo il ritiro israeliano Gaza precipiti nel caos, con scontri tra fazioni per il controllo del potere. Chi si sta preparando al passaggio è Mohammed Dahlan, 42 anni, ex ministro degli Interni nel governo Abu Mazen. Accusato di essere vicino agli americani e agli israeliani, è l’uomo che potrebbe contrastare la forza degli fondamentalisti islamici. Un paio di mesi fa si sarebbe riconciliato con Arafat in una sulha molto pubblicizzata: il leader palestinese si è convinto che per controllare Gaza ha bisogno di lui, di quello che ha chiamato, abbracciandolo, « il figliol prodigo » .
Invitiamo i lettori di Informazione Corretta ad inviare il proprio parere al Corriere della Sera. Cliccando sul link sottostante si aprirà una e-mail già pronta per essere compilata e spedita.


lettere@corriere.it