Il diritto internazionale tirato per la giacca
quando chi scrive è condizionato dal pregiudizio
Testata:
Data: 20/04/2004
Pagina: 1
Autore: Luigi Bonanate
Titolo: Due conflitti, un grande incendio
Sull'Unità di ieri, 19 aprile 2004, viene pubblicato un intervento di Luigi Bonanate a proposito dell'eliminazione di Rantisi. Bonanate, con un linguaggio che vuole essere tecnico, sostiene la tesi che l'omicidio di Rantisi altro non sia che un atto criminale.

Descritto con parole oggettive e assolutamente neutre, questo è il fatto: Abdel Aziz Rantisi, leader dell’organizzazione Hamas, è morto il 17 aprile 2004 colpito da un razzo lanciato da un elicottero che ha centrato la sua auto in una strada di Gaza (può aiutarci ricordare che il 27 marzo scorso il suo predecessore, lo sceicco Yassin, aveva fatto la stessa fine).
Aggiungiamo ora che l’azione dell’elicottero era stata decisa dal Governo israeliano: e dunque dobbiamo dedurne, non rientrando Gaza nella sovranità israeliana e non essendo Rantisi in quel momento intento ad alcuna nazione violenta rivolta direttamente contro Israele, che quest’ultimo ha commesso un crimine internazionale.
Rantisi inanzitutto è stato l'organizzatore materiale di molti degli attentati che hanno colpito Israele negli ultimi tre anni, ma è impensabile che al momento in cui è stato ucciso non stesse preparando un nuovo attentato in risposta all'omicidio di Yassin. Quindi da questo punto di vista Israele aveva tutto il diritto ad intervenire.

Israele naturalmente precisa che le «esecuzioni mirate» non sono altro che la condanna a morte dei mandanti di precedenti azioni violente compiute contro Israele o degli organizzatori di altre prossime simili azioni. Sharon è dunque un giustiziere per i reati già commessi e agisce sulla base della consapevolezza che il diritto non lo può più aiutare (si fa giustizia da solo) ma Sharon si ritiene legittimato anche a prevenire le azioni altrui e le impedisce prima ancora che siano compiute.
Come sempre, ci sono ottime ragioni giuridiche per sostenere che il comportamento israeliano è condannevole e altrettanto ottime ragioni politiche per argomentare che altrimenti le azioni terroristiche palestinesi non cesseranno mai. Reprimere o prevenire? La tradizione giuridica occidentale è cresciuta sulla prima di queste due impostazioni, ma ha sempre avuto in mente la seconda: che cosa ci sarebbe di meglio che la prevenzione, per evitare tanti crimini? Tuttavia, in nessun caso è ammissibile che per prevenire un crimine se ne commetta un altro.
ll fatto che le esecuzioni mirate siano un crimine secondo la legge internazionale non è per niente assodato (a questo proposito si legga l'articolo di Maurizio Stefanini a pag II del Foglio di oggi). In secondo luogo Bonanate ignora il problema giuridico che la minaccia terroristica pone, in quanto sposta la guerra da un conflitto tra stati ad un conflitto privato.
Esistono due soli casi in cui iò che oggettivamente è criminoso può essere scusato: quando sia stato fatto in nome della società oppure quando sia commesso contemporaneamente da due stati in guerra tra di loro.
Ora, potremmo anche dire che la prima delle due condizioni (difendere la propria società) sia un dovere del governo e quindi possa giustificare il comportamento di Sharon (lasciamo da parte le valutazioni, più soggettive, che potremmo dare sull’attendibilità di un governo tanto «manesco»).
Ma la seconda condizione –che due stati siano tra loro legalmente in guerra- nel nostro caso non si verifica. O meglio, Israele e Autorità nazionale palestinese sono effettivamente in guerra, ma ciò non è ammesso da Israele (quel che pensi il governo dell’Autorità palestinese non interessa o non è ascoltato quasi da nessuno) e neppure dalla maggior parte della comunità internazionale, e comunque di quella che segue la politica estera statunitense.
se Bonanate leggesse i fatti in maniera veramente neutrale come dice di fare, si accorgerebbe che entrambe le condizioni che sopra richiede sono soddisfatte: Sharon agisce per evitare che la popolazione israeliana subisca ulteriori attentati, in secondo luogo di fatto ha dichiarato guerra al terrorismo di Hamas, e non all'istituzione Anp a proposito della quale auspica un cambiamento sostanziale.
I palestinesi starebbero combattendo una guerra di liberazione nazionale che per la comunità internazionale è invece una specie di insurrezione illegale e illegittima.
Come può essere definita una guerra di liberazione nazionale un'insurrezione che usa come arma quella del terrorismo?



La parola «guerra» compare e scompare continuamente tra le nostre mani e non capiamo più dove ci troviamo: neanche in Iraq, a quanto pare, c’è una guerra, ma decine e decine di combattenti (civili iracheni, militari americani principalmente) muoiono ogni giorno; ogni giorno si discute dell’invio di nuove truppe perché quelle presenti sono troppo poche; altri discutono invece se ritirare le loro; l’Esercito italiano, di pace o no che sia, comunque ha ucciso l’altra settimana 15 persone. Lo stato di guerra non può comparire e scomparire, di momento in momento, quando e come ci fa comodo.
Anche se è doloroso per tutti noi (quale che sia la parte da cui stiamo), se non ammettiamo la realtà, se non ne riconosciamo i connotati attuali, come potremo mai agire per modificarla, migliorarla? Se non sappiamo di essere in guerra, la guerra non finirà mai. Al di là dunque del singolo episodio (che purtroppo siamo abituati a dimenticare: chi ricorda ancora che l’«ingegner morte» Ayyash, così chiamato per essere il massimo esperto di esplosivi al servizio di Hamas, fu «preventivamente giustiziato» da Israele nel 1996 facendolo esplodere insieme al suo telefonino?), dobbiamo oggi riflettere su quanto sottile e fragile si stia facendo, nella nostra coscienza, il confine (un tempo lampante) tra guerra e pace.
Possibile che siamo entrati in un mondo tanto confuso che esse non si differenzino pià? Se così fosse, e purtroppo i segnali non sono rassicuranti (basti pensare che poi stiamo anche combattendo una «guerra al terrorismo»…), vorrebbe dire che il mondo sta scivolando molto pericolosamente verso una conflittualità endemica e normale. Il ruolo della violenza nelle nostre vicende s i è enormemente esteso negli ultimissimi anni: due guerre sono inc orso e nessuna delle due ne ha il nome. Sono negate e combattute nello stesso tempo. Possibile?
E' la guerra che l'islamismo fondamentalista ha dichiarato al mondo intero, paesi arabi moderati inclusi, nel suo folle progetto di islamizzazione, il quale usa come arma il terrorismo, uno strumento di guerra nuovo contro il quale legalmente e politicamente non si ha ancora una risposta.
Si tratta di un nuovo totalitarismo contro il quale le nazioni libere devono combattere. Se non ci accorgiamo di questo non potremmo mai capire dove sta il confine tra guerra e pace.

Invitiamo i lettori di Informazione Corretta ad inviare il proprio parere alla redazione de L'Unità. Cliccando sul link sottostante si aprirà una e-mail già pronta per essere compilata e spedita.



lettere@unita.it