La Brigata Ebraica sfila a Milano
anche i sionisti contribuirono a liberare l'Italia dal nazifascismo
Testata: Corriere della Sera
Data: 26/04/2004
Pagina: 9
Autore: Alessandro Trocino
Titolo: «Quest’anno anche noi». Sfila la Brigata ebraica
Riportiamo l'articolo di Alessandro Trocino pubblicato sul Corriere della Sera, dedicato al ricordo della Brigata Ebraica in occasione del giorno della Liberazione.
MILANO - «Contro il nefando nemico torna finalmente lo spirito dei Maccabei. I nostri chayalim (soldati, ndr ) compongono l’esercito di un popolo disarmato, non imperialista, nazionale ma non sciovinista: l’esercito più democratico del mondo». Così scriveva, in una lettera ingiallita e ora custodita dai familiari, Yacob Levin, rinchiuso nel campo di internamento di Ferramonti di Tarsia e poi arruolato a Napoli nel ’44 come traduttore e medico, nella Brigata Ebraica. L’«esercito più democratico del mondo», composto da cinquemila ebrei sionisti che si arruolarono d a volontari con gli inglesi e combatterono in Italia contro l’esercito tedesco. I superstiti di quella pagina rimossa della storia sono pochissimi, quasi tutti in Israele. La Comunità ebraica di Milano ha deciso di ricordarli nel giorno della Liberazione e così ieri, tra tricolori, bandiere arcobaleno, vessilli palestinesi e iracheni, ha sfilato, per la prima volta in un 25 Aprile, anche la «Brigata Ebraica». Una scelta che è un modo per riappropriarsi del passato ma anche per difendersi da quella che il portavoce della Comunità, Yasha Reibman, considera «un’intollerabile commistione. Che ci stanno a fare quelle bandiere palestinesi, irachene, cubane? Proprio loro, cosa c’entrano con la libertà? L’associazione tra partigiani e terrorismo è pericolosa e rischia di legittimare l’equazione Israele uguale nazismo, che uccide la memoria di quanti hanno combattuto per la nostra libertà e falsifica la storia».
Parole pronunciate mentre lo striscione «Brigata Ebraica» avanza tra due ali di folla incuriosita e perplessa. I timori iniziali si sciolgono con i primi applausi, che si ripetono più volte lungo il percorso. Reibman tira un sospiro di sollievo. Il presidente della Comunità Roberto Jarach sorride soddisfatto. Roberto Cecchi Paone, ospite, è avvolto in un bandierone inglese, indossa una cravatta puntellata di bandierine Usa e una spilletta di Amnesty International. Non gradisce, Cecchi Paone, la presenza sul palco di una rappresentante di «Fermiamo la guerra»: «Sono contro il ritiro delle truppe. E poi molti pacifisti sono filo comunisti, si sa. Per protesta non arriverò al comizio di Piazza del Duomo». Più diplomatica la posizione di Reibman: «Come comunità non prendiamo posizione sulla guerra, ma certo non si può abbandonare l’Iraq a se stesso. Anche perché un Iraq democratico sarebbe un passo decisivo per la pace in Medio Oriente».
Applausi, ma anche qualche invettiva. Qualcuno grida «Ringraziate Sharon». Replica Reibman: «Magari ci fossero stati Sharon e Israele, allora». Uno mormora: «Ma guardali questi, con tutto quello che stanno facendo ai palestinesi». Un altro: «Assassini». Una ragazza: «Spostiamoci, ci sono gli ebrei». Una donna: «Ma che c’entrano gli ebrei con la Liberazione?».
«C’entrano. Anche per questo è importante essere qui» spiega Edoardo Marescalchi, giovane vicino alla sinistra che indossa una maglietta rossa - «Non ho votato Berlusconi» - e che si sta convertendo all’ebraismo: «Questa della Brigata è una storia che non ci racconta nessuno, nemmeno a scuola. Non si capisce perché». Conferma il presidente Jarach: «Bisognerebbe ripensare queste manifestazioni. Diventano sempre più ripetitive, noiose. Per questo è utile rivitalizzarle, raccontando episodi storici dimenticati: come questo, delle brigate ebraiche». Nel gruppo anche un iraniano, Babàk Parsi, da 25 anni in Italia: «Gli israeliani sarebbero i nostri alleati naturali, altro che gli iracheni. Loro sono un Paese democratico. E anche noi vogliamo il nostr o 25 Aprile».
«Jewish Infantry Brigade Group». In italiano le chiamavano «Brigate palestinesi». Perché i palestinesi allora si chiamavano arabi di Palestina e Israele non era ancora nata. I sionisti volontari, inquadrati nell’esercito britannico, andavano all’assalto al suono dello shofar, il corno d’ariete, con la Stella di David sulla spalla. Come Giacomo Foà, che ora vive in Israele e che nel ’41 si arruolò nell’Hagana, l’esercito ebraico in Palestina: «Tutti gli studenti con famiglia restarono in Palestina - racconta Foà - gli altri decisero di arruolarsi con gli inglesi e di combattere i nazisti». E così fece Foà: «Mi arruolai nel Genio. Sbarcammo a Taranto, da qui risalimmo a Napoli e poi ad Ancona. Fu Churchill a creare la Brigata ebraica: ma in realtà gli inglesi non erano contenti di mandare ebrei al fronte. Ai loro occhi significava dover riconoscere che dovevano dare qualcosa in cambio». La Palestina, per esempio. E in quei tempi gli ebrei combattevano una dura guerra con gli inglesi, anche con attentati, come quelli dell’Irgun e della Banda Stern. La dottrina Ben Gurion, allora, era combattere gli inglesi, in Palestina, come se non ci fossero i nazisti e combattere i nazisti, in Europa, come se non ci fossero gli inglesi.
Da Israele, ora, Foà sente l’eco delle polemiche. E non capisce: «E’ tutta una confusione. Cosa c’entra l’Iraq? Cosa c’entrano i palestinesi? La Resistenza, i partigiani, la Liberazione erano un’altra storia. Non si può fare un parallelo, è assurdo».
La storia di Foà è diversa. E’ la storia di ebrei che volevano dimostrare ai tedeschi di non essere più docili vittime passive. Che volevano liberare il mondo dai nazisti. Che combattevano per l’Italia e per l’Europa, in nome della libertà e della nekama , la vendetta. Ma sono sopravvissuti - come ricorda Howard Blum, nel libro «La brigata» - e questa è la loro miglior vendetta.
Invitiamo i lettori di Informazione Corretta ad inviare il proprio parere al Corriere della Sera. Cliccando sul link sottostante si aprirà una e-mail già pronta per essere compilata e spedita.



lettere@corriere.it