Sharon ottimista nonostante tutto
intervista al primo ministro d'Israele
Testata: Corriere della Sera
Data: 16/10/2003
Pagina: 10
Autore: Cal Thomas
Titolo: La road map può ancora partire
Riportiamo l'intervista di Cal Thomas a Sharon pubblicata sul Corriere della Sera giovedì 16 ottobre 2003.
Primo ministro Sharon, visti i recenti atti di terrorismo, considera morta la road map?
No. Se vi sarà un primo ministro palestinese serio che si impegni al cento per cento per mettere fine al terrorismo, potremo avere la pace. Entrambe le parti devono fare dei passi. Se il terrore continua, non vi sarà uno Stato palestinese indipendente. Israele non lo accetterà, se il terrore continua.

Lei ha anche dichiarato che se si riuscisse a ridurre gli incidenti terroristici a un certo numero si potrebbe parlare di passo in avanti. Di che livelli stiamo parlando?
Ho detto che per poter procedere, dovrebbe esserci calma. Ma se i palestinesi faranno il cento per cento di sforzo, e nonostante questo un palestinese pazzo si mettesse a sparare, prenderemo in considerazione lo sforzo. Suppongo che la prossima domanda sarà: cosa intendo per sforzo al cento per cento? Primo: i terroristi devono essere arrestati, interrogati e puniti. Secondo: le organizzazioni terroristiche palestinesi devono essere smantellate. Jihad islamica, Hamas, Fronte Popolare, Fronte democratico e tutte quelle organizzazioni di sicurezza che sono coinvolte nel terrore. Terzo: le loro armi vanno confiscate e consegnate a terzi, che potranno essere soltanto gli Stati Uniti, e distrutte. Quarto: i palestinesi devono prendere provvedimenti preventivi seri per fermare il terrore. Quinto: dev’essere uno sforzo per iniziare a educare alla pace.
Se prenderanno questi provvedimenti seriamente, e poi ci sarà un atto terroristico, lo prenderemo in considerazione, ma se non prenderanno provvedimenti, ogni atto terroristico sarà un atto terroristico.

Che cosa le farebbe aver fiducia nei palestinesi questa volta?
Soltanto i loro atti. Le promesse non saranno considerate come qualcosa di serio. E neanche i patti scritti sono un vero passo avanti.

I suoi critici, ovviamente, dicono che vorrebbero vedere azioni da parte di Israele, una cessazione degli insediamenti.
Non stiamo costruendo nuovi abitati ebraici in Samaria, in Giudea e a Gaza. Gli Stati Uniti non hanno mai accettato la costruzione delle nostre comunità oppure della barriera difensiva. Eppure, sono riuscito a sviluppare relazioni tra Israele e gli Stati Uniti anche se il presidente Bush non ha mai sostenuto gli insediamenti. So che agli Stati Uniti non piacciono. La base dei nostri rapporti, ovviamente, oltre il comune interesse strategico, è che guardiamo al terrorismo nello stesso modo, che non facciamo mai compromessi con il terrorismo, e capiamo che il terrorismo adesso è il piùà grande pericolo che esista nel mondo libero.

Lei ha menzionato la barriera. E cosa mi dice a proposito delle richieste da parte delle Nazioni Unite e da altre parti di buttarla giù?
Per anni ho detto che quando si tratterà di una pace sincera, duratura, sarò disposto a fare dei compromessi anche dolorosi. Ma dico sempre che quando si tratta della sicurezza dei cittadini di Israele e dello Stato di Israele, non scenderò a compromessi. Tocca a Israele decidere quali sono le misure di sicurezza da prendere. Bisogna sempre ricordare che gli ebrei hanno un piccolo, piccolo territorio, l’unico luogo su cui hanno il diritto e la capacità di difendersi da soli. Ed è nostro dovere e mia responsabilità mantenere la certezza di non fare mai compromessi a riguardo.

Lei vede questa barriera come essenziale alla sicurezza di Israele e quindi, secondo la definizione che mi ha appena dato della sicurezza d’Israele, le pretese di abbatterla sono una perdita di tempo.
Non la abbatterò, e continueremo a costruirla perché è un mezzo molto importante per migliorare la sicurezza.

Lei ha detto in varie occasioni che espellerà Arafat, ma lui è ancora lì. La considera ancora una possibilità?
Non l’ho tolta dalle ipotesi. L’opzione esiste e pende sulla sua testa.

Ha citato il primo ministro palestinese: l’ultimo è fuori gioco, quello attuale resterà trenta giorni. Ha importanza chi sia a ricoprire la posizione? Avrà qualche autorità nel fare qualcosa senza Arafat?
Prendiamo a esempio il caso di Abu Mazen, lui è caduto per due motivi: uno, Arafat lo ha indebolito fin dal primo giorno, e secondo, invece di prendere i provvedimenti necessari contro le organizzazioni terroristiche, Abu Mazen ha deciso di scendere a patti con esse. Abbiamo parlato con lui moltissime volte. L’ho sempre avvisato.

Lei è famoso, tra le altre cose, per aver fatto fare al presidente Bush un giro in elicottero, che lo ha influenzato moltissimo quando ha visto quanto sia piccolo Israele. Lei crede di aver colto nel segno facendo capire al presidente da un punto di vista umano ciò che è in gioco in questa terra? Quanto è approfondita la comprensione regionale di Bush
Credo che capisca. Prima di tutto, capisce il pericolo del terrorismo, locale, regionale e internazionale. Credo che egli capisca molto bene che non si può scendere a patti con il terrorismo, e che se vogliamo difendere le nostre vite e proteggere i nostri valori, dobbiamo lottare. Bush ha mostrato di essere un leader, di essere determinato.

Lei è passato attraverso tante guerre, tante minacce da parte dei vostri nemici di Israele. C’è qualche motivo di ottimismo?
Io sono un ottimista. Prima di tutto, devo pensare che questo non è il periodo più difficile che abbiamo attraversato; abbiamo avuto situazioni molto più difficili. Secondo, siamo stati in mezzo al terrorismo per oltre 120 anni, terrorismo arabo. E abbiamo avuto molte guerre: quella di indipendenza, il 1956, il ’67, il ’72, l’82 e il 2000. quindi abbiamo avuto giorni molto difficili. Ma allo stesso tempo abbiamo raggiunto grandissimi obiettivi qui, anche se tenevamo la spada in mano. Abbiamo portato milioni di ebrei qui, da 102 Paesi, ebrei che parlano 82 lingue, e nessuno parlava ebraico. Siamo riusciti a riportare in vita la lingua ebraica, la lingua della Bibbia. Siamo riusciti a sviluppare un’industria sofisticata, inclusa l’alta tecnologia. E siamo riusciti a costruire grandi centri di ricerca e di scienza, di bellissima musica, un sistema di agricoltura avanzato. Quindi, credo che possiamo guardare al futuro con ottimismo.

Avete appena osservato Yom Kippur, un periodo di riflessione per gli ebrei, un periodo di autoesame. Quando lei si guarda dentro, e quando pensa ai suoi alti e bassi, a tutto ciò che ha fatto per il popolo ebraico, come vorrebbe che la ricordassero?
Non credo di aver compiuto tutto ciò che devo fare. C’è una cosa che vorrei fare, ossia portare la sicurezza e la pace al popolo ebraico.
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